Lunedì, 19 Aprile 2021
Milano

Il figlio nasce mentre è ricoverato per coronavirus: “La prima foto per i medici che mi hanno salvato”

Carlo ha potuto abbracciare il figlio solo una settimana dopo la nascita. Ha voluto mandare una foto del piccolo Emanuele al personale del Niguarda. “Mi dicevano di farcela per lui”

Quando è nato suo figlio Emanuele, Carlo non c’era. Era a pochi chilometri dall’ospedale milanese dove è avvenuto il parto, in un altro ospedale, impegnato a lottare contro il coronavirus che lo aveva attaccato un mese prima. 

Ai primi di marzo, Carlo si ritrova improvvisamente a letto con la febbre talmente alta da portarlo al delirio. Siciliano di 39 anni, da sette “milanese” di adozione, lavora come tecnico informatico e nel giro di pochi giorni sarebbe dovuto diventare papà per la seconda volta. Il pensiero va subito al coronavi, mentre alla febbre si aggiungono via via sintomi gastrointestinali, forte stanchezza, poi la tosse secca e difficoltà a percepire sapori e odori. Il medico di base lo assiste a distanza, prescrive inizialmente la terapia con l’antibiotico, ma i sintomi peggiorano sempre di più. Al decimo giorno, con il respiro che ormai si è fatto sempre più corto, si decide di chiamare i numeri di emergenza. “Non nascondo che nell’attesa di avere una risposta ho salutato la mia compagna, ho messo la mano sul suo pancione e ho detto: ‘Ciao piccolo, mi dispiace se non ci sarà modo di conoscerci’, in quel momento è quello che ho pensato mentre mi rimettevo a letto stremato”, ricorda Carlo. 

L’ambulanza lo porta di corsa all’ospedale Niguarda di Milano (che ha poi raccontato la sua storia). “Ricordo il trasporto, in un silenzio surreale, assordante. Era dieci giorni che non mettevo il naso fuori di casa e in giro non c’era nessuno sembrava di essere in una serie tv post-apocalittica”.

Al pronto soccorso la Tc evidenzia una grave polmonite interstiziale con il polmone destro quasi del tutto compromesso e il tampone conferma la positività al coronavirus. Da lì Carlo viene ricoverato urgentemente nel reparto di Malattie Infettive. Serve l’ossigeno e si iniziano subito le terapie.

“I trattamenti con i farmaci antivirali non sono stati una passeggiata e hanno portato  con sé diversi effetti debilitanti però per fortuna hanno dato l’effetto sperato. E il miglioramento dopo 5 giorni mi permette di uscire da quel reparto in cui la doppia porta di isolamento e gli operatori vestiti in stile Chernobyl trasmettono un senso di preoccupazione nonostante i modi rassicuranti e le attenzioni del personale. Inevitabilmente, chiuso da solo in una stanza così ti viene da chiederti, ma cosa sta succedendo, sto per morire?” 

Carlo però migliora e viene trasferito in una delle Medicine ricovertite in reparto Covid, insieme ad altri pazienti con i quali, nella sfortuna, si riesce a farsi un po’ di compagnia. “Io mi stavo rimettendo e con me c’era un compagno di stanza in cui la malattia era abbastanza grave e io cercavo di stargli dietro e rincuorarlo. Per fortuna le cose sono andate bene per entrambi. E io non mi toglierò mai dalla testa l’applauso che mi ha riservato tutto il personale quando sono uscito per essere trasferito nel reparto a bassa intensità. E’ stato emozionante”.

Nel reparto a bassa intensità Carlo trascorre i 14 giorni finali del ricovero. “Sono stati 14 giorni di coccole e la prima volta che ho provato a camminare… è da raccontare. Quei 100 metri in corridoio in compagnia di un’infermiera che mi accompagnava, sulla sessantina, lei andava al doppio della velocità rispetto a me. Poi però c’è stato tutto il tempo per rimettermi in sesto e dei 6 chili di peso persi ne ho ripresi due”.

La data del parto intanto si faceva sempre sempre più vicina. “Tutti in reparto sapevano del mio piccolo in arrivo e mi chiedevano... Finalmente ci siamo, è l’inizio di aprile. Emanuele è nato in un altro grande ospedale di Milano a pochi chilometri da Niguarda. La mia compagna era là ed io qui, separati ed uniti solo dal telefono. È andato tutto bene e finalmente dopo un mese di distacco ho potuto rivedere la mia compagna. Mio figlio invece l’ho potuto tenere in braccio dopo una settimana dalla sua nascita. Ho voluto mandare la foto anche al personale di Niguarda, mi dicevano devi farcela anche per lui. Per fortuna ce l’ho fatta”. 

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