Giovedì, 22 Aprile 2021

Coronavirus, durata delle mascherine e riutilizzo: cosa sappiamo

Il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, ha fatto chiarezza sulla durata dell'efficacia delle mascherine chirurgiche e sulla possibilità di riuso. Sugli alimenti: ''Non c'è rischio di trasmissione''

Foto di repertorio

Da quando è iniziata l'emergenza coronavirus e ancor di più adesso, in questa fase di “convivenza”, le mascherine protettive sono diventate un oggetto di utilizzo comune, indispensabile per svolgere diverse attività, come andare al supermercato o in altre attività pubbliche. Ma quanto dura l'efficacia delle mascherine chirurgiche? Le mascherine possono essere riutilizzate? A queste e ad altre domande ha risposto Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss), in audizione alla Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, riferendo della gestione dei rifiuti legata all'emergenza Covid-19.

Coronavirus, efficacia e riutilizzo delle mascherine

Secondo Brusaferro, le mascherine chirurgiche hanno una “scadenza” abbastanza a breve termine e l'utilizzo prolungato o reiterato è assolutamente da sconsigliare: "Per le mascherine chirurgiche non è consigliato il riutilizzo e neppure il ricondizionamento mentre può essere preso in considerazione l'uso prolungato.In particolari situazioni può essere necessario prendere in considerazione l'utilizzo prolungato delle mascherine chirurgiche per lo stesso utilizzatore, in quanto sembra mantengano una efficacia per un periodo di tempo che varia dalle 2 alle 6 ore".

"In merito alla possibilità di ricondizionare i dispositivi monouso (mascherine chirurgiche) per il loro riutilizzo, sono stati proposti alcuni sistemi di bonifica basati sull'utilizzo del calore secco - ha ricordato Brusaferro - che pur dimostrando l'efficacia nei confronti di alcuni virus e superando i test di performance (fit test e filtration test- maschere Ffr), presentano elementi di incertezza che necessitano ulteriori approfondimenti". Mentre sulla possibilità del lavaggio e della sanificazione da parte dell'utilizzatore "le procedure applicate non standardizzate non consentirebbero di verificarne il mantenimento delle caratteristiche di sicurezza e di performance iniziali con possibili rischi per l'utilizzatore stesso", ha chiarito il presidente dell'Iss.

"Le maschere di Tipo I, come specificato nella stessa norma, dovrebbero essere utilizzate solo da pazienti e da popolazione per ridurre il rischio di diffusione dell'infezione in caso di epidemia o pandemia e non sono destinate ad essere utilizzate da operatori sanitari tantomeno in sala operatoria o in strutture ospedaliere con requisiti assimilabili - ha ribadito Brusaferro - Le maschere di Tipo II, hanno lo scopo di evitare che chi le indossa contamini l'ambiente, in quanto limitano la trasmissione di agenti infettivi con la duplice funzione di ridurre il passaggio di saliva e particelle respiratorie verso gli altri e, al contempo, proteggere da eventuali schizzi di sangue e altri materiali potenzialmente infetti, la pelle, la bocca o il naso di chi le indossa. Come specifica la stessa norma UNI EN 14683, è un ''dispositivo medico che copre la bocca e il naso fornendo una barriera per ridurre al minimo la trasmissione diretta di agenti infettivi tra il personale e il paziente''.

"I materiali più utilizzati per la produzione delle mascherine attualmente sono tessuti non-tessuti (Tnt) fabbricati per coesionatura di filamenti continui di Polipropilene o Poliesteri. I risultati migliori si ottengono associando più strati sovrapposti di Tnt per sfruttare le prerogative filtranti dei filamenti più fini disposti nello strato interno, associate alle proprietà strutturali dei filamenti degli strati esterni del sandwich - ha aggiunto il presidente dell'Iss - Dal punto di vista strutturale, possono essere o meno idrorepellenti e non perfettamente aderenti al viso di chi le indossa. Sono ideate per essere monouso e si deteriorano con l'uso prolungato, se esposte all'umidità o ai sistemi standard di disinfezione (ad esempio chimici, calore, radiazioni) e inoltre, se visibilmente sporche, possono rendere difficoltoso il respiro. Pertanto, ad oggi, sulla base dei diversi materiali impiegati per lo strato filtrante, per gli elementi strutturali e per gli accessori, non è consigliato né il riutilizzo e neppure il ricondizionamento (decontaminazione per il riutilizzo) a causa della rapida degradazione già in fase d'impiego, mentre il riciclo risulta estremamente difficoltoso".

"Il Robert Koch Institut della Germania non consiglia il riutilizzo delle mascherine chirurgiche monouso,), poiché il riutilizzo richiede un ricondizionamento e una manipolazione in condizioni di sicurezza che se non correttamente eseguiti potrebbero aumentare il rischio di infezione - ha concluso Brusaferro - La stessa norma Uni 14683:2019 non fa alcun riferimento alla riutilizzabilità delle mascherine chirurgiche dopo l'uso né ad eventuali pratiche di pulizia-disinfezione, piuttosto, sottolinea che la mascherina chirurgica può inumidirsi facilmente con conseguente diminuzione dell'efficacia filtrante". Ma come vanno smaltite la mascherine? Secondo l'Istituto Superiore di Sanità si tratta di rifiuti urbani, per cui è altamente consigliato l'incenerimento.

Coronavirus, lo studio: ''Tracce del virus sulle mascherine dopo 7 giorni''

"Uno studio in laboratorio ha rilevato parti di virus nella parte interna delle mascherine dopo 7 giorni dall'inoculo". Lo ha spiegato Rosa Draisci, del Centro nazionale sostanze chimiche, prodotti cosmetici e protezione del consumatore dell'Istituto superiore di sanità, rispondendo a una domanda nel corso dell'audizione del presidente Iss Silvio Brusaferro alla Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati. "Si tratta di una sperimentazione che prevedeva il rilevamento dei virus nelle diverse superfici. Nella parte interna delle mascherine - ha detto Draisci - è risultato" rilevabile "fino a 7 giorni". "Si tratta - ha evidenziato Brusaferro - di uno studio scientifico in ambienti protetti, non è dunque immediatamente assimilabile a situazioni normali. Costruire un setting sperimentali vuol dire tenerlo protetto da luce del sole e da altri fattori che hanno una influenza" sui risultati nella vita reale.

Coronavirus, c'è il pericolo di trasmissione dagli alimenti?

Il presidente dell'Iss ha anche sollevato un altro tema di grande interesse, quello del pericolo di trasmissione del Covid 19 attraverso gli alimenti: "Ferma restando l'assenza di evidenze rispetto alla trasmissione alimentare del virus e la valutazione da parte dell'Oms che la possibilità di contrarre il Covid-19 tramite gli alimenti o tramite le confezioni alimentari sia altamente improbabile, nel corso dell'epidemia da Sars CoV-2, la tutela dell'igiene degli alimenti richiede di circoscrivere, nei limiti del possibile, il rischio introdotto dalla presenza di soggetti potenzialmente infetti in ambienti destinati alla produzione e commercializzazione degli alimenti". 

"Le principali pratiche igieniche in adozione per evitare la contaminazione degli alimenti da parte di microrganismi nocivi per la salute umana quando si maneggiano, preparano, trasformano, confezionano e imballano gli alimenti rappresentano un approccio idoneo anche nei confronti della diffusione del Sars-CoV-2 - ha rimarcato Brusaferro - In particolare le pratiche igieniche per evitare la contaminazione degli alimenti includono le procedure finora adottate per la sicurezza degli alimenti".

Coronavirus, Brusaferro: ''No a usi eccessivi di disinfettante''

Sull'uso dei disinfettanti, Brusaferro è stato chiaro: "I diversi Rapporti Covid-19 dell'Iss hanno fornito indicazioni sull'igiene delle mani e degli ambienti e sul corretto uso dei disinfettanti anche come validi sistemi di prevenzione e controllo della diffusione del virus alternativi all'uso dei guanti monouso, anche se devono essere evitati usi impropri ed eccessivi dei prodotti chimici per ridurre le esposizioni e intossicazioni da sostanze pericolose". 

L'igienizzazione "accurata e frequente delle mani è un elemento essenziale della prevenzione del contagio", ed è stata "ampiamente e fortemente incoraggiata dall'Istituto Superiore di Sanità sin dall'inizio della pandemia. Tuttavia in alcuni casi specifici è opportuno, in aggiunta alla igienizzazione delle mani, utilizzare guanti monouso al fine di ridurre il potenziale di contaminazione dei prodotti e garantirne la sicurezza", afferma Brusaferro in un report per la Commissione. Ma in quali casi usare anche in guanti? "Ad esempio negli esercizi commerciali dove il consumatore ha facoltà di venire a contatto con gli alimenti (es. ortofrutta e panetteria)", 

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