Martedì, 20 Aprile 2021

Coronavirus, perché non sta affatto andando bene

La cura a domicilio, come testimoniano i virtuosi casi della Cina e della Corea del Sud, non rappresenta la soluzione, anzi, può diventare parte del problema. 

Coronavirus, a Milano bisogna pensare alla "cura". E il sindaco della città, Giuseppe Sala, torna a chiedere attenzione: "Che ci diano le mascherine, più tamponi, test sierologici". Sono lontani i tempi del video "Milano non si ferma" e Sala attacca la Regione Lombardia, che in questi giorni ha acceso un faro su Milano dove i dati del contagio da nuovo coronavirus non mostrano un rallentamento.

A dispetto di quanti accusano che vi sia "troppa gente in giro", i controlli non hanno registrato esodi dalla città e la maggior parte di quanti sono stati trovati fuori casa, lo faceva nel rispetto delle regole. Ma allora, dove si trova il problema? Lo spiega la divulgatrice scientifica Roberta Villa in un analitico post sui social ripreso anche dal celebre virologo Roberto Burioni.

La premessa è ormai chiara ai più: fino a quando non ci sarà una cura l'unico modo per passare da una fase 1 di contenimento del coronavirus ad una fase 2 di convivenza con la pandemia, è quello di tenere sotto controllo i contagi. E in due mesi l'Italia ha fatto davvero poco.

Se tutta l'attenzione è finita sullo tsunami che ha travolto i reparti di terapie intensiva, poco è stato fatto per dare adeguate protezioni ai medici di famiglia (ne avevamo parlato con Nino Cartabellotta e con Silvestro Scotti, ndr) che sono impegnati a rassicurare i pazienti costretti a curarsi a casa. Ma la cura a domicilio, come testimoniano i virtuosi casi della Cina e della Corea del Sud, non rappresenta la soluzione, anzi, può diventare parte del problema. 

"I pazienti che vivono soli, tantissimi a Milano, debolissimi e magari con la febbre alta, restano completamente abbandonati a se stessi. Probabilmente non mangiano. Forse non bevono a sufficienza. Si disidratano. Si indeboliscono, e quando finalmente ricevono soccorso magari è troppo tardi - spiega Roberta Villa - Chi ha la 'fortuna' di vivere con qualcun altro, invece, ha chi gli dà da mangiare. Ma i familiari escono a fare la spesa, col rischio di portare fuori l'infezione, e inevitabilmente si ammalano anche loro, anche perché la maggior parte della gente, soprattutto a Milano, non ha una stanza solo per sé in cui rinchiudersi, né un secondo bagno da riservarsi".

Come dimostrano gli ultimi dati la maggioranza dei contagi si registra tra le mura di casa. Invece in Cina e Corea le autorità hanno fatto ricorso a "Covid hospis", spazi per ospitare in isolamento i pazienti positivi al nuovo coronavirus anche quando presentano pochi sintomi e non necessitano un ricovero ospedaliero.

"In Lombardia - spiega ancora Roberta Villa - la situazione non può migliorare fino a quando:

  • non si potenzieranno i servizi di spesa online o almeno di prenotazione della fascia oraria in cui andare
  • non si organizzeranno squadre di giovani volontari addestrati e protetti per eventuali necessità da portare la spesa o, in alcuni casi, far da mangiare a chi è solo in isolamento, fino a portargli fuori il cane
  • non si organizzeranno alberghi per ospitare in isolamento i positivi che stanno bene (no, due a Milano non bastano. Lo so che costano, ma costa di più la terapia intensiva). Quando si parla di Cina o Corea, la differenza non la fanno solo mascherine o test, ma soprattutto l'isolamento dei positivi
  • non si sottoporranno a tampone anche tutti i pazienti a domicilio, anche con sintomi lievi, anche su richiesta e a pagamento (come in Germania), eventualmente con drive-in o test "sulla porta di casa" (per poi isolarli e assisterli, però, il tampone da solo non cura)
  • per potenziare la capacità di test non si accetterà l'offerta dei maggiori centri di ricerca, sicuramente in grado di svolgerli in maniera affidabile
  • non si potenzieranno (non solo di numero!) le pochissime unità di cura a domicilio
  • non si forniranno di protezioni ADEGUATE i medici
  • non si stabilirà un protocollo di trattamento anche a domicilio che vada al di là del paracetamolo, senza lasciare che ciascuno si arrangi secondo la voce dell'ultimo messaggio ricevuto su WhatsApp".

L'assessore all'Urbanistica del Comune di Milano, Pierfrancesco Maran, ha spiegato che per ovviare ai contagi intrafamiliari all'Hotel Michelangelo i posti per la "quarantena in sicurezza" ci sono, ma in pochi vengono inviati qui: Attualmente ospitiamo 102 persone su quasi 300 posti, in più abbiamo individuato altre 15 strutture idonee che potrebbero essere aperte".

Si prefigura un altro cortocircuito nella catena decisionale dopo il caos sulle Residenze per anziani e le polemiche per lo scarso utilizzo dei posti letto disponibili al nuovo ospedale alla Fiera di Milano.

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Altro che Milano non si ferma: il lockdown era indispensabile ma è inutile parlare di fase 2 a Milano così come nel resto d'Italia solo pattugliando le strade: più passano i giorni più il governo dovrà rispondere dei problemi che non riesce a risolvere, in primis il numero e la velocità dei tamponi e dei test sierologici. Senza mascherine non si può ripartire - e sono arrivate in colposo ritardo solo ai medici ospedalieri -  così come non si potrà ripartire senza la app di contact tracing da installare sui telefoni per identificare e isolare sul nascere i focolai. Perché non finirà a breve e il ritorno alla normalità sarà cadenzato da molti passi avanti e alcuni prudenti arretramenti. 

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