Mercoledì, 21 Aprile 2021

Coronavirus, allarme giovani: ''Uno su tre può avere forme gravi''

Secondo uno studio dell'University of California di San Francisco (Ucsf), la vulnerabilità medica complessiva nei pazienti tra i 18 e i 25 anni è superiore al 30%

Foto di repertorio

All'inizio della pandemia sembrava che il nuovo coronavirus fosse più pericoloso per le persone anziane, una convinzione che nel corso del tempo ha perso “forza”: un giovane su 3 può ammalarsi di Covid-19 in forma grave. Il nuovo allarme arriva da uno studio dell'University of California di San Francisco (Ucsf), nel quale gli autori hanno esaminato un campione rappresentativo a livello nazionale degli States di circa 8.400 ragazzi e ragazze dai 18 ai 25 anni d'età. Il lavoro, pubblicato sul 'Journal of Adolescent Health', conclude che la 'vulnerabilità medica' complessiva fra i giovani è del 33% per i maschi e del 30% per le femmine.

Il nuovo studio è stato condotto per approfondire una dinamica dell'epidemia in corso negli Usa. Il numero di giovani infettati dal coronavirus Sars-CoV-2 è infatti in aumento in tutta la nazione, spiegano gli autori del lavoro, ricercatori del Benioff Children's Hospitals (Ucsf), che avvertono: l'essere giovani potrebbe non proteggere a 360 gradi dal rischio di incorrere nella malattia in forma grave.

Fermo restando che i pazienti over 65 hanno una probabilità di essere ricoverati in ospedale significativamente più alta rispetto ai giovani, dati dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc), non inclusi nello studio, evidenziano - confrontando la settimana del 21-27 giugno con quella del 12-18 aprile - un aumento del 299% dei ricoveri per i giovani adulti, rispetto a un aumento del 139% dei ricoveri per gli anziani. Il team guidato dalla prima autrice Sally Adams, ha determinato la vulnerabilità dei ragazzi facendo riferimento a indicatori identificati dai Cdc: condizioni cardiache, diabete, asma, patologie autoimmuni come lupus o artrite reumatoide, condizioni epatiche, obesità e fumo nei 30 giorni precedenti. Fra le altre cose è emerso che l'impatto del fumo ha superato altri rischi meno comuni, riferiscono gli autori.

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