Lunedì, 1 Marzo 2021

Cos'è questa storia del coronavirus in Italia già nell'estate 2019

Se "affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie", allora non ci siamo. Tutto quello che non torna nello studio dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano, secondo il quale il Sars-CoV-2 era nella Penisola da molto prima dell'inizio "ufficiale" dell'epidemia

Milano ai tempi del Covid. Foto: Ansa/Corner

"Affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie" diceva Carl Sagan, astronomo, divulgatore scientifico. La frase è ripresa oggi anche da Roberto Burioni su Twitter. Al centro dell'attenzione c'è lo studio guidato dall'Istituto nazionale dei tumori di Milano, secondo il quale il Sars-CoV-2 circolava in Italia fin dall'estate 2019, ben prima dello scoppio della pandemia. I ricercatori si dicono certi che a settembre ci fosse chi aveva già sviluppato gli anticorpi. Le cose stanno davvero così?

Il virus in Italia a settembre 2019? Molto probabilmente non è così

Lo studio ha preso in esame una serie di screening per la campagna contro il cancro al polmone fatti in tempi non sospetti. Che cosa emergerebbe? Il primo caso documentato dalla presenza di anticorpi in campioni di sangue sarebbe in Veneto, datato 3 settembre 2019; ma fin dall'inizio il maggior numero di casi sarebbe stato nascosto in Lombardia. Il lavoro pubblicato sulla rivista scientifica Tumori Journal, e che porta la firma di Giovanni Apolone, direttore dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano, e di Emanuele Montomoli dell'Università di Siena, condotto anche in collaborazione con l`Università Statale di Milano, non convince però i massimi esperti mondiali. Vediamo insieme i lati poco chiari di uno studio che cambierebbe completamente la geografia e la storia della pandemia. 

Innanzitutto la forma è anche sostanza. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista dell'Istituto. Una scoperta del genere avrebbe meritato spazio sulle più importanti riviste scientifiche internazionali. Una scoperta così importante meriterebbe molto più di un paper su "Tumori Journal", che ha un impact factor (un indice sintetico che misura il numero medio di citazioni ricevute in un particolare anno da articoli pubblicati in una rivista scientifica nei due anni precedenti, ndr) dello 0,87, cioè 80 volte meno importante del New England Journal of Medicine. I ricercatori hanno sempre bisogno di buone pubblicazioni, perché questa scelta? "La decisione di pubblicare il nostro lavoro su un giornale istituzionale fa parte della nostra policy e si è basata sulla volontà di rendere disponibili queste informazioni subito. I tempi per le riviste ad alto IF sono lunghissimi" ha scritto su Twitter una delle autrici, Gabriella Sozzi. Si potrebbe ribattere, come fa il professor Andrea Capocci, che se la priorità è la rapidità di circolazione dell'informazione c'è medrxiv, rapidissimo e accessibile a tutti, "che serve proprio a questo. Non una rivista sconosciuta con un paywall come Tumori Journal". La comunità scientifica avrebbe forse potuto revisionare il lavoro con attenzione. 

Tutte le cose che non tornano

Ma andiamo avanti. Francois Balloux, uno dei massimi esperti sull'argomento "evoluzione del virus", direttore dell'UCL Genetics Institute, analizza le cose che "non tornano" dello studio che farebbe risalire a tre mesi prima di quanto appurato finora la comparsa del nuovo coronavirus. Il primo caso confermato secondo la comunità scientifica internazionale è infatti del 17 novembre 2019 in Cina. Ci sarebbe un caso confermato in Francia intorno alla metà-fine di dicembre. Ci sono anche prove che il virus fosse in circolazione in Italia a dicembre 2019 sulla base dell'analisi delle acque reflue.

"Le analisi di migliaia di genomi - scrive Balloux su Twitter -  indicano un'origine (salto di specie animale-uomo) a ottobre / novembre 2019 in Cina e una rapida diffusione in Europa. Indipendentemente da come si eseguono le analisi, la diffusione in Italia ad agosto è incompatibile con i dati". Gli studi genetici di evoluzione del virus raccontano un'altra storia.

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La diffusione del SarS-CoV-2 nel mondo. Immagine: Balloux/Twitter

Covid in Italia già da settembre 2019?

Dire che il virus circolava in Italia ad agosto "è un'affermazione molto forte, che richiederebbe prove forti. Il documento non è convincente. I metodi sono spiegati male" continua Balloux, che poi avanza un'ipotesi: "Potrebbero aver rilevato una reattività crociata con due HCoV endemici del "raffreddore comune" (OC43 e HKU1), che hanno un'omologia abbastanza elevata in alcune regioni della proteina spike. Tuttavia, è difficile esserne sicuri date le prove limitate fornite nel documento". In pratica si mette in dubbio la precisione del test utilizzato: gli anticorpi ritrovati potrebbero essere quelli prodotti in risposta ad altri più comuni coronavirus. Il controllo di specificità del test usato non è messo nero su bianco né nel preprint che descrive il saggio né nel lavoro che sostiene di aver provato la circolazione del virus in Italia due estati fa. 

"Non a caso - scrive Enrico Bucci (Cattivi Scienziati) su Facebook - quando gli autori prendono i 111 campioni che a loro dire conterrebbero anticorpi contro SARS-CoV-2 e testano la capacità di questi campioni di inibire l'infezione su cellula del virus (fatto che dovrebbe verificarsi se i campioni di pazienti davvero contenessero anticorpi specifici contro il domino RBD del virus SARS-CoV-2), solo 6 risultano davvero attivi; un numero pienamente compatibile con errori del test e rumore statistico.."

"A meno che non possa essere confermata da prove di gran lunga migliori, credo - commenta il professor Balloux -  che l'affermazione che Covid-19 circolasse in Italia ad agosto possa essere tranquillamente ignorata". Infine, l'esperto si lascia andare a una valutazione di carattere generale: "Questo è un tipico caso di gran parte di ciò che non va nella scienza (e nel reporting scientifico)" ai tempi della pandemia: "Affermazioni forti supportate da prove inconsistenti vengono ampiamente riportate senza il necessario controllo".

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Ci sono in ogni caso aspetti e conseguenze laterali che emergono dallo studio dell’Istituto Tumori di Milano: potrebbe rappresentare un indizio in più della cross-reattività degli anticorpi. Ovvero? Negli scorsi giorni su Scienceonline era stato pubblicato un articolo che parlava proprio della presenza di anticorpi "anticovid" preesistenti alla pandemia di Sars-CoV-2, probabilmente cross reattivi. Ma si parla sin dalla scorsa primavera del fatto che gli anticorpi che si generano in caso di Sars e raffreddori potrebbero essere almeno parzialmente efficaci contro il virus causa di Covid-19. Un'ipotesi - e speranza - che aveva trovato spazio ad aprile e maggio su studi pubblicati su riviste prestigiose come Cell e Nature. Questo potrebbe spiegare -tra le varie cose- anche perché ci sia ancora oggi così tanta differenza nei sintomi e nella gravità di Covid-19. Com'è possibile che una persona che non è mai entrata in contatto con Sars-Cov-2 (il virus che causa Covid-19) possegga anticorpi capaci di riconoscere comunque il virus? Il fenomeno non è affatto nuovo. Gli esperti lo chiamano cross-reattività, ovvero la capacità da parte di un anticorpo di agire contro virus differenti ma molto somiglianti -almeno in alcune parti- fra loro. Un fenomeno che potrebbe valere anche per Sars-Cov-2. Siamo nel campo delle ipotesi.

Marco Gerdol, ricercatore e divulgatore che sulla sua pagina Facebook racconta puntualmente da mesi molti aspetti interessanti del mondo scientifico ai tempi dell'emergenza sanitaria, nota che questa storia "mette in luce quanto sia diventato malato il sistema accademico basato sul "publish or perish", le cui criticità stanno emergendo con sempre più forza nell'epoca Covid-19, in cui alcune pratiche editoriali che in tempi "normali" non sarebbero mai state utilizzate vengono applicate con una certa disinvoltura. La fretta raramente è una buona consigliera nella vita e men che meno lo è quando si tratta pubblicare".

Gerdol torna anche sulla scelta di pubblicare proprio su Tumori Journal, giornale edito dall'Istituto Nazionale dei Tumori, "struttura alla quale sono afferenti 8 dei 16 autori di questo lavoro. Pubblicare "in casa" non è affatto un peccato mortale, e non c'è anzi nulla di male nel farlo, finché il processo di peer-review è trasparente. D'altra parte la possibilità di avere contatti diretti con l'editorial board può essere un elemento molto importante nella scelta di un giornale per la pubblicazione, specialmente quando si hanno "dati caldi" tra le mani e la fretta di pubblicare è molta. Va detto però che ciò che indicato nel riquadro rosso in basso punta a tutto fuorché alla trasparenza nelle pratiche editoriali, dal momento che la data in cui l'articolo sarebbe stato ricevuto dagli uffici del giornale e la sua pubblicazione coincidono".

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Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano, esprime giganteschi dubbi che il virus fosse in Italia già da settembre 2019. "Vediamo di avere delle conferme reali - ha infatti detto -. È veramente difficile pensare che il virus sia così vecchio. Se lo fosse, bisogna chiedersi perché non ha creato molto prima focolai". Meno sensazionalismo, in tutte le direzioni, in tutti i sensi, probabilmente gioverebbe alla qualità del dibattito. Così come meno annunci, di qualsiasi tenore. Mente fredda, lucidità. Intanto la notizia fa già il giro del mondo: oggi ne parlano tutti, dalla Reuters alla Cnbc, dalla Faz all'inevitabile Daily Mail

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