Coronavirus, 10mila nuovi giovani medici subito al lavoro: "La laurea diventa abilitante"

Il ministro Manfredi: "Abbiamo accorciato di otto, nove mesi l'ingresso nel mondo del lavoro dei laureati in Medicina. Lo chiedevano gli studenti, i camici bianchi, gli amministratori della sanità". Intanto i medici al lavoro senza sosta fanno i conti con la carenza di mascherine

L'ospedale di Codogno, foto: Ansa

C'è anche questo nel decreto Cura Italia: la laurea in Medicina sarà definitivamente abilitante alla professione medica. "I diecimila laureati in Medicina che hanno fatto domanda per l'Esame di Stato, fino a ieri necessario per l'abilitazione al mestiere" potranno "essere impiegati subito nei servizi territoriali, nelle sostituzioni della Medicina generale, nelle case di riposo. Libereranno diecimila medici che, loro sì, saranno trasferiti nei reparti di corsa". Lo spiega il ministro dell'Università e della Ricerca Scientifica Gaetano Manfredi in un'intervista a Repubblica.

"È una legge di Stato, definitiva. Con questo decreto abbiamo accorciato di otto, nove mesi l'ingresso nel mondo del lavoro dei laureati in Medicina. Lo chiedevano gli studenti, i camici bianchi, gli amministratori della sanità. La laurea per gli infermieri, le Professioni mediche appunto, già funziona così. Il bisogno di medici in Italia negli ultimi anni è diventato un'urgenza, l'emergenza epidemiologica ci ha fatto accelerare i tempi e varare una cosa giusta. Ci adeguiamo agli standard europei", aggiunge il ministro.

Coronavirus, 10mila nuovi medici subito al lavoro

"Nel decreto Cura Italia viene finalmente alleggerito il vecchio sistema di abilitazione alla professione medica che prevedeva, al termine del percorso di laurea, il superamento di un ulteriore esame di stato per poter prestate il proprio lavoro in corsia". Lo dichiarano in una nota Rosa Maria Di Giorgi e Flavia Piccoli Nardelli, parlamentari del Pd. "La decisione del ministro Manfredi, sulla quale già da tempo riflettevamo, supplisce alla strutturale carenza di medici nel nostro Paese poiché consegnerà ai laureati in Medicina e Chirurgia l'immediata abilitazione alla professione, evitando ulteriori lungaggini visto che tra la laurea e l'esame di Stato potevano trascorrere anche diversi mesi. Negli ospedali italiani servono medici e servono subito. L'emergenza coronavirus ha solo accelerato questa rivoluzione a nostro avviso fondamentale per tutto il servizio sanitario nazionale", concludono.

Sono oltre quattrocento nel frattempo le istanze pervenute dai medici che stanno rispondendo al reclutamento della Regione Sicilia per fronteggiare l'emergenza Coronavirus nell'Isola. Il policlinico Martino di Messina - azienda capofila per l'arruolamento del personale medico - ha già individuato, tra questi, 350 professionisti così suddivisi: 80 specializzati, 70 specializzandi e 200 non specializzati. Il bando, comunque, resta ancora aperto. Questo personale verrà destinato alle corsie degli ospedali di tutto il Sistema sanitario regionale.

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Medici, non ci sono abbastanza mascherine: "Tutelare i lavoratori"

Intanto i medici al lavoro senza sosta in queste settimane fanno i conti con un problema concreto: non ci sono abbastanza mascherine. "Il problema delle mascherine è un problema terrificante e appartiene alla qualità delle stesse - dice il dottor Pierino Di Silverio, responsabile Anaao Assomed Settore Giovani, su Radio Cusano Campus - Questo problema è stato avallato da una legge che ha modificato la certificazione delle stesse. Dall'estero sono arrivate mascherine che sono carta, con che coraggio si può prendere in giro un operatore sanitario in questo modo? Ricordiamo che la durata delle mascherine chirurgiche è stata stimata in circa 6-8 ore e c'è un razionamento in tutti gli ospedali dove siamo costretti a portarci a casa le mascherine, al termine di una giornata di lavoro, come se fosse oro di famiglia".

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"In questo modo non si tutelano i lavoratori ma si mettono a rischio. Non voglio aprire polemiche ma non si può tacere quella condizione drammatica in cui si trovano i medici a lavorare, una situazione che nessuno si aspettava e a cui non siamo preparati. L'impressione, quando noi medici torniamo a casa e mettiamo la testa sul cuscino, è quella di aver fatto una guerra dove noi siamo i soldati che vanno in prima linea e non abbiamo però né caschi, né armi, né uniformi, ma noi però ci siamo sul campo, tutti i giorni".

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