Coronavirus, per ora il modello cinese funziona ma in Italia non è replicabile

Dopo nove settimane di lockdown a Wuhan sono tornati a circolare i bus. La rigida quarantena imposta da Pechino ha fatto indietreggiare il virus, il vero test però inizia ora. Il nostro Paese guarda soprattutto alla Corea del Sud

Operai lavorano in un'azienda di Wuhan

Dopo nove settimane di lockdown sulle strade di Wuhan hanno ricominciato a circolare i bus. In tutto, secondo le autorità locali, sono tornate in funzione 117 linee, circa il 30% del totale. Sui mezzi, oltre all'autista, c'è un "controllore della sicurezza", che verifica che i passeggeri abbiano il 'via libera' sanitario che ne attesta il buono stato di salute. Insomma, il governo cinese non abbassa la guardia. Autisti e controllori sono obbligati a indossare guanti e mascherine e a sottoporsi a controlli quotidiani della temperatura. I passeggeri devono osservare la distanza di sicurezza e tenersi a debita distanza. Le vetture, che viaggiano con i finestrini aperti, vengono sanificate alla fine di ogni corsa.

A tre mesi dallo scoppio dell’epidemia anche la "zona rossa" sta lentamente tornando alla normalità. Insieme a quello della Corea del Sud, il modello cinese viene guardato con interesse dai Paesi Occidentali, che però hanno qualche difficoltà ad imitarlo. Il lockdown cinese è stato molto più rigido rispetto a quello che stiamo sperimentando in Italia. Nelle zone focolaio del virus (un'area di 60 milioni di abitanti) i mezzi di trasporto erano stati soppressi, i quartieri venivano presidiati dalle forze di polizia e controllati dalle telecamere. Ai residenti era stato imposto il divieto assoluto di muoversi. 

Perché in Italia il modello cinese non è replicabile

"In Cina nessuno usciva di casa ma non possiamo assolutamente replicare quel modello, abbiamo i limiti di una democrazia", ha detto oggi il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, su Rai 1. Opinione condivisa da Giuseppe Maria Milanese, medico infettivologo e presidente di Osa (Operatori Sanitari Associati). All’Adnkronos Milanese ricorda che in Cina le misure restrittive più rigide hanno riguardato circa 60 milioni di persone, "isolate da ogni punto di vista, su un totale di oltre un miliardo che invece ha continuato a vivere e a produrre, coprendo anche il fabbisogno di chi era impossibilitato a farlo. Noi - ha aggiunto - non possiamo isolare l’intera popolazione, semplicemente per la necessità di consentire lo svolgimento delle proprie attività a una serie di categorie di lavoratori". Per questo, "non potendo imporre la clausura per tutto il periodo necessario, allentata la restrizione si ricomincerà daccapo, con nuovi focolai, un altro picco e via dicendo".

La strategia del Dragone sta funzionando? 

Secondo un report dell’Imperial College di Londra, nonostante l’attività economica sia ripresa, sia in Cina che ad Honk Kong finora non c’è stato un aumento significativo dei contagi. Lo studio suggerisce che la strategia messa in atto da Pechino possa insomma rivelarsi efficace anche ora che c’è stato un allentamento delle misure di contenimento: tutto ciò a patto di adottare dei rigidi protocolli di prevenzione (come in effetti le autorità cinesi stanno facendo). In questo senso le prossime settimane saranno decisive per capire se la Cina riuscirà a tenere sotto controllo l'epidemia anche ora che il blocco è stato allentato.  

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L'Italia guarda alla Corea del Sud

Per il futuro l'Italia guarda però con più attenzione al modello coreano che ha diverse peculiarità: test a tappeto, monitoraggio continuo dei sanitari, tracciamento (tramite un’applicazione) dei cittadini e isolamento delle persone venute in contatto con soggetti infetti: "In Corea del Sud  - spiega Milanese - i numeri del contagio sono crollati non a fronte di una reclusione generalizzata, ma grazie all'esecuzione di massa dei tamponi, individuando tutti i soggetti positivi, anche quelli asintomatici, costringendo alla quarantena insieme a tutti coloro che vi erano stati a contatto". 
 

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