Coronavirus, com'è nato il "modello Veneto" e perché andrebbe esteso a tutta Italia

Test a tappeto grazie ad un metodo operativo "fatto in casa" e a un macchinario da mezzo milione di euro che permette di risparmiare tempo e reagenti. Parla Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell'Azienda ospedaliera di Padova

Padova, ANSA/NICOLA FOSSELLA

"In questa fase in cui alcune misure di contenimento e distanziamento sociale verranno via via e progressivamente eliminate esisterà sicuramente la possibilità che nuovi focolai compaiano. Noi adesso abbiamo la ricetta per spegnerli, ormai la conosciamo: circoscrivere l'area, fare tamponi a tutti, isolare le persone positive sintomatiche e non, e dopo 7-8 giorni rifare la stessa cosa per prendere i casi eventualmente sfuggiti". A parlare è Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell'Azienda ospedaliera di Padova nonché "padre" del modello Veneto, la regione che sin qui è riuscita meglio a contenere l’epidemia.

Dopo il focolaio scoppiato a Vo’ la strategia è stata quella di fare test a tappeto e isolare i pazienti covid-positivi così come tutti i contatti. Come ci si è riusciti? Crisanti spiega di aver ideato una sorta di metodo "fatto in casa"  che, insieme a un "nuovo macchinario" hi-tech "da mezzo milione di euro", ha permesso all'azienda ospedaliera di Padova di avvicinarsi al "traguardo di 100 mila tamponi" processati per la rilevazione delle positività al nuovo coronavirus.

Un metodo operativo realizzato in casa

Nel corso di una diretta facebook il virologo spiega com’è nato il 'modello Veneto’'. "Già il 20 gennaio - dice Crisanti - avevo fatto presente all'azienda ospedaliera la necessità di sviluppare un saggio diagnostico che ci permettesse di identificare le persone positive a Covid-19, iniziando così a mettere a punto una metodica abbastanza complessa perche il tampone è solo un mezzo di prelievo, a cui fa seguito una fase di estrazione degli acidi nucleici, una fase di distribuzione dei reagenti e poi c'è una fase di lettura. Specifico tutto questo – prosegue - perché abbiamo scelto fin dall'inizio un metodo operativo realizzato 'in casa' senza dover fare rifernimento a fornitori, ed è una cosa che ci ha contraddistinto perché fin dall'inizio abbiamo scelto di fare un test fatto in casa validando i risultati iniziali con quelli dello Spallanzani. Con una concordanza al 100% abbiamo iniziato a fare i test alle persone che presentavano i criteri iniziali identificati dall'Oms".

La sfida di Vo' 

Poi, ricorda il virologo, "c'è stato il primo caso di coronavirus in Italia e lì è arrivata la prima sfida: la Regione Veneto chiedeva di fare i test a 3.300 abitanti di Vo' Euganeo. È stato il primo stimolo per riorganizzare il lavoro e il flusso. Siamo passati da un centinaio a mille tamponi al giorno per poi arrivare progressivamente ai 2.500 di media giornaliera degli ultimi mesi. Questo è risultato uno strumento fondamentale, prima di tutto per spegnere il focolaio di Vo'".

L'intuizione di Crisanti: un macchinario hi tech per risparmiare tempo e reagenti

Per aumentare la capacità di fare i test si è rivelato decisivo l’acquisto di un macchinario hi-tech in grado di analizzare i tamponi più velocemente utilizzando una quantità di regente molto minore. "Nella mia esperienza precedente all’Imperial College avevo visto in opera una strumentazione fantastica – spiega Crisanti - che anziché movimentare meccanicamente i liquidi attraverso pipette lo fa con gli ultrasuoni a una velocità spettacolare,  e quindi ho chiesto all'Azienda ospedealiera di comprarla sapendo solo teoricamente che avrebbe funzionato, e devo dire che funziona benissimo. Ringrazio pubblicamente della fiducia che mi è stata data perché è una strumentazione che costa circa mezzo milione di euro". 

Stessa quantità di reagente per analizzare molti più tamponi

La nuova strumentazione "ha permesso di risparmiare molto tempo e di introdurre un parallelismo di processazione: ora riusciamo a processare 384 tamponi alla volta in dieci minuti". Non solo: "La macchina precedente - continua il virologo - aveva bisogno di una quantità di reagenti che era cinque volte superiore a quella che dobbiamo utilizzare con questa macchina". 

Ciò significa che con "gli acquisti che facemmo per ottenere 500mila reazioni adesso bastano per due milioni e mezzo di reazioni. So che la Regione, che ringrazio, vuole acquistare un altro macchinario simile da dare a un'altra azienda ospedaliera per aumentare ulteriormente la capacità. Ricordo che in una delle prime riunioni fatte dopo i primi casi abbiamo subito deciso di difendere l'ospedale, per questo buona parte dei tamponi l'abbiamo fatta al personale e a tutto il reparto in caso di casi sospetti – dice ancora Crisanti -, compresi i pazienti".

"Una ricetta per bloccare nuovi focolai"

In Veneto, e in particolare a Vo’, questo modello ha funzionato. "A tutt'oggi, dopo 6 settimane non c'è stato più nessun caso" di Covid-19 "a Vo' Euganeo e questo dovrebbe essere adottato come lezione per spegnere i focolai futuri. Uno dei grandi insegnamenti – sottolinea il virologo - è che è possibile spegnere i focolai e che gli asintomatici svolgono un ruolo importante. Ora si aprirà una fase nuova che pone grandi sfide. Le persone vogliono riprendere alcune attività sociali, ritornare a lavorare, avere accesso alle funzioni religiose e i tamponi serviranno molto di più". Ci saranno più persone in giro e "dobbiamo avere una ricetta per bloccare eventualmente i focolai". E questa ricetta "passerà necessariamente per la capacità di fare tamponi".

Il virologo Andrea Crisanti spiega com'è nato il 'modello Veneto' | Video

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