Giovedì, 6 Maggio 2021
La maglia nera

Più di centomila persone sono morte per Covid-19

L'Italia è fra i paesi peggiori al mondo in quanto a mortalità. Ma perché ogni giorno contiamo così tante vittime? Tutti gli errori della risposta italiana al coronavirus

Oltre centomila morti: una soglia tragica quella superata oggi, che pone l'Italia tra i Paesi peggiori al mondo per mortalità correlata alla pandemia da Covid-19: 1,652 morti ogni 100mila abitanti. Era il 21 febbraio del 2020 quando il pensionato di Vo Euganeo, Adriano Trevisan, 77enne, venne registrato come prima vittima ufficiale del nuovo coronavirus nel nostro Paese.

Seguirono 54mila vittime tra marzo a maggio 2020: la prima ondata che investì un paese assulutamente impreparato dove neppure vi erano dispositivi di protezione per i medici. Poi la tregua estiva con "appena" 1.846 morti tra giugno e settembre 2020, e infine l'autunno che ha spazzato via l'illusione di un virus più buono e di un sistema sanitario finalmente pronto: il tracciamento (classico e via app immuni) e il contenimento dei focolai sono stati travolti dallo tsunami della seconda ondata e da ottobre a marzo sono 60mila gli italiani morti.

Prima per numeri assoluti nell'Unione Europea, l'Italia veste la maglia nera per tasso di letalità pari al 3,25% delle vittime rispetto ai contagiati (in Usa è all'1,81%, Regno Unito 2,95%). Erano cinque i Paesi con oltre i centomila decessi: con gli Usa capofila (537mila morti), seguiti da Brasile (265mila), Messico (190mila), India (157mila) e Regno Unito (124mila) cui si aggiunge, da oggi, l'Italia.

Perché in Italia ci sono così tanti morti di Covid

A parte i due mesi di "tregua" estiva quando i decessi erano calati a poche unità al giorno, il ritmo dei decessi di persone risultate positive al Sars-Cov-2 non ha mai mostrato segnali di indietreggiamento. Ma perché in Italia ci sono così tanti morti di Covid? L'aspetto demografico con l'alto tasso di anzianità può aver influito: una popolazione anziana e con patologie che ci rende più esposti alle complicazioni indotte dall'infezione.

La saturazione degli ospedali, sopratutto nella prima ondata, può aver influito. Secondo l'ultimo report Iss sulle caratteristiche dei pazienti deceduti, nella prima fase in Lombardia si contavano addirittura il 47,7% dei decessi totali. Nella seconda ondata l'identikit di chi non ce l'ha fatta è sempre tristemente simile: il 60% delle vittime ha più di 80 anni, un altro 25% dai 70 ai 79 anni, sotto i 40 sono 254. Di questi, 36 non avevano patologie di rilievo. Mentre la stragrande maggioranza dei deceduti avevano malattie pregresse.

Una fotografia di un Paese anziano, dove si vive tanto, ma probabilmente gli ultimi anni si vive male. Cardiopatia ischemica, fibrillazione atriale, scompenso cardiaco, ictus, ipertensione arteriosa, demenza, insufficienza renale cronica, insufficienza respiratoria: queste le principali patologie dei pazienti anziani rimasti vittime del Covid ma che se fossero rimasti protetti dal sistema sanitario forse non sarebbero morti. Non a caso la campagna vaccinale, dopo gli operatori sanitari che sono in trincea, ha puntato prioritariamente sugli over 80, tre quarti dei quali però, a oggi, non hanno ancora ricevuto nemmeno una dose.

Per questo oggi è arrivato forte il monito del presidente del Consiglio Mario Draghi che ha fatto capire come l'ipotesi di una nuova stretta delle misure anti contagio sia possibile. Non un lockdown, impossibile da far digerire ad una economia ormai provata, ma ulteriori restrizioni per proteggere la campagna vaccinale che ora dovrà ripartire a ritmi che - almeno nelle intenzioni - dovrebbero essere 6 volte quelli attuali. Due le stelle polari: negli Stati Uniti si inoculano 2 milioni di dosi al giorno e si preparano a riaprire. In Israele entro marzo tutta la popolazione residente maggiorenne sarà vaccinata e già oggi si sperimenta la nuova normalità. Condizionata da un virus che resterà e con cui dovremo convivere. 

Zona super rossa o arancione rafforzato

L'accelerazione del piano vaccinale oggi è stata al centro di un incontro a Palazzo Chigi tra il commissario Figliuolo, il capo della Protezione Civile Curcio, il sottosegretario Garofoli e i ministri Gelmini e Speranza. Domani si riunirà invece la Cabina di regia con un rappresentante per ogni forza di maggioranza: sul tavolo i numeri della terza ondata. Per la seconda settimana consecutiva stanno aumentando in tutta Italia i ricoveri nelle unità di terapia intensiva, con ben 11 regioni che hanno superato la soglia critica e la situazione più grave registrata a Brescia, dove da cinque giorni il tasso di saturazione è del 90%.

terza ondata-3

"Quello sulle terapie intensive è un dato molto sensibile, osserva il fisico Giorgio Sestili, fondatore della pagina Facebook 'Coronavirus-Dati e analisi scientifiche' e del network di comunicazione della scienza 'giorgiosestili.it'. Il tempo che trascorre dal momento del contagio al ricovero in teraia intensiva è infatti relativamente breve e permette di avere un quadro più aggiornato dell'andamento dell'epidemia. Per questo motivo il dato sulle terapie intensive viene utilizzato da alcuni come base per calcolare un indice di contagio Rt più aggiornato rispetto a quello calcolato dall'Istituto Superiore di Sanità e per avere una stima del tempo di raddoppio della curva epidemica.

A livello locale si osserva una situazione molto eterogenea, dove sono attualmente Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna ad avere una crescita esponenziale, la Puglia è stabile, la Sicilia è l'unica regione con un trend in discesa. Cosa fare ora? Il governo ha promesso "scelte meditate, ma rapide". Non resta che attendere.

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