Il coronavirus è morto? Cosa dicono gli esperti

Mentre c'è chi dice che il Covid si sia indebolito, il numero dei contagi continua a rimanere alto. Secondo Burioni ''non esiste la prova di un virus buono''

Foto di repertorio

Piacerebbe a tutti poter dire ''il Covid è sconfitto, è morto, non esiste più''. Ma l'aumento dei contagi avvenuto nelle ultime settimane, seppur differente da quello visto a marzo, ci consegna una risposta non certo positiva: il virus circola ancora, anche se è cambiato rispetto all'inizio della pandemia. Magari è diventato meno letale, anche grazie all'esperienza maturata in questi mesi dal personale sanitario, che ha imparato a gestire e curare i pazienti che arrivano nei pronto soccorso italiani. Ma come stanno le cose? Cosa dicono gli esperti sull'evoluzione del coronavirus?

Burioni: ''Nessuna prova che il virus sia meno aggressivo''

A smentire la possibilità che il virus sia diventato meno aggressivo ci ha pensato Roberto Burioni, che sul suo sito Medical Facts, ha spiegato: "Chi sostiene l’esistenza di un coronavirus più buono ha su di sé l’onere di provarla, così come – sosteneva il grande filosofo Bertrand Russell – se qualcuno afferma che tra la Terra e Marte orbita una teiera di porcellana spetta a lui dimostrare la sua ipotesi e non al mondo scientifico smentirla. Ripetiamo: non stiamo dicendo che un virus 'più buono' non esiste - sottolinea il virologo - Semplicemente che non esiste alcuna prova della sua esistenza. Questo dal punto di vista scientifico chiude al momento la questione".

"Tuttavia è innegabile che nei mesi scorsi la situazione è molto migliorata: per giustificare questo cambiamento è indispensabile immaginare una variante virale meno aggressiva? No", sottolinea l'esperto che aggiunge: "Pensate a una bomba sganciata da un aereo, che in un caso cade in un prato dove delle famiglie stanno consumando un picnic, in un altro caso in una zona fortificata occupata da soldati all’interno di bunker. La stessa identica bomba farebbe gli stessi danni? Ovviamente no. Ed è quello che è accaduto nel nostro Paese". "In primavera - afferma ancora Burioni - il virus ha circolato soprattutto in popolazioni molto vulnerabili, in ospedali e residenze per anziani; nelle settimane più recenti nelle discoteche, frequentate soprattutto da giovani in perfetta salute. La cosa importante da ricordare è che, con misure senza precedenti che hanno visto ognuno di noi (nessuno escluso) come protagonista, siamo riusciti a far abbassare la testa al virus. Abbiamo così creato un bunker anche intorno ai soggetti più fragili".

"Oltre a questo dobbiamo considerare che in primavera - ha aggiunto - a causa dell’emergenza, moltissimi casi non venivano diagnosticati, mentre fortunatamente oggi riusciamo a intercettarne la maggior parte; infine anche se non abbiamo un farmaco risolutivo i medici hanno imparato a trattare meglio i pazienti che soffrono meno complicazioni a causa della stessa identica infezione".

"Infine tutti i virus respiratori nei mesi estivi si trasmettono di meno, e questo coronavirus potrebbe non aver fatto eccezione. Una possibilità, ancora non provata, è che – come accade con altre infezioni virali– un’infezione con una quantità minore di virus potrebbe corrispondere a una malattia più lieve. Stiamo lavorando anche su questa ipotesi con evidenze piuttosto interessanti. Anche in questo caso, sembra essere cruciale il ruolo svolto dalle mascherine e dagli altri strumenti di protezione individuale", sottolinea il virologo concludendo: "Insomma, il virus per quanto ne sappiamo è sempre lo stesso. Modifiche minime senza nessuna correlazione diretta con un quadro clinico meno aggressivo. Al contrario siamo cambiati noi, ed è cambiato di certo il nostro comportamento, molto più attento".

Pregliasco: ''Adesso è giusto fare i test''

Sul tema si era espresso nella giornata di ieri anche il virologo dell'Università di Milano Fabrizio Pregliasco, commentando uno studio firmato dal team di Carl Heneghan, dell'Università di Oxford, secondo cui i numeri della pandemia potrebbero essere sovrastimati perché i test rilevano anche virus morto: ''E' possibile e se ne discute, perché l'indagine molecolare in effetti vede le sequenze genetiche e non il virus vivo. Ma adesso è giusto considerare i risultati positivi e comportarsi di conseguenza, in termini precauzionali".

Dunque i test potrebbero dare falsi positivi, in cui le tracce di vecchie infezioni non si traducono in presenza di virus vivo e capace di infettare altri. "Ma adesso è giusto fare i test e farli in modo razionale e massiccio, per ostacolare il cammino del virus nel nostro Paese e contrastarne la diffusione. Però si tratta di un tema che merita un approfondimento: la stessa Organizzazione mondiale della sanità ha detto che dopo 10 giorni dall'insorgenza più 3 senza sintomi non si è più positivi", conclude Pregliasco.

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Zangrillo: ''Virus morto? Un tono stonato''

Anche Alberto Zangrillo, primario della terapia intensiva del San Raffaele di Milano e medico di Silvio Berlusconi, ricoverato giovedì dopo essere risultato positivo al coronavirus, che per primo aveva parlato di virus 'morto', ha fatto una parziale marcia indietro sull'argomento: "Non nego che quando ho detto che il virus è clinicamente morto, ho usato un tono forte, probabilmente stonato, ma fotografava quello che osservavamo e continuiamo a osservare. Non ho mai negato che il virus esista - ha aggiunto - ma serve distanza dall'isteria collettiva".

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