Coronavirus, perde la zia e il giorno dopo si laurea in medicina: "Pronto a dare una mano"

La storia di Riccardo, 26enne di Lecce: "Donerò ai miei pazienti quella carezza che avrei voluto fare a lei"

Il giovane intervistato da 'LeccePrima'

Ha perso la zia, malata di coronavirus, il giorno prima di discutere la tesi di laurea in medicina all'Università di Foggia. Ma Riccardo, giovane medico di 26 anni, non si è perso d’animo. Anzi. Per lui il lutto è stata un'ulteriore spinta a tagliare il traguardo ed iniziare la sua missione.

"Questa perdita è avvenuta proprio il giorno prima che discutessi la tesi - racconta il giovane a Veronica Valente di LeccePrima - ma insieme alla scomparsa dei miei nonni, non ha fatto altro che rafforzare la mia volontà di aiutare il prossimo a soffrire meno, a vivere dignitosamente. Sarà una sfida alla quale non mi sottrarrò mai".

La discussione non è stata proprio come se la immaginava. I parenti e gli amici non erano con lì di persona e hanno potuto complimentarsi con lui solo attraverso uno schermo. Poco male. "Sono pronto ad arruolarmi e a dare il mio contributo in questa guerra" dice il 26enne. Ti senti preparato? Non hai paura? "Sicuramente, alla fine di questo percorso non abbiamo le competenze cliniche e pratiche di cui ci sarebbe bisogno - ammette il 26enne -, ma potremmo offrire un valido aiuto nello sgravio di altre attività, più semplici, ai quali i medici sono comunque sottoposti quotidianamente".

Per Riccardo fare il medico non è solo salvare vite, "ma soprattutto trasmettere fiducia e speranza, anche con semplici gesti, un sorriso, una carezza... quella carezza che avrei voluto fare a mia zia". Il giovane racconta un episodio toccante: "Mia cugina, un giorno ha chiesto telefonicamente a un’infermiera di farle una carezza. Ho provato un grande senso di impotenza".

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L'amarezza di Riccardo: "Mia zia è morta sola, senza un conforto"

"Mia zia - dice Riccardo - era una donna dolce, generosa, simpatica. Era la mia madrina e le ero molto legato. Aveva da poco compiuto 71 anni ed era malata di Alzheimer, una di quelle malattie che si manifesta all’improvviso, senza dare molte avvisaglie e che, purtroppo, non fa perdere solo la memoria, ma anche la dignità di poter compiere piccoli gesti quotidiani. Era ricoverata in una casa protetta tra le più rinomate di Torino dove, a partire dal 10 marzo, a causa dell’emergenza dovuta al Covid-19, sono state negate le visite ai parenti".

"La situazione - racconta ancora il giovane - è precipitata una settimana dopo, quando hanno comunicato a mio zio del ricovero nell’ospedale Mauriziano a causa di febbre alta, disidratazione e problemi respiratori. Risultata positiva al tampone, è stata sottoposta a terapia con antibiotici e ossigeno. Da infettivologia è stata poi trasferita in un altro reparto, ma non è stata neppure intubata, e dopo dodici giorni di coma ha perso la sua battaglia. Lì, da sola, senza punti di riferimento, senza un conforto, senza una voce che potesse sussurrarle frasi rassicuranti".

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Quando è stata l’ultima volta che l’hai vista? "A Pasqua dello scorso anno, quando sono andato a trovarla a Torino. Mi aveva riconosciuto. Non dimenticherò la nostra passeggiata nel parco della clinica: si sorprendeva come fosse una bambina degli alberi e dei fiori e della vasca con i pesci rossi. Ho provato una grande commozione...". 

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