Coronavirus, il monito: "Seconda ondata? No, è un'ondata unica e ci siamo ancora dentro"

"Non siamo in attesa di una seconda ondata. E' un'ondata unica e siamo in pieno Covid anche a livello europeo" dice Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute. Ma 4 italiani su 10 faticano ad adeguare le proprie abitudini alla nuova normalità

Test sierologici a Roma Tiburtina in una foto Ansa

Come stanno andando le cose? Il peggio è alle spalle o per l'autunno bisogna attendersi un netto aumento dei contagi da coronavirus? "Oggi non siamo in una fase post Covid, non siamo in attesa di una seconda ondata. E' un'ondata unica e siamo in pieno Covid anche a livello europeo". A dirlo è Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute e docente di Igiene all'Università Cattolica, che intervenendo al webinar 'Andare in vacanze in maniera consapevole e responsabile' promosso da Canova Club invita a non abbassare il livello di attenzione.

"Siamo stati bravi", ma non è finita, è il messaggio. "Questo è un virus insidioso che si è evoluto per trasmettersi. E in Italia ci troviamo in una situazione non chiara nella sua evoluzione". E' importante, spiega l'esperto non perdere di vista la situazione sul fronte sanitario. "La differenza più eclatante fra noi e per esempio gli Usa", dice Ricciardi, "è che non avendo loro un sistema di coordinamento pubblico e non avendo optato per una politica unica a livello federale, scontano problemi di sanità pubblica enormi, hanno morti e milioni di infetti e conseguenze gravissime sull'economia. Secondo la Federal Reserve in pochi mesi hanno ridotto del 30% loro Pil". Questo mostra che "non ci può essere soluzione ai problemi economici senza una soluzione ai problemi sanitari".

"Non facciamo come gli altri Paesi che hanno allentato la guardia, come ad esempio la Spagna" continua Ricciardi, che è anche consigliere scientifico del ministro della Salute. L'esperto guarda alla situazione internazionale e non ha dubbi: "Alcuni paesi - dice intervenendo al webinar 'Andare in vacanze in maniera consapevole e responsabile' promosso da Canova Club - hanno aperto troppo presto". "La Spagna ha fatto scelte eclatanti", l'effetto è che "hanno rimesso in circolazione il virus in maniera rilevante". Scelte eclatanti, continua Ricciardi, "si sono viste in Spagna, ma anche in Francia in parte, in Israele, in alcuni Paesi balcanici ed in Est Europa". "Attenti a come si viaggia. La cosa migliore è farlo con i mezzi personali, altrimenti" il viaggio "in aereo è un po' più pericoloso rispetto al treno, perché dipende da come le compagnie gestiscono la distanza fisica, al check-in, in coda e all'interno dell'aereo" stesso, dice Walter Ricciardi. Fra le regole per un'estate sicura ai tempi di Covid-19 Ricciardi ricorda inoltre "il distanziamento, dunque, evitare abbracci, baci, strette di mano e assembramenti, soprattutto in ambienti chiusi, perchè all'aperto con queste temperature" la permanenza del virus è ostacolata. "Al chiuso - continua Ricciardi - se non si può mantenere il distanziamento, occorre indossare la mascherina. Poi è importante il lavaggio regolare delle mani, e l'igiene degli ambienti di vita e di lavoro".

Coronavirus, 4 italiani su 10 faticano a rispettare le regole base della fase 3

"Ben più di un terzo della popolazione italiana, il 38% per la precisione", quindi quasi quattro connazionali su dieci, "trova molto difficile cambiare le proprie abitudini di vita, anche se in gioco c'è la tutela dalla pandemia". Con queste parole Guendalina Graffigna, docente di Psicologia dei consumi e direttore del centro di ricerca EngageMinds Hub dell'Università Cattolica, sintetizza la problematicità dell'adattamento della popolazione alle regole ancora necessarie dopo la Fase 1 e la Fase 2 dell'emergenza Covid-19: indossare la mascherina, igienizzarsi spesso le mani e rispettare il cosiddetto distanziamento sociale. La percentuale di persone riluttanti a cambiare le proprie regole di vita è molto elevata e va a incrociare variabili socio-demografiche. Questi numeri emergono da uno studio del centro di ricerca dell'Università Cattolica - condotto con un sondaggio con metodo Cawi (Computer Assisted Web Interview) su un campione di 1000 italiani rappresentativo della popolazione italiana.

La difficoltà ad adeguare le proprie abitudini alla nuova normalità imposta dalla convivenza con il nuovo coronavirus è sentita maggiormente dagli uomini (43% contro il 38% medio complessivo), soprattutto se giovani (44% nella fascia tra i 18 e i 34 anni), residenti al sud e nelle isole (42%) e con un reddito di livello medio (47%). E tra coloro che vantano un titolo di studio elevato (laurea o oltre), la quota di italiani 'in difficoltà' sale al 49%. Ma c'è di più. La ricerca ha incrociato il dato di base con altri fattori psicologici. Coloro che percepiscono un rischio di contagio da Covid-19 elevato, mostrano maggiore problematicità ad adattarsi alle misure di comportamento contro la pandemia rispetto alla popolazione generale, tanto che alla domanda 'Sarà molto difficile per me cambiare le mie abitudini di vita durante la Fase 3?' risponde 'abbastanza vero' o 'totalmente vero' il 47% degli intervistati" precisa Graffigna.

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A fare la differenza è anche il livello di coinvolgimento psicologico delle persone nella prevenzione: i ricercatori di EngageMinds Hub hanno studiato e validato scientificamente un indicatore che permette di misurare il livello di proattività e coinvolgimento delle persone nella salute e questo parametro spiega anche le differenti reazioni degli italiani alle misure di contenimento del contagio da nuovo Coronavirus. Infatti, secondo lo studio, coloro che risultano avere un alto livello di 'patient engagement' percepiscono il cambiamento delle proprie abitudini di vita nel corso di questa Fase 3 come meno difficile rispetto alla popolazione generale, mentre coloro che sono in una posizione di basso coinvolgimento percepiscono più difficoltà nel cambiamento. "Questa ultime elaborazioni, e in particolare il dato che attribuisce proprio alle persone più spaventate dal rischio di contagio una maggiore refrattarietà ad adottare comportamenti di protezione dal virus - continua la docente - mettono in luce la complessità psicologica delle reazioni degli italiani alle prescrizioni preventive". In questo caso "spaventare o assumere toni troppo punitivi e severi può generare l'effetto opposto, di chiusura e di disattenzione verso il comportamento preventivo predicato. Al contrario veicolare una comunicazione valorizzante la possibilità delle persone di diventare protagoniste nella gestione della propria salute e che coltivi il loro coinvolgimento attivo nella prevenzione, può risultare più efficace".

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