“Così abbiamo accolto i bambini rimasti soli dopo che i genitori sono stati ricoverati con il coronavirus”

A Milano opera una “casa” per l’accoglienza temporanea dei minori rimasti soli in seguito al ricovero dei genitori a causa del coronavirus, con operatori e volontari che li seguono. L’intervista a Today

Alle pareti ci sono gatti con tute spaziali, pianeti, Topolino vestito da astronauta. Un modo per rendere l’atmosfera ‘fantastica’ e far sembrare meno spaventosi gli operatori che si aggirano con tute protettive, caschi e visiere per i corridoi di "Zumbimbi", la casa di accoglienza temporanea che a Milano ospita i minori rimasti soli dopo che i genitori sono stati ricoverati in ospedale per il Covid-19, garantendone la quarantena in isolamento.

La struttura si trova in via Zumbini 6, all’interno di uno dei più importanti progetti di housing sociale del Comune di Milano, cioè il Villaggio Barona. Agli inizi di marzo, la cooperativa sociale che la gestisce - La Cordata - si è resa disponibile nei confronti del Comune di Milano: la struttura, destinata generalmente a persone in emergenza abitativa che hanno subito sfratti, minori stranieri non accompagnati, mamme con bambini in percorsi di autonomia abitativa, era pressoché vuota e c’era la volontà e la possibilità di riadattarla e metterla a disposizione per progetti legati all’emergenza coronavirus. “Il Comune aveva appena ricevuto una segnalazione da parte del tribunale dei minorenni che lo allertava su una possibile emergenza circa i bambini con genitori ricoverati e a quel punto ci ha contattato chiedendoci la disponibilità in via Zumbini per realizzare un intervento di accoglienza di questo tipo”, racconta a Today Claudio Bossi, presidente de La Cordata, spiegando come è nato il progetto Zumbimbi. “Ci siamo quindi messi in moto coinvolgendo la cooperativa Comim, con cui collaboriamo e lavoriamo a Milano, ed Emergency, che ha un protocollo di collaborazione con il Comune di Milano per supervisione e consulenza sulle strutture di accoglienza sociale”. Con Emergency La Cordata ha lavorato per mettere in sicurezza la struttura (un piano è stato isolato, con accessi separati per l’ingresso e l’uscita delle persone, i corridoi del “pulito” e dello “sporco”, gli spazi per gli approvigionamenti) e per fare formazione agli educatori, per capire come intervenire, quali dispositivi avere e come usuarli, come gestire i bambini - sintomatici e asintomatici - dal punto di vista sanitario, le distanze.

Finora Zumbimbi ha ospitato sette fra bambini e adolescenti. “In tutti i casi si tratta di minori provenienti da nuclei monogenitoriali. Quando il genitore viene prelevato in ambulanza il bambino va con lui. Mentre il genitori viene ricoverato, il bambino in ospedale viene accudito dai servizi sociali ospedalieri, i quali fanno una prima ricognizione nel sistema parentale per vedere se è possibile collocarlo presso parenti, zii, nonni se in età non avanzata, e verificano che questi abbiano la possibilità di accoglierli in una stanza singola e un bagno dedicato al bambino - spiega Bossi - I bambini non vengono tamponati ma vengono considerati contagiosi, quindi le disposizioni che hanno, sia gli ospedali che noi, sono di questa natura. Dopo di che se non riescono in breve a ricollocarli così allora fanno la segnalazione al Comune, che li invia a noi. Noi continuiamo comunque la ricerca dei parenti e quando c’è l’opportunità i bambini vengono mandati a casa di un parente o di un amico di famiglia. Tutto questo ha un processo autorizzato da parte del tribunale per i minorenni. Trattandosi di minori, c’è ovviamente presidio autorizzativo da parte del giudice tutelare che si prende in carico il bambino nel momento in cui viene segnalato”.

Al momento nella struttura ci sono due giovani ospiti, un maschio e femmina di 13 e 14 anni. La mattina continuano a seguire le attività didattiche, dopo di che stanno con gli operatori. Si organizzano con i volontari a distanza, chattano con i compagni di classe. “L’obiettivo è rendere il meno traumatico possibile l'allontanamento. Giocano, possono anche uscire in terrazzo, tenendo le distanze e le mascherine”, specifica Bossi.

La struttura ha a disposizione sedici camere. Tre sono destinate agli spogliatoi per gli operatori, sia in ingresso sia in uscita e per la loro sanificazione. In mezzo al corridoio c’è un grande spazio comune, che funge anche da sala pranzo, ci sono dei terrazzini, per attività da svolgere insieme, dai compiti ai giochi nel pomeriggio. Gli operatori/educatori sono in tutto 24, sempre presenti a turni per tutta la giornata, in più c’è un’equipe di quattro psicologici che a chiamata intervengono da remoto per parlare con gli operatori, sia per gestire eventuali problemi di relazione con i bambini sia per aiutare gli stessi operatori alle prese con un’esperienza di questo tipo. C’è poi un’equipe logistica, che si occupa di approvigionamenti, piccole manutenzioni, materiali, e circa 80 volontari, che dall’esterno - senza accedere alla struttura - si rendono utili per andare ad esempio a comprare il materiale che può servire e portalo in sede. La maggior parte di loro si è resa disponibile per attività didattiche da remoto o attività ludiche, dal racconto delle fiabe all'aiuto nei compiti, alla giocoleria.

“Per Zumbimbi abbiamo creato due protocolli di sostegno al progetto: uno con Terre des Hommes e un altro con la Fondazione di Comunità di Milano, che ha finanziato con 50mila euro questo primo mesi di attività. In più abbiamo lanciato una raccolta fondi”, ricorda Bossi, e tanto materiale è arrivato anche da singoli cittadini. “Siamo stati letteralmente sommersi, la raccolta è stata impressionante. Terre des Hommes ad esempio ha recuperato i tablet da mettere nelle stanze, poi ci sono state donazioni a Pasqua, uova come se piovessero dal cielo. Vestiti, materiali, playstation, quaderni, pennarelli”.

Fortunatamente, i due ragazzini che oggi sono ospitati in Zumbimbi, come pure i bambini che li hanno preceduti, “non hanno espresso grandissimi disagi” e gli operatori sono riusciti a gestirli in maniera positiva e creare un rapporto. “Una delle chiavi di successo di questa situazione è il fatto che abbiano la possibilità di tenersi in contatto con la rete amicale e parentale di riferimento, anche da remoto. La formazione fatta dagli psicologici agli operatori che stanno in struttura si è concentrata sulla necessità di non nascondere la gravità né l’emergenza della situazione - spiega Bocci - I bambini sono molto attenti e capiscono velocemente anche se non verbalizzano, si rendono ben conto. Non ingannarli sulla preoccupazione che anche noi adulti abbiamo è il primo atteggiamento da avere”.

Gli stessi operatori sono stati istruiti dagli psicologi e sono consapevoli della gravità, senza nasconderla nemmeno a loro stessi, perché anche lavorano a contatto con bambini che possono essere positivi (e un paio lo erano, ricorda Bossi), anche loro sono preoccupati per il rischio contagio. Dall’altra parte però c’è la necessità di dare ai bambini un messaggio rassicurante: “Gli operatori fanno capire ai bambini che ‘ci sono’, che c’è qualcuno che si sta prendendo cura di loro e che insieme affronteranno la situazione. Bisogna far capire ai bambini non sono abbandonati a sé stessi ma che ci sono degli adulti in grado di farsi carico della loro e della propria tutela sanitaria in questo momento”.

Ma cosa succederà a Zumbimbi quando l’emergenza coronavirus finirà? “Questa situazione ha consentito in qualche modo di mettere in piedi una struttura che dal punto di vista sanitario ha una sua validità. Il progetto ha comunque dei costi importanti, circa 60mila euro al mese, quindi col Comune stiamo ragionando per capire, compatibilmente con l’utenza di minori, se ci sono altre situazioni che possono avere necessità di una residenzialità leggera anche per brevissimi periodi, come il tempo della quarantena o dell’attesa dell’esito negativo del tampone - spiega Bossi - Adesso non possiamo fare previsioni, ma vedremo se questa struttura ha senso che rimanga aperta anche per utenze diverse che necessitano di periodi di quarantena o sorveglianza sanitaria, ovviamente non rivolgendosi a una popolazione autonoma e adulta (per loro c’è l’hotel Michelangelo, ndr), ma a chi si trova in situazioni di maggiore fragilità e che ha bisogno di un accompagnamento sociale, tipo mamme con bambini, allontanamenti coatti, bambini che vengono prelevati per questioni di abusi o emergenze familiari”.

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