Lunedì, 19 Aprile 2021

Coronavirus e previsioni, perché i modelli matematici hanno fallito (non solo in Italia)

Il virologo Guido Silvestri: "Dopo 34 e 20 giorni dalle 'aperture' di maggio, non c'è alcun segno di quel ritorno della pandemia che certi esperti davano per scontato. I modelli non siano più usati per prendere decisioni politiche". Non è solo un problema italiano

Non c'è stata alcuna ripartenza del contagio di coronavirus dopo le riaperture post-lockdown. E' un dato di fatto. "Oggi è il fatidico 8 giugno. Quello che, se non stavamo attenti, avremmo avuto 151mila malati in terapia intensiva. Invece sono 286. E dopo 34 e 20 giorni dalle 'aperture' di maggio, non c'è alcun segno di quel ritorno della pandemia che certi esperti davano per scontato. Quest'ultimo punto è importante e deve essere ricordato con chiarezza": sono le parole odierne del virologo Guido Silvestri, che invita a guardare ai numeri per prendere atto del fallimento dei modelli matematici: i dati mostrano che sono stati "inadeguati a prevedere l'andamento reale dell'epidemia", osserva lo scienziato italiano docente negli Usa alla Emory University di Atlanta.

"Senza fare polemiche, perché ognuno fa del suo meglio - precisa nella sua rubrica social 'Pillole di ottimismo' - credo sia giusto verso i cittadini italiani, che per mesi hanno compiuto sacrifici durissimi, ammettere questo fatto e promettere che tali modelli non saranno più usati per prendere decisioni politiche, ad esempio per le scuole". Anche il bollettino di ieri conferma infatti che "la ritirata continua: scende il numero totale dei ricoverati in terapia intensiva per Covid-19 in Italia, che sono ormai al 7,0% del valore di picco. Scende anche il numero dei ricoveri ospedalieri totali (da 5.002 a 4.864, quindi di altre 138 unità), mentre i casi attivi totali scendono da 35.877 a 35.262, quindi di altre 615 unità". "Prima del 4 maggio", ricorda Silvestri, gli autori dei modelli matematici sugli effetti della fase 2 che si stava pianificando, "basandosi su modelli matematici hanno detto al Paese: 'Sappiate che, non appena si riapre, i casi sicuramente saliranno. Di poco se riapriamo un po', tantissimo se riapriamo molto'. In altre parole, ci aspettava un disastro. Mentre altri esperti hanno detto: 'Il virus dovrebbe avere andamento stagionale, non c'è motivo di temere una catastrofe estiva'". Ebbene, "le cose sono andate come sappiamo".

Non è solo un problema italiano, sia chiaro. Anche per gli Usa i modelli matematici e statistici si sono rivelati sballati. "In molti - scrive - mi chiedono come vanno le cose ad Atlanta e in Georgia. Direi bene, con una situazione sotto controllo e un totale di 51.898 casi e 2.174 morti", di cui ieri "4. La nostra mortalità per 100mila abitanti è 19,7, il che vuol dire la metà di quella riscontrata nel Veneto dell'ottimo Andrea Crisanti (39,9). Insomma, direi che nel nostro piccolo ci siamo difesi piuttosto bene. Interessante notare che in Florida, Stato dal lockdown minimo, la mortalità per 100mila abitanti è ancora più bassa (12,6)". Ecco quindi che "i dati della Georgia e della Florida dimostrano ancora una volta come i modelli epidemiologici, che al contempo postulano un massiccio effetto positivo dei 'lockdowns' e non tengono conto del fattore climatico-stagionale, non spiegano l'andamento della pandemia in modo universalmente valido, e come tali non dovrebbero essere usati per guidare le scelte della politica".

I modelli e le previsioni degli scorsi mesi avevano e hanno un grosso problema di fondo. Per Carlo Signorelli, docente di Igiene all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, il problema è nel fatto che alla base delle stime "ci sono i 'numeri' e "in Italia non sappiamo quanti sono i casi reali". La pensa così anche l'epidemiologo Donato Greco, oggi consulente dell’Oms, che a questo elemento aggiunge il fatto che "i modelli devono avere 'memoria storica'" e non valgono "da soli, senza un'intelligence intorno". Quella che stiamo affrontando è un'epidemia nuova, e ad esempio non era noto né immaginabile il rapporto sintomatici-asintomatici. I modelli non possono essere presi come previsioni certe dalle quali far derivare decisioni politiche. Sono un elemento in più.

L'elemento più importante degli ultimi mesi, da sottolineare ogni giorno, è il calo continuo e marcato del numero dei ricoveri in terapia intensiva: erano più di 4mila due mesi fa, sono 287 oggi. Il numero dei pazienti ricoverati in terapia intensiva è davvero indicativo ed è un riferimento, perché non risente del numero di tamponi effettuati o delle diverse strategie di testing regionali. E poi i ricoveri in terapia intensiva forniscono un’indicazione della gravità della situazione, essendo - anche se non del tutto - comunque molto meno discrezionali di un ricovero ordinario. Un eventuale aumento dei ricoveri in terapia intensiva potrebbe essere un campanello d’allarme nei prossimi mesi. Fino a oggi - nella Fase 2 - non è successo.

Coronavirus, stime e modelli matematici: perché qualcosa è andato storto

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