Venerdì, 4 Dicembre 2020

Coronavirus, le sette regioni da "codice rosso" per l'aumento dei ricoveri

L'Osservatorio Nazionale sulla Salute ha confrontato i dati della prima e della seconda ondata: alcune regioni mostrano "un tasso di incremento molto elevato tipico di un trend esponenziale", ma le valutazioni non tengono conto del numero effettivo di ospedalizzati

Foto di repertorio

Sono sette le regioni che palesano un aumento dei ricoveri in ospedale e nelle terapie intensive allarmante se confrontato con quello registrato nella prima fase dell'epidemia. Il dato emerge dall'aggiornamento dei dati fornito dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane coordinato dal Professor Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale alla Cattolica di Roma e dal Dottor Alessandro Solipaca, Direttore Scientifico dell'Osservatorio. Le regioni da monitorare con attenzione sono Sardegna, Sicilia, Campania, Lazio, Umbria, Puglia e Basilicata.

"Le valutazioni effettutate - si legge nell'indagine dell'Osservatorio -  non sono legate al numero assoluto degli ospedalizzati, ma sono basate sul confronto degli andamenti rispetto alla prima fase, le Regioni con 'codice rosso' hanno un tasso di incremento molto elevato tipico di un trend esponenziale".

Sebbene la crescita degli ospedalizzati sia generalizzata su tutto il territorio, "alcune Regioni hanno una dinamica meno preoccupante, si tratta di Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, P.A Trento e Veneto". Dall'Osservatorio sottolineano infatti "che la Lombardia, a fronte di un aumento sensibile del numero dei contagi giornalieri nell’ultimo periodo che l’ha portata a superare i numeri della fase più acuta della pandemia, non raggiunge i livelli di ricoveri osservati nella prima fase". Insomma, benché in Lombardia gli ospedali siano già in affanno, il numero dei ricoveri è ad oggi molto più basso rispetto a quello registrato nella prima fase. 

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Coronavirus, le sette regioni in "codice rosso" per i ricoveri

Le curve dei ricoverati e delle persone assistite in terapia intensiva mostrano un andamento da "codice rosso" in Sicilia, Sardegna, Campania e Lazio. In particolare, si legge nel report, "Sicilia e Sardegna hanno già superato per entrambe i livelli osservati nella prima fase della pandemia, mentre Campania e Lazio mostrano livelli superiore di ricoveri rispetto alla prima fase e un incremento delle terapie intensive molto sostenuto". Ci sono poi altre Regioni che "hanno una situazione allarmante che le colloca tra quelle a rischio", ovvero Basilicata, Puglia e Umbria, "le quali vedono aumentare sensibilmente il numero di ricoveri ospedalieri".

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In Campania e Sardegna pazienti più che raddoppiati

Nello specifico in Campania i ricoveri sono più che raddoppiati rispetto ad aprile e le terapie intensive hanno fatto segnare un +88%); nel Lazio i ricoveri sono ad oggi 1,3 volte quelli di aprile (terapie intensive +82%); In Sardegna i ricoverati sono aumentati di 2,5 volte rispetto ad aprile e i pazienti in condizioni critiche più che raddoppiati (+126%).

In calo i decessi rispetto alla prima ondata

Dall'indagine emergono anche dati positivi: su tutti quello sui decessi che rispetto alla prima ondata sono diminuiti. Se tra febbraio e marzo aumentava il numero dei morti aumentava giornalmente del 4,6%, tra settembre e ottobre l’incremento è sceso sensibilmente, attestandosi allo 0,13%. 

Il calo dei decessi (almeno in questa fase iniziale della seconda ondata potrebbe essere dovuto sia a una maggiore capacità di cura sia a una popolazione meno fragile. Questa ultima considerazione nasce dal fatto che nella prima fase sono decedute le persone più anziane e quindi meno in grado di resistere al virus, nonché dalla probabile diminuzione della popolazione suscettibile. 

L'aumento dei contagi

Tuttavia la pandemia ha ricominciato a correre e la curva dei contagi ha assunto di nuovo un andamento esponenziale. Le Regioni più colpite in rapporto alla popolazione residente sono la Valle d’Aosta e la Lombardia con una quota di contagiati pari a 193 e 147 ogni 10 mila abitanti rispettivamente, mentre la Calabria è quella meno interessata dalla pandemia con poco meno di 19 casi ogni 10 mila abitanti. I decessi hanno colpito 17 persone ogni 10 mila abitanti della Lombardia, mentre il prezzo più basso in termini di vite umane si registra in Calabria con 0,5 decessi per 10 mila abitanti.

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Nella nota dell'Osservatorio viene spiegato che "la fase che stiamo vivendo ha alcune sostanziali differenze con la prima, le quali, molto verosimilmente, non sono dovute alla mutazione del virus, ma alla maggiore capacità di individuazione dei casi di contagio, alle diverse modalità di presa in carico del paziente, alla migliore capacità di cura dei malati e a una popolazione meno fragile. Una prima riflessione, guardando le curve dei contagi giornalieri, è che i dati relativi alla prima ondata partono da fine febbraio, quindi non abbiamo osservato quello che è effettivamente accaduto all’inizio della pandemia, molto probabilmente iniziata già dai mesi precedenti. In altre parole, non è stata rilevata la coda della curva osservata all’inizio di questa estate".

Le differenze tra prima e seconda fase

Insomma, spiega il dottor Solipaca, "la capacità di individuare i contagiati è migliorata" e sono "emblematici i test effettuati negli snodi dei trasporti a seguito dei rientri dalle vacanze, o nei luoghi di lavoro e di studio. Questa spiega il motivo per il quale il trend della pandemia ha raggiunto, in molte Regioni, livelli superiori a quelli della prima fase: si stanno diagnosticando casi che in precedenza rimanevano sconosciuti perché asintomatici".

Walter Ricciardi afferma tuttavia che "nella prima fase, circa 700 mila sono 'sfuggiti' alla diagnosi pur avendo i sintomi riconducibili al virus", un fatto "molto rave" che "ha favorito sicuramente molti contagi che si sarebbero potuti evitare con un confinamento fiduciario".
 

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