La storia di una famiglia devastata dal Covid: "Telefonavo ogni giorno per chiedere un tampone"

Lo sfogo di una 29enne romana che ha perso il papà a causa del Coronavirus: "Primi sintomi il 30 marzo, ma gli operatori ci rassicuravano"

Foto di repertorio non riferita al contenuto dell'articolo

"Si parla tanto di Covid, di contagi, di come evitarne la diffusione. Arrivano notizie da tutte le parti ed è certamente vero che di questo virus si sa poco. Sapete chi ne sa di più? Chi lo ha incontrato da vicino".

Inizia così lo sfogo affidato a facebook da Francesca Pariboni, 29enne romana che proprio a causa del virus ha perso il papà, già malato oncologico, morto il 19 aprile scorso in un letto di ospedale. Un lungo post per denunciare quelle che a suo giudizio sono state gravi carenze organizzative nella gestione dell’emergenza, perché - spiega la 29enne, che ha raccontato la sua storia anche all’agenzia Dpa  - un’organizzazione razionale "non esiste". 

"Mio padre - si legge nel post - ha iniziato ad avere la febbre intorno al 30 marzo. Da cittadina responsabile quale ritengo di essere, ho allertato immediatamente la Asl fornendo tutti i nostri dati e recapiti, ho ricercato informazioni attraverso il numero preposto, specificando anche che mio padre fosse un paziente oncologico, e ho avvisato l’ospedale presso il quale mio papà era in cura per le terapie (che sono state immediatamente sospese, dopo essere già iniziate con ritardo proprio a causa del virus)".

Le telefonate infinite alla Asl

In sostanza, spiega ancora la 29enne, "dal 30 marzo in poi, ho contattato ogni giorno il 1500 e la Asl, elencando ogni volta e nel dettaglio i sintomi riscontrati e chiedendo di intervenire con urgenza data la delicatissima situazione di mio papà, il quale, altrimenti, senza un tampone che accertasse la negatività al virus, avrebbe dovuto sospendere le terapie a tempo indeterminato". Nonostante i sintomi fossero quelli del Covid nessuno si è attivato celermente per eseguire un tampone.

"Ogni telefonata, soprattutto alla Asl, consisteva in un’attesa di un’ora e mezza - senza esagerare – per poter parlare con un operatore (ammesso non cadesse la linea), per sentirci dire che saremmo stati ricontattati quanto prima per effettuare il tampone. Allo stesso tempo, venivamo rassicurati sul fatto che la febbre non fosse da ricollegare al Covid, in quanto virus farmaco-resistente", mentre in questo caso "la tachipirina sembrava aver sortito i suoi effetti".

Il Covid diagnosticato solo in ospedale

Insomma, "solo il 6 aprile, grazie a un saturimetro fornitoci da mio zio che tentava di aiutare tutti noi confinati in casa in via precauzionale, ci siamo accorti di quanto fosse critico il livello di ossigenazione di mio papà e lo abbiamo portato d’urgenza - a quel punto con una gravissima insufficienza respiratoria - al Policlinico". 

Quel 6 aprile, prosegue Francesca, "mio papà mi ha salutato sul pianerottolo di casa per dirigersi al Pronto soccorso e su quel pianerottolo l’ho abbracciato fortissimo nell’intima consapevolezza che forse quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto". Lo stesso pomeriggio al'uomo viene infatti diagnosticata una polmonite interstiziale da Covid e "una insufficienza respiratoria in atto ormai da giorni".

"Io e mia madre risultate positive"

Ciò nonostante, "è stata l’insistenza di mia madre, mista allo spavento, e la gentilezza di un medico del pronto soccorso a far sì che venissimo tutti sottoposti al tampone. Risultato: tutti positivi, anche mia madre ricoverata. Eppure, noi il Covid non lo abbiamo contratto per aver contravvenuto alle regole, no. Lo abbiamo contratto con tutta probabilità durante quelle visite che dovevano servire per far stare un po’ meglio, anche se per poco tempo, il mio papà. O per lo meno per illuderci che così potesse essere".

"Forse mio padre sarebbe potuto vivere un po' di più"

Il 19 aprile il papà della ragazza viene a mancare. Si spegne in ospedale senza poter sentire il calore fisico della sua famiglia, come tutti i pazienti Covid. Quello stesso giorno la figlia lo saluta con un post su facebook: "Non so nemmeno se ti abbia strappato via da noi il cancro o questo maledetto virus che ci ha allontanati quando più avremmo avuto bisogno di essere insieme, tu, mamma ed io". Secondo l’agenzia Dpa l’uomo aveva un cancro al cervello che gli era stato diagnosticato a febbraio.

"Il dato di fatto - continua Francesca nel suo post - è che non rivedrò mai più il mio papà, che aveva 59 anni, e sicuramente una brutta malattia, ma che forse, chissà, avrebbe potuto vivere un po’ di più se qualcuno ci avesse aiutati una settimana prima. Sarebbe stato meglio o peggio? Non lo so. Però so che nessuno ha ascoltato davvero le nostre segnalazioni, se non quei medici in ospedale che, non per colpa loro, hanno preso in carico il mio papà e la sua già critica situazione".

I medici di base "non hanno alcun potere"

"Dal 6 aprile, però, io neppure ho più visto mia madre, se non attraverso lo schermo di un telefono. Nessun abbraccio, nessuno sguardo. Separate nel momento più difficile”. Da quel momento, "è iniziata la storia infinita che è ormai il nostro rapporto con la Asl. Per fare il famoso tampone, infatti, la Asl ci ha chiamati dopo ben 10 giorni dall’ultima richiesta - denuncia la 29enne -, quando ormai i miei genitori erano ricoverati, e senza nemmeno sapere che fossimo già risultati tutti positivi al Covid". 

Nel frattempo, "anche mio zio iniziava ad avere i primi sintomi e nonostante specificasse ogni volta la nostra particolare situazione, solo a distanza di 20 giorni dalla prima segnalazione veniva contattato per il tampone". Insomma, tamponi arrivati i ritardo, linee intasate e direttive mai messe in pratica. Anche gli stessi medici di base, spiega la 29enne, "di fronte alla procedura di attivazione del tampone, non hanno alcun potere, oltre ad essere (dis)informati esattamente come chiunque altro”.  

"Manca una linea comune, organizzata e razionale"

"Allora il punto è questo: non si pretendono risposte certe circa qualcosa di completamente nuovo e forse inaspettato; anzi, in tal senso è giusto ringraziare umilmente chi ci offre assistenza e possibilità di cure. Si pretende, però, che quantomeno si adotti una linea comune, organizzata, razionale, un’indicazione degna di tale nome, e non un’anarchia di pseudo direttive e informazioni incomplete che rubano il tempo a noi (e il tempo è vita), nonché a chi, a ogni ora, studia per fornirci qualche certezza in più sul futuro della nostra salute".

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