Mercoledì, 21 Aprile 2021

Coronavirus e trasmissione aerea: che cosa sarà necessario fare nei prossimi mesi

Si ipotizza la trasmissione del virus per via aerea a una distanza maggiore "del previsto". Ma sono ancora necessarie ulteriori ricerche. Quindi l'unica strategia, secondo Massimo Galli, è essere "estremamente attenti nell'organizzare la sorveglianza epidemiologica"

Foto Ansa (archivio)

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato ieri l'esistenza di "prove emergenti" della trasmissione aerea del coronavirus, con una dichiarazione giunta dopo che 239 scienziati hanno pubblicato una lettera in cui segnalavano una probabilità maggiore di quanto ritenuto finora che le persone possano contagiarsi tramite le goccioline che rimangono sospese nell'aria. Fino ad oggi, in sintesi, si pensava che il nuovo coronavirus responsabile dell'epidemia partita da Wuhan venisse trasmesso solo dalle goccioline del respiro e dunque in spazi piuttosto ristretti: ora l’Oms non esclude che un ruolo di una qualche rilevanza lo possano giocare anche goccioline più piccole, capaci di rimanere in sospensione nell’aria a lungo. Uno degli esperti più ascoltati dagli italiani in questi mesi di emergenza, Massimo Galli, fa chiarezza. Sono ancora necessarie ulteriori ricerche sulla trasmissione del coronavirus

"E' tempo di considerare la possibilità che la Covid-19 si trasmetta attraverso l'aria", è il titolo del manoscritto accettato dalla rivista Clinical infection disease, redatto da due ricercatori, un'australiana e un americano (Lidia Morawska, Donald K. Milton) e firmato da 239 scienziati di ogni parte del mondo per chiedere all'Oms di rivedere le linee guida per contenere la pandemia del nuovo coronavirus. Perché se le particelle virali sono capaci di trasmettersi per via aerea cambia tutto, specie nei luoghi chiusi: in tal caso mascherine sempre quando si è al chiuso, perché il distanziamento non basta, e revisione dei sistemi di ventilazione soprattutto sui mezzi di trasporto, uffici, scuole, per minimizzare i rischi. Secondo gli esperti che hanno scritto (e molti sono ingegneri che hanno studiato i flussi di particelle nell'aria) le prove del potenziale rischio infezione "airborne" ci sono e l'Oms dovrebbe prenderle in considerazione.

Il dibattito resta aperto, e lo resterà ragionevolmente a lungo. Ma cosa fare, nel frattempo, per non correre (troppi) rischi? Secondo l'infettivologo Massimo Galli, direttore di Malattie infettive all'ospedale Sacco di Milano la potenzialità della trasmissione via aerea, al di là delle prove, va considerata, per giocare d'anticipo. E anche in un modo originale.: "Innanzitutto - spiega all'agenzia di stampa askanews - capiamoci su cosa si intende per airborne, perché per me è già airborne, ovvero si trasmette per via aerea. Comunque, secondo il manoscritto in questione, significa che c'è una trasmissione del virus per via aerea ipotizzata a una distanza importante, e favorita dal ricircolo dell'aria. Il nuovo coronavirus è airborne significa che si trasmette anche nell'aria, e che può raggiungere distanze ben più vaste di un metro o due, secondo le canoniche prescrizioni". Quindi "si mette l'accento su un argomento importante, anche se fosse lontano dall'essere provato. Una vasta parte della comunità scientifica fatta di tecnici competenti in campi diversi ha sollevato la questione della possibilità di una trasmissione del virus a distanze maggiori di quelle definite dagli attuali provvedimenti di distanziamento. Viene posta la questione che in ambienti chiusi, anche il ricircolo stesso possa essere responsabile di una veicolazione delle goccioline a distanza ben maggiore di quella considerata oggi. Per questo motivo c'è la necessità di riprendere in considerazione la questione".

Secondo i ricercatori alcuni studi hanno dimostrato "al di là di ogni ragionevole dubbio" che le particelle virali sono rilasciate mentre respiriamo, parliamo, starnutiamo o tossiamo in micro-droplets, e sono piccole abbastanza da rimanere sospese nell'aria e mettere a rischio di essere esposti al contagio ad una distanza ben superiore a uno-due metri da una persona infetta. Ad esempio ,considerando un modello tipico di circolo e di velocità dell'aria in un luogo chiuso, una droplet di 5 micrometri viaggerà decine di metri, e quindi molto più di in là della scala di una classica stanza. A dimostrarlo c'è l'ormai famoso studio sui clienti di un ristorante cinese. Ma anche casi che hanno fatto scuola per altri virus, come la Sars. Galli ricorda il caso degli Amoy Gardens, un grande complesso di appartamenti privati ad Hong Kong durante l'epidemia di Sars nel 2003: a differenza di un tipico focolaio virale che si diffonde dal contatto da persona a persona, in questo caso si diffuse principalmente nell'aria, a causa di alte concentrazioni di aerosol virali che dagli impianti di ventilazione dei bagni ( il virus Sars era presente ad alte concentrazioni nelle feci) si diffondevano agli appartamenti vicini.

Oggi un riferimento interessante è il caso del focolaio di Covid-19 in un gigantesco mattatoio del Nordreno-Westfalia: "Il sospetto che qualche elemento ambientale in più possa aver interferito mi è venuto, stiamo aspettando altri riscontri" dice Galli Quindi, se anche il nuovo coronavirus fosse airborne? Secondo i ricercatori (uno australiano e l'altro Usa) per ridurre il rischio di una trasmissione per via aerea è necessario garantire una efficace ventilazione, fornendo aria esterna pulita e minimizzando la ri-circolazione dell'aria, particolarmente in uffici pubblici, ambiti lavorativi, scuole, ospedali e case di riposo per anziani; fare attenzione ai sistemi di filtraggio, ed è consigliato anche l'uso di luci ultraviolette germicide; evitare il sovraffollamento specie nei mezzi di trasporto pubblici ed edifici pubblici".

"In sintesi - sottolinea Galli - un ritorno a una una serie di raccomandazioni piuttosto restrittive che la dicono lunga comunque sulla preoccupazione generale di tecnici e scienziati che l'epidemia subisca una nuova impennata, specie nei Paesi come gli Usa dove l'infezione è ancora estremamente diffusa, e c'è anche il problema dell'uso eccessivo dell'aria condizionata. E' evidente la preoccupazione per quei Paesi dove la circolazione del virus è elevata, ma non ce ne dobbiamo dimenticare nemmeno noi. Ci stiamo preoccupando di tante cose, ma questa per ora non l'abbiamo affrontata. Cosa succede con l'aria condizionata d'estate? E' qualche cosa - ammette l'infettivologo - che non abbiamo probabilmente sviscerato a sufficienza; e anche: cosa succede, specie negli uffici pubblici e nei luoghi di lavoro, per il riscaldamento d'inverno? Anche questo comporta delle movimentazioni dell'aria in locali chiusi".

"Questa cosa va presa in considerazione seriamente, non si può far finta che non esista. Stiamo già discutendo tra tecnici, anche più competenti di me, la possibilità di dover considerare con attenzione la questione. Lo studio dei due ricercatori comparirà sulla Clinical Infection Disease, che è una signora rivista e che questo emerga come presa di posizione su una importante rivista scientifica corredata da così tante firme di esperti e tecnici è un segnale forte". Che infatti l'Oms non ha potuto ignorare del tutto, ma ancora niente è stato detto sulle nuove regole che sarebbe necessario seguire.

Quindi, cosa facciamo? Le mascherine diventano essenziali sempre nei luoghi chiusi, indipendentemente dalle distanze? "In determinate situazioni - risponde l'infettivologo ad askanews - è una extrema ratio, perché di fatto tenere la mascherina per tutto il periodo lavorativo, ad esempio, non è una cosa applicabile con uno schioccar di dita. Il punto è che una problematica di questo genere comporta la revisione di una quantità infinita di impianti, in una quantità infinita di Paesi, in una quantità infinita di città; un po' in tutto il mondo comporta una rivalutazione dell'efficacia, efficienza e sicurezza di una quantità infinita di impianti: è abbastanza intuibile che ci sarà parecchio da fare se se ne vorrà tenere conto".

"Intanto - avverte Galli - io continuo a ripetere che l'indicazione fondamentale è essere estremamente attenti nell'organizzare la sorveglianza epidemiologica". Si può fare secondo l'esperto: "E' alla nostra portata. Una sorveglianza specifica, mirata nel contesto degli ambiti pubblici, delle aziende, delle scuole, al fine di identificare precocemente i possibili focolai di Covid e contenerli seguendo tutti contatti. E' un po' quello che si sta facendo, va fatto ancora di più pro-attivamente".

"La cosa migliore ovviamente sarebbe prevenire, ma nel momento in cui ti trovi nella situazione di dover intervenire, cerca di intervenire sulle cose che puoi realizzare. E dove si può intervenire? Cosa si può realizzare praticamente? La sorveglianza è una cosa che si realizza meglio del distanziamento o della chiusura del riscaldamento d'inverno nelle classi".

Come ci si dovrà regolare con tamponi e test sierologico. Amdranno fatti a tuuti, periodicamente? "I tamponi a tutti dal punto di vista tecnico danno risultati piuttosto limitati, visto il periodo in cui l'infezione non è rilevabile, e il sierologico ha altri limiti, ma se i test si mettono a sistema il significato cambia". Galli immagina "un'organizzazione, considerando come siamo messi adesso dal punto di vista epidemiologico, che consenta almeno la determinazione del test sierologico, meglio il pungidito perché per endovena non è praticamente sostenibile, per fare uno screening iniziale, di base, che consente di definire e controllare meglio la situazione. Alcuni dati che sono venuti fuori seguendo un paio di aziende milanesi, ad esempio, dimostrano l'utilità di questo tipo di approccio. Anche se questo, infatti, servisse per identificare un numero limitato di persone che sono ancora tampone-positive ( ovvero che hanno l'infezione in corso) comunque intanto le hai trovate. E sugli altri: per una parte sai se il contatto col virus è avvenuto, perché sono positivi alle Igg, quindi hanno gli anticorpi; per l'altra parte (che non hanno Igg) sai che tot persone non sono state in contatto col virus e quindi si possono infettare. Quindi se questi ultimi si osservano in 14-21-28 giorni, con test periodici, e se si riscontra poi la positività al virus, si riesce a risalire meglio all'individuazione del focolaio, al come e dove. Non si può avere una definizione della situazione nell'immediato però così il test sierologico diventa uno strumento di prospettiva per il controllo dei contagi. Hai uno strumento che periodicamente valuta la situazione dei contagi e da questo quadro si fa partire eventualmente, se si registra un nuova infezione, l'indagine epidemiologica. Se invece i soggetti indice non si infettano allora va tutto bene, e significa che anche l'ambiente lavorativo, ad esempio, è sicuro. Se da qui al prossimo futuro avremo la possibilità di avere il cosiddetto tampone rapido, per la valutazione diretta della presenza dell'infezione, tutto il quadro sarà migliore, più nitido. Ma intanto il sierologico fatto periodicamente, in determinati contesti, serve a valutare e identificare l'eventuale penetrazione dell'infezione. Adesso il test con il tampone crea problemi sia di sensibilità che di fattibilità materiale. Magari tra pochi mesi potremmo avere quel test rapido per la ricerca dell'antigene del virus, con una risposta dopo pochi minuti, a partire da una goccia di saliva piuttosto che da prelievo del secreto nasale, e faremo un gran passo in avanti. Per il momento ancora questa cosa non c'è, però ci sta lavorando il mondo".

E questo "sarebbe anche un modo per togliere in parte rilevanza al problema dell'aria condizionata o del riscaldamento", ovvero assicurarsi che laddove lavoriamo o andiamo a scuola non ci siano casi positivi. Anche perché c'è un elemento importante da ri-considerare, oltre a quello del virus airborne: "Teniamo infine conto - sottolinea l'infettivologo del Sacco - alla fine del discorso, che questa infezione viene prevalentemente diffusa da una minoranza di super diffusori, cioè è verosimile che l'80% delle infezioni sia trasmessa da meno del 10% delle persone infettate. Un meccanismo totalmente diverso, ad esempio, da quello dell'influenza, dove chiunque si ammali ha buone probabilità di trasmetterla a qualcun altro. Per il Sars-Cov-2 quindi c'è questa grande efficienza di trasmissione di una minoranza degli infettati che crea questo fattore di dispersione particolare, caratteristico di questa malattia e ne giustifica anche alcune delle sue caratteristiche. E anche per fermare i super-sprader al momento non abbiamo altro sistema se non quello di seguire i focolai, di cercare di identificare precocemente i focolai, o meglio di avere un meccanismo di sorveglianza attiva nei contesti dove i focolai si possono identificare, nei contesti sociali che in qualsiasi modo, facilitano la concentrazione delle persone".

A settembre alla ripresa delle scuole test sierologici a tutti? "Se non è questo, bisogna che qualcuno si inventi un sistema migliore per tentare di mantenere un controllo pro attivo di quelle che possono essere le manifestazioni di focolai. Non credo, comunque la si voglia rigirare, si possa trovare un'altra soluzione". In conclusione, il capitolo "airborne" merita quindi attenzione (e nei luoghi chiusi, per far circolare l'aria - dicono i ricercatori dello studio che ha riacceso il dibattito airborne - in mancanza di meglio anche aprire porte e finestre aiuta); intanto e comunque è fondamentale la sorveglianza epidemiologica.

Il Covid e le particelle in sospensione nell'aria, l'Oms ammette: la trasmissione non è esclusa

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