Mercoledì, 3 Marzo 2021

Covid, abbiamo "sbagliato" a contare i morti? Sì, ma per difetto

Le vittime dell’epidemia sono probabilmente molte di più di quelle conteggiate nelle statistiche ufficiali. L’Iss fa chiarezza sui criteri: la positività al Sars-Cov-2 non è sufficiente per considerare il decesso come dovuto a COVID-19

Foto di repertorio ANSA

È vero che abbiamo sbagliato a contare i morti di Covid-19? Sì, ma non per eccesso (come ha lasciato intendere a "L’Aria che Tira" l’infettivologo del San Martino di Genova Matteo Bassetti spiegando che "a marzo aprile chiunque arrivasse in ospedale con un tampone positivo veniva conteggiato come morto Covid"), bensì per difetto. A dirlo è l’Istituto Superiore di Sanità in una nota con cui fa chiarezza sui criteri per calcolare la mortalità associata a Covid-19.

Come avevamo già spiegato in un altro articolo, l’Iss usa 4 parametri per stabilire che il decesso di un paziente sia stato effettivamente causato dall’infezione. E vale a dire:

  1. Presenza di un tampone positivo a Sars-Cov-2
  2. Presenza di un quadro clinico e strumentale suggestivo di COVID-19
  3. Assenza di una chiara causa di morte diversa dal COVID-19
  4. Assenza di periodo di recupero clinico completo tra la malattia e il decesso.

La positività al tampone, chiarisce l’Iss, "non è sufficiente per considerare il decesso come dovuto al COVID-19, ma è necessaria la presenza di tutte le condizioni sopra menzionate, inclusa l’assenza di chiara altra causa di morte”. Inoltre “va precisato però che non sono da considerarsi tra le chiare cause di morte diverse da COVID-19 le patologie pre-esistenti che possono aver favorito o predisposto ad un decorso negativo dell’infezione (per esempio cancro, patologie cardiovascolari, renali ed epatiche, demenza, patologie psichiatriche e diabete)”. Nel caso ad esempio di un paziente positivo al coronavirus, ma deceduto in seguito ad un infarto, l’Iss specifica che “se l’infarto avviene in un paziente cardiopatico con una polmonite COVID-19, è ipotizzabile che l’infarto rappresenti una complicanza del COVID-19 e quindi il decesso deve essere classificato come dovuto a COVID-19. Se l’infarto avviene in un paziente che non ha un quadro clinico compatibile con COVID-19, il decesso non deve essere classificato come dovuto a tale condizione".

L’Iss ricorda poi che da un’analisi dei certificati di decesso è emerso che il COVID-19 è la causa direttamente responsabile della morte nell'89% dei decessi raccolti nel Sistema di Sorveglianza, quindi in circa 9 casi su 10 dei deceduti censiti come positivi al tampone. 

Insomma, non è vero che tutti i pazienti deceduti con un tampone positivo vengono conteggiati come morti Covid. È vero invece che nella maggior parte dei casi è proprio l’infezione e non altre patologie a determinare il decesso.

decessi covid 19 italia-2

Covid, perché le vittime sono molte di più di quelle "ufficiali"

L’Istituto Superiore di Sanità però va oltre. E ammette che in realtà il numero dei morti per Covid potrebbe essere superiore a quello registrato nelle statistiche ufficiali:

"Una delle strategie più efficaci per misurare l’impatto del COVID-19 sui decessi è quello di misurare l’eccesso di mortalità, vale a dire quanti morti in più (per tutte le cause) ci sono stati nel Paese rispetto agli anni precedenti. Questo eccesso di mortalità viene solitamente espresso come una percentuale (quanto percentualmente sono aumentati i decessi per tutte le cause nel paese rispetto agli anni precedenti). Un recente rapporto dell’Ocse sottolinea che "Esaminando il numero totale di decessi registrati, molte delle criticità legate ai diversi modi in cui i paesi che registrano le morti per COVID-19 vengono rimossi). L’eccesso di mortalità può fornire un'indicazione dell'impatto complessivo del COVID-19, non solo tenendo conto dei i decessi attribuiti direttamente a COVID-19 ma anche quelli che possono essere persi o indirettamente collegati, come i decessi causati da un trattamento ritardato o mancato a causa di un sistema sanitario sovraccarico".

Ebbene, stando al rapporte OCSE, che ha analizzato l’eccesso di mortalità in un periodo di 10 settimane da marzo in poi, il numero totale di decessi registrati in Spagna ha registrato un aumento del 61% rispetto al numero di decessi registrati in media nello stesso periodo nei 5 anni precedenti. Il Regno Unito ha registrato il 56% di morti in più rispetto agli anni precedenti. Italia e Belgio hanno registrato aumenti del 40%. Germania, Danimarca e Norvegia hanno riportato circa il 5% di decessi aggiuntivi in ??un periodo di 10 settimane.

Da uno studio realizzato dall'Inps è emerso dall'1 marzo a fine aprile 2020, in piena emergenza, in Italia sono morte circa 47mila persone in più rispetto alla media degli anni precedenti, +43%. Nello stesso periodo, il bollettino ufficiale contava 27.938 morti Covid. Mancano all'appello quasi 19mila decessi in più rispetto agli anni precedenti, non considerati ufficialmente provocati dal coronavirus. L'ente previdenziale aveva spiegato che "tenuto conto che il numero di decessi è piuttosto stabile nel tempo, con le dovute cautele possiamo attribuire una gran parte dei maggiori decessi avvenuti negli ultimi due mesi, rispetto a quelli della baseline riferita allo stesso periodo, all epidemia in atto".

Perché in Italia il tasso di letalità è così alto?

Quanto al tasso di letalità, che vede l’Italia arrancare rispetto ad altri Paesi europei come Germania e Francia, l’Iss spiega che “può essere un parametro fuorviante soprattutto quando viene utilizzato per paragonare diversi Paesi”. In particolare, un documento dell’Oms "riporta che i Paesi sono difficili da confrontare per una serie di ragioni. Possono essere più o meno propensi e capaci a rilevare tutte le infezioni da SARS-CoV-2 e segnalare tutti i decessi associati a COVID-19. In particolare, i Paesi potrebbero utilizzare definizioni di casi e strategie di test diverse o conteggiare i casi in modo diverso (ad esempio, con casi lievi non testati o conteggiati). Si segnala inoltre che il profilo dei pazienti (ad esempio età, sesso, etnia e comorbidità sottostanti) può variare da Paese a Paese e questo potrebbe spiegare parte delle differenze".

Già, ma come spiegare il fatto che nel nostro Paese l’indice di letalità sembra molto più elevato che in Francia e in Germania? Secondo l’Istituto di Sanità, "l’Italia è uno dei Paesi con più alto indice di vecchiaia e questo spiega gran parte delle differenze con gli altri Paesi europei. Le differenze tra Paesi nell’indice di letalità possono anche essere parzialmente spiegate dalle tempistiche con cui vengono segnalati i decessi e pertanto non si può escludere che in altri Paesi la letalità possa essere sottostimata. L’ISS aveva segnalato queste criticità legate all’uso dell’indice di letalità in una pubblicazione internazionale nel mese di Marzo 2020. È da tenere presente infine che anche l’andamento temporale della letalità nel nostro Paese va interpretato con cautela. La progressiva espansione della capacità diagnostica durante il corso dell’epidemia ha portato a un incremento della quota di casi asintomatici o paucisintomatici identificati e notificati al Sistema di Sorveglianza. Questo si è tradotto in un decremento della letalità nel tempo del quale occorre tener conto quando si interpreta il trend".

In altre parole, un tasso di letalità così elevato è dovuto anche al fatto che all’inizio dell’epidemia la maggior parte delle persone asintomatiche o paucisintomatiche non venivano sottoposte a tampone e dunque conteggiate nelle statistiche.  

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