Crisanti a Today: "Sul coronavirus l’Oms ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare"

Il ruolo dell'Organizzazione mondiale della Sanità in questa pandemia, quello del governo italiano, i nuovi focolai in agguato in autunno, il valore dei test sierologici e la strategia del Veneto diversa da quella della Lombardia: l'intervista al professor Andrea Crisanti

Fase 2, viaggiatori in attesa delle partenze presso la stazione di Porta Nuova. Torino 04 maggio 2020 ANSA/TINO ROMANO

Andrea Crisanti, virologo e direttore del laboratorio di Microbiologia dell'Università di Padova, è l'uomo che ha fatto prendere al Veneto la strada dei test a tappeto, "salvando" la regione dalla deriva epidemiologica. Il caso di Vo', primo focolaio veneto, è ora studiato anche all'estero. L'idea di Crisanti di isolare il centro dei Colli Euganei e di testare tutti gli abitanti per cercare soprattutto gli asintomatici - tanti e contagiosi, come si è scoperto dopo - ha contribuito a ridurre i contagi e a salvare diverse vite. Lo abbiamo intervistato, insieme ad altri colleghi, in videoconferenza. 

Professor Crisanti, lei ha bocciato le decisioni del governo italiano sull'avvio della fase 2, sostenendo che sarebbero state prese "più sulla scorta di spinte emotive e di interessi di parte, che sui numeri" e che non ci sarebbero state le condizioni per riaprire tutto e subito dal 4 maggio in tutte le regioni. Oggi poi Conte, in un'intervista al Fatto quotidiano, ha parlato dell'ipotesi di riaprire alcune attività commerciali prima di giugno (citando "estetisti, parrucchieri ma anche teatri"), ma solo nelle regioni a basso rischio contagio. Come andavano organizzate le riaperture secondo lei, con quali criteri?

"Ormai la decisione è stata presa in un modo completamente diverso, quindi non ritengo sia più nemmeno utile ragionare su questi parametri. A questo punto è stata riaperta tutta l'Italia, tutta insieme, con un calendario di riaperture: decisioni prese da un lato per la spinta economica, dall'altro per la prudenza dettata dalla mancanza di informazioni reali sui contagi. Ma non si può adottare nessuna strategia diversa se non abbiamo i dati che forniscono un quadro preciso e razionale, questo è il vero problema. Questa adottata dal governo è una strategia difensiva, derivata dalla mancanza di dati e quindi dall'incapacità di valutare il rischio".

Proprio sui dati reali del contagio, è di ieri il suo appello, sottoscritto insieme ad altri professori, affinché si inizi subito a fare tamponi di massa per salvare la fase 2, coniugando la tutela della salute con il riavvio delle attività produttive e l'esercizio di libertà individuali, come quella di circolazione, evitando il ritorno al lockdown. In questo momento l'Italia secondo lei è in grado di farlo? Ci sono tamponi, reagenti e laboratori a sufficienza per uno screening di massa?

"No, adesso l'Italia non è pronta. E proprio per questo abbiamo fatto l'appello, che è uno strumento per sensibilizzare e allertare l'opinione pubblica e il governo affinché venga fatto un investimento per aumentare la capacità di fare tamponi: una capacità che diventerà assolutamente essenziale in autunno, nei mesi di ottobre-novembre, quando potrebbero scoppiare altri focolai. Allora che faremo? Richiuderemo tutta l'Italia? Dobbiamo avere il coraggio e la capacità di aggredire il virus, non ha importanza se in una città di 20mila o 100mila abitanti. Perché non possiamo permetterci che un nuovo focolaio si diffonda in tutta Italia o che blocchi l'economia di una regione o addirittura del Paese intero. C'è un solo modo per bloccare il virus ed è questo dei tamponi di massa".

In questa fase si parla molto di test sierologici come strumento per "accompagnare" in sicurezza la graduale ripartenza dei lavoratori e dei cittadini in generale. Lei cosa ne pensa? I test sierologici sono affidabili? 

"Sui test sierologici mi riservo di dare un giudizio nel momento in cui avrò dei dati ulteriori. E per dati intendo questo: testare lo stesso numero di individui con diversi test e verificare se effettivamente queste persone sviluppano anticorpi, quando li sviluppano e che utilità ha la valutazione della presenza di questi anticorpi. Al momento attuale, quei pochi che io ho utilizzato non funzionavano bene, nel senso che non mettevano bene in evidenza gli anticorpi sviluppati. In più c'è il fatto che le persone asintomatiche non sviluppano anticorpi: quest'ultima è un'osservazione sulla quale non abbiamo nessuna spiegazione scientifica in questo momento. L'unica spiegazione, ma è una deduzione, è che molto probabilmente determinate persone in cui il sistema immunitario gioca un ruolo minore combattono la malattia in una maniera diversa, probabilmente perché il virus non riesce ad entrare nelle cellule perché queste ultime dal punto di vista genetico sono leggermente diverse. Ma non lo sappiamo in questo momento. Dunque mi riservo una seconda valutazione quando avremo a disposizione più dati". 

Codogno e Vo' sono stati i primi due focolai in Italia. Perché in Lombardia l'emergenza è esplosa e in Veneto molto meno?

"Nella città di Padova, in tutto il Veneto in generale ma le faccio il caso particolare di Padova, per prima cosa abbiamo eliminato il focolaio di Vo'. Poi abbiamo fatto sì che l'ospedale non si infettasse e non diventasse un centro di diffusione del virus come è successo ad Alzano Lombardo: se la stessa cosa fosse successa nell'ospedale di Padova dove gravano 25-30mila persone al giorno sarebbe stata una strage. Il nostro obiettivo, dunque, è stato quello di far sì che il virus non entrasse in un ospedale e, una volta entrato, non uscisse fuori. Abbiamo poi attuato una capillare azione di sorveglianza sul territorio testando tutte le persone che erano contatti vicini o lontani di persone infette. A Padova è stato fatto un tampone a qualsiasi persona che, magari sfuggita alla rete di sorveglianza territoriale, si presentava in ospedale dicendo di aver avuto contatti con una persona positiva. Giorno dopo giorno questa strategia ha avuto un impatto notevole e vincente. Su una popolazione di 200mila abitanti, a Padova abbiamo fatto 140mila tamponi. In Veneto, all'inizio la curva di crescita dell'infezione era identica a quella della Lombardia, ma poi ha subìto una piega completamente diversa e adesso il Veneto sta avendo un'accelerazione in termini di diminuzione di casi. E non è un caso, perché ho sempre detto che la sorveglianza attiva è particolarmente efficace all'inizio e alla fine dell'epidemia".

Ha detto che in autunno potrebbero scoppiare nuovi focolai e che dobbiamo farci trovare pronti. Ma quando potrebbe finire davvero l'emergenza?

"Questo non lo posso dire. Dipende dal nostro comportamento, dalla capacità di risposta del governo e del sistema sanitario, anche dalle condizioni atmosferiche... Sono talmente tante le variabili in gioco che penso che chiunque faccia una predizione mette a rischio la propria reputazione".

Nei giorni scorsi i pediatri dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una delle strutture in prima linea contro l'emergenza coronavirus, hanno rivelato l'esistenza di un presunto e probabile legame tra Covid-19 e la malattia di Kawasaki, una vasculite che colpisce i bambini sotto i dieci anni. Cosa ci dice su questo?

"In questo momento è un'associazione esclusivamente di carattere temporale e locale. Di più non posso dire, e tra le altre cose la malattia di Kawasaki è una di quelle malattie di cui non si conosce nemmeno la causa. E' quindi ancora più complesso stabilire una relazione. C'è una differenza abissale tra rapporto causale e coesistenza di fenomeni: non necessariamente due fenomeni che coesistono nello stesso spazio sono in rapporto causale. Però quando accade, un'indagine per escluderlo è sicuramente giustificata".

Infine, come giudica l'operato dell'Organizzazione mondiale della Sanità? Ha delle responsabilità per quello che è successo?

"L'Oms in questa pandemia ha sbagliato tutto lo sbagliabile, se vuole che sia sincero. Ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare perché secondo me si è completamente affidata ai dati forniti dalla Cina che è un Paese in cui la trasparenza non è un valore. Non solo, perché mi piacerebbe sapere cosa hanno ispezionato e analizzato gli esperti dell'Oms quando sono andati in Cina, e l'Oms sarà chiamata a rispondere di questo. Sono d'accordo con chi ipotizza che la posizione dell'Organizzazione mondiale della Sanità sia stata influenzata da considerazioni geopolitiche più che di sanità pubblica di interesse mondiale". 

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andrea crisanti ansa-2(Andrea Crisanti, foto Ansa)

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