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Giovedì, 13 Giugno 2024
L'inchiesta per caporalato / Milano

Borse di lusso fatte da operai cinesi sfruttati: controllata italiana di Dior in amministrazione giudiziaria

Secondo la procura, Manufactures Dior non avrebbe effettuato gli opportuni controlli sulle società a cui aveva appaltato la produzione della merce, realizzata "in condizioni di sfruttamento" in varie officine in provincia di Milano

Borse e altri articoli di lusso targati Dior prodotti in opifici di operai cinesi "in nero" a cui veniva subappaltata la produzione da Manufactures Dior, società operativa del ramo italiano Christian Dior Italia parte della casa madre francese Lvmh (Moët Hennessy Louis Vuitton di Bernard Arnault).

Secondo i giudici, la Manufactures non sarebbe stata in grado di "prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo" nelle aziende a cui subappaltava il lavoro, e quindi di contrastare i fenomeni di caporalato. Per questa ragione il tribunale di Milano ha disposto l'amministrazione giudiziaria nei confronti della Srl. Si tratta di un procedimento che affida la gestione di una società a un amministratore nominato da un tribunale, al fine di riallineare l'azienda all'economia legale correggendo eventuali pratiche illecite.

L'abbattimento dei costi di produzione per aumentare il margine di profitto

L'indagine per presunto caporalato è stata coordinata dal pm Paolo Storari e condotta dai carabinieri di Milano e fa parte di un più ampio filone che negli scorsi mesi ha visto altre aziende di moda - la Alviero Martini e Armani Operations - sottoposte allo stesso provvedimento giudiziario.

In pratica, Manufactures Dior non avrebbe effettuato gli opportuni controlli sulle società a cui aveva appaltato la produzione degli articoli, che sarebbero stati realizzati in vari laboratori scoperti nelle province di Milano, Monza e Brianza. In tali officine sono stati identificati 32 lavoratori irregolari di cui 7 in nero e 2 clandestini. La produzione, scrive la procura, avveniva in "condizioni di sfruttamento" con paghe "sotto soglia", "orario di lavoro non conforme" e "ambienti di lavoro insalubri", nonché "gravi violazioni in materia di sicurezza".

Proprio l'abbattimento dei costi di produzione consente, secondo la procura, la realizzazione del margine di profitto: emergerebbe, infatti, "in modo del tutto evidente l'esistenza di una catena produttiva a valle della filiera, nella quale il vero business è costituito da costi di produzione in serie ampiamente compressi rispetto a quelli che si avrebbero qualora fosse correttamente applicata la normativa contrattuale collettiva ed in materia di sicurezza degli ambienti di lavoro. È proprio su questi aspetti che si crea il margine di profitto" attraverso "l’utilizzo di manodopera in nero e clandestina", la "mancata formazione sui rischi da lavoro", le "omesse visite mediche", i "macchinari non a norma", il ricorso ad "ambienti abitativi" abusivi realizzati "al fine di avere forza lavoro reperibile h/24".

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