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Giovedì, 2 Dicembre 2021
Diritto allo studio

Iscriversi a due lauree allo stesso tempo aiuterà gli universitari italiani?

Cosa pensano gli studenti della possibilità di abolire il divieto di iscrizione contemporanea a due corsi di laurea: su Today le voci di chi vorrebbe farlo, chi avrebbe voluto farlo e chi è contrario

Un'opportunità o un'arma a doppio taglio (se fine a se stessa)? In attesa del passaggio al Senato della proposta di legge che abolisce il divieto di iscrizione contemporanea a due corsi di laurea, abbiamo cercato di capire come la vedono gli studenti.

Il portale Doppia Laurea ha raccolto negli ultimi mesi le storie di alcuni universitari italiani, che chiedono di approvare al più presto la legge così da poterne approfittare per costruire il proprio percorso in maniera più trasversale e andare incontro al mondo del lavoro più "corazzati". Come Federica Messinese, attivista di Doppia Laurea. Ventitré anni, laurea triennale in Scienze per l'investigazione e la sicurezza, iscritta al primo anno di Scienze socio-antropologiche per l'integrazione e la sicurezza sociale. Tra poco diventerà vigile del fuoco e parallelamente agli studi in sociologia vorrebbe poter portare avanti un percorso universitario in Ingegneria civile con specializzazione in Ingegneria della sicurezza. "Potrei migliorare così la mia formazione con un percorso parallelo di tipo scientifico che seppur in un ambito disciplinare diverso in realtà si va a completare con l'altro prettamente umanistico. Ma dovendoli fare in sequenza finirò quasi alla soglia dei trent'anni", spiega. "La considero una negazione a un diritto, quello di scegliere il percorso che si vuole, e un limite anche per chi vuole dedicare la propria vita alla conoscenza. Per questo mi attivo anche per tutti gli altri studenti, ad esempio gli iscritti agli istituti Afam che adesso non hanno la possibilità di continuare in maniera serena la loro formazione artistica parallelamente a un altro interesse. Perché devono scegliere e poi doversi chiedere se avranno fatto la scelta giusta ad esempio a lasciare il conservatorio per fare l'università e viceversa?".

In molti paesi europei questo divieto non esiste, i corsi di studi sono meno rigidi e gli studenti vengono incoraggiati a seguire percorsi di formazione complementari. Caterina Sansone vive da tempo in Francia, dove si occupa per lavoro di management di progetti di ricerca clinica a livello internazionale. Si è laureata a Napoli in Chimica e tecnologie farmaceutiche, con una tesi sperimentale svolta presso l'università di Angers e l'università di Nottingham. Il suo percorso universitario è proseguito all'estero, prima con un diploma di laurea in Management del settore biotech e farmaceutico alla Grenoble École Management di Parigi e poi con un diploma inter-universitario in Medicina Molecolare in Oncologia alla facoltà di Medicina di Parigi. In mezzo anche una borsa di ricerca Marie Curie. Sansone è passata attraverso quattro facoltà (chimica farmaceutica, farmacia, economia e medicina) diverse ma complementari e con molte competenze trasversali che le sono state estremamente utili. Si tratta di titoli ottenuti non in contemporanea, ci tiene a specificarlo, ma proprio per questo sostiene attivamente la campagna di Doppia Laurea. "Quello che ho fatto in cinque anni, dalla prima volta che sono partita per l'estero fino ad ora, non avrei potuto farlo in Italia. Quando lavoravo come ricercatrice, c'erano colleghi più giovani di me e con più titoli di me e mi chiedevo come fosse possibile che avessero la mia stessa età e una doppia laurea, o una laurea e un master, oppure un dottorato e un master. Questa cosa manca all'Italia – racconta – Durante il corso di studi alla scuola di management, alcuni dei miei colleghi erano iscritti contemporaneamente all'ultimo anno di Medicina o di Farmacia, perché in Francia c'è questa elasticità. Ma – conclude – gli studenti all'estero non sono più intelligenti né tantomeno più svegli. Semplicemente hanno più opportunità e sono ben accompagnati nelle loro scelte".

Di opportunità parla anche Giovanni Sotgiu, coordinatore nazionale dell'Udu, l'Unione degli studenti università, ma da un'altra prospettiva. "Per come funziona attualmente l'università in Italia e il suo stato di sottofinanziamento, l'abolizione di questa norma certamente antiquata rischia di amplificare le diseguaglianze perché solo chi sta sopra una certa soglia di reddito potrà permettersi di seguire due corsi mentre gli altri resteranno fermi, ampliando così anche un divario di titoli", spiega. Il testo della proposta di legge, votata all'unanimità poche settimane fa alla Camera, prevede che lo studente che si iscrive a due corsi contemporaneamente possa beneficiare degli strumenti e dei servizi a sostegno del diritto allo studio per una sola iscrizione, a sua scelta, fermo restando che laddove previsto l'esonero totale o parziale dal versamento del contributo onnicomprensivo annuale si applica ad entrambe le iscrizioni. "Ma gli importi dei sussidi e delle borse di studio sono già bassi così e poi non comprendono tutta una serie di altri costi, che vanno dal materiale didattico a quello informatico che ormai è essenziale per seguire le lezioni. Questi strumenti di base non sono sufficienti neanche per iscriversi a un solo corso di laurea".

La posizione dell'Udu, ribadisce Sotgiu, non è di contrarietà alla misura in sé ma più che altro alla mancanza di altre e necessarie misure a corredo. "Potrebbe anche essere utile, ma stante le condizioni attuali è più dannosa che altro. Andrebbe inserita in una riforma complessiva dell'università, anche in direzione di una maggiore fluidità dei percorsi di studi perché il problema sostanzialmente è che sono molto fissi e uno studente di fatto non può muoversi tra le varie discipline e adattarli alle proprie esigenze". La ministra dell'Università Maria Cristina Messa aveva salutato la votazione alla Camera come "un grande risultato che consente al nostro Paese di fare un salto verso il futuro della formazione universitaria, in linea con il resto del mondo". Peccato che, conclude Sotgiu, "la sostanziale differenza con gli altri Paesi europei è che questi investono una maggiore percentuale di Pil in università e ricerca, quindi dire che questa misura da sola possa portarci nel futuro è un po' scorretto".

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