Mercoledì, 2 Dicembre 2020

Perché l'epidemia di coronavirus sta rallentando la sua crescita (e questo potrebbe allontanare il lockdown)

L'incremento dei casi comincia ad essere contenuto. Perché rallenta la velocità di propagazione del virus. Così come è in decelerazione l'occupazione dei posti in terapia intensiva. Un piccolo segnale di ottimismo. Che però ci ricorda che non è il momento di abbassare la guardia

L'epidemia di coronavirus in Italia sta cominciando a rallentare la sua crescita. E mentre è ancora troppo presto per parlare di tendenza consolidata anche perché nel frattempo si è superato il milione di casi in Italia dall'inizio della pandemia, qualche piccolo segnale di ottimismo allontana la possibilità che venga decretato il lockdown nazionale (ma è possibile che vengano varate ulteriori restrizioni durante il week end) gli esperti spiegano che non si tratta di un abbassamento della curva ma di una riduzione della velocità di crescita. 

Perché l'epidemia di coronavirus sta rallentando (e questo potrebbe allontanare il lockdown)

Cominciamo dai numeri. Il bollettino della Protezione Civile di ieri riportava l'enorme cifra di 623 morti e 32961 contagiati. Mentre la percentuale dei positivi ai tamponi non è oggi molto indicativa della velocità di propagazione dell'epidemia, da lunedì a mercoledì si sono registrati 93 mila casi, rispetto agli 81 mila degli stessi giorni della settimana precedente. Un incremento che da Palazzo Chigi, racconta oggi Repubblica, definiscono "contenuto". Sempre dalle parti della presidenza del consiglio dei ministri dicono anche che nella settimana del 7 novembre i positivi non sono raddoppiati, ma aumentati “solo” del 25,4%. Va detto che di questo passo non eviteremo il collasso degli ospedali, che nei fatti è già in atto come dimostra l'analisi dei dati del ministero della Salute condotta da Fadoi, la società scientifica degli internisti ospedalieri, che si stanno facendo carico del 70% dei pazienti Covid. 

Perché se i circa due terzi dei posti letto in dotazione sono già occupati da pazienti Covid, i restanti posti sono a loro volta presi dalle altre tipologie di malati, per i quali l'offerta di letti è in questo momento ampiamente insufficiente rispetto alla domanda di assistenza. Da un'analisi dei dati riferiti al 10 novembre (28.633 ricoverati), il 68% dei letti dei reparti di area medica (su un totale di 39.910 di cui 29.923 nella sola Medicina Interna) risultano infatti occupati da pazienti Covid. Molto più di quel 40% indicato dall'Istituto superiore di sanità come soglia di sicurezza, visto che le altre malattie con la pandemia non vanno in vacanza e il bisogno di ricoveri degli altri pazienti resta immutato e il grado di saturazione dei posti letto va ben oltre quanto viene comunicato.

coronavirus epidemia rallenta lockdown-2

Ma dietro questi numeri c'è anche altro. Nel grafico che vedete pubblicato qui sopra, pubblicato su Facebook dal professor Riccardo Puglisi dell'università di Pavia, si mostra che ieri i posti occupati in terapia intensiva sono saliti di 110 unità, da 2971 a 3081, cioè del 3,7% e si nota che il numero di casi richiedono la ventilazioni sta scendendo dal picco della fine di ottobre. Va detto che stiamo parlando dei posti in terapia intensiva, mentre secondo l'indagine della Fadoi per quanto riguarda i ricoveri la soglia del tutto esaurito è già stata superata nella maggior parte degli ospedali. Il dato diventa più drammatico quando si punta la lente di ingrandimento sulle singole regioni, con Piemonte (164,4% di posti letto occupati da pazienti Covid), Valle d'Aosta (191,7%) e Liguria (105,3%) che hanno già non solo esaurito tutti i posti di area medica ma che, proprio per avere tassi di occupazione superiori al 100%, oramai da tempo utilizzano letti di reparti di altre discipline, come per esempio chirurgia, ortopedia, cardiologia. 

Il picco dell'epidemia a metà novembre?

E sempre i numeri dell'indagine Fadoi dicono che dei quasi 30mila letti dei reparti di medicina interna il 70% risultano essere occupati da pazienti Covid. Una percentuale in rapida crescita. La stessa indagine mostra che, per tornare ad avere sotto controllo la situazione negli ospedali sarebbe necessario raffreddare la crescita della curva dei contagi. Questo perché nonostante il numero così alto di letti occupati da pazienti Covid il tasso di ricovero dei positivi comprendendo sia quelli assistiti in area medica che in terapia intensiva, resta basso a livello nazionale: circa il 5,8% dei contagiati. Ma ci sono anche altri dati: quelli del professor Paolo Spada sulla pagina Pillole di ottimismo dicono che "la variazione dei nuovi casi registrati in questi ultimi sette giorni, rispetto ai sette precedenti, è stata pari a +18,7% (ieri era +20,8%, il giorno prima +21,2%, prima ancora +23%, +27,5%, +32,1%, +38,1%. Per intenderci: quando il valore è pari a 0% significa che il numero di nuovi casi rimane costante, se negativo significa che la curva è in discesa)". E ancora: "l'aumento percentuale complessivo sul totale dei pazienti ricoverati in questi sette giorni è stato +33,1%, mentre la variazione nei sette giorni rispetto ai sette precedenti, è stata pari a +2,7% (ieri era +5%, il giorno prima +13,9%, prima ancora +9,3%, +6,9%, +8,8%, +16,3%. 

Gli ultimi dati sull'andamento della pandemia di Covid-19 in Italia "confermano qualche segnale positivo, non in termini di abbassamento della curva" dei contagi, "ma di riduzione della velocità di crescita. Si può dunque pensare che stiano producendo qualche effetto il nuovo Dpcm e le restrizioni modulate in base a 3 diverse fasce di rischio", anche secondo quello che ha detto ieri all'Adnkronos Salute il virologo dell'università Statale di Milano Fabrizio Pregliasco, che nella lettura del trend epidemico intravede un elemento di speranza: "È probabile che la curva si stia avvicinando al picco, un picco che potrebbe essere raggiunto la prossima settimana - stima l'esperto - dopo il giorno 15, fra il 18 e il 20".

Il lockdown totale non è scongiurato, ma...

 fronte di uno spiraglio di luce relativo alla riduzione della crescita delle nuove infezioni da Sars-CoV-2, e soprattutto al calo del rapporto positivi/tamponi, continuano tuttavia ad aumentare i ricoveri e purtroppo anche i morti: "Questa è la parte più triste, legata agli effetti della crescita che abbiamo avuto nei 15 giorni scorsi", spiega Pregliasco. E mentre per la fine della settimana, in base al flusso di dati dalle Regioni, sono attese possibili ulteriori restrizioni - con nuove aree che da gialle potrebbero passare ad arancioni o rosse - guardando ai numeri di queste ore il virologo ritiene che "la strategia imboccata possa andare avanti. I segnali ci sono", ripete il direttore sanitario dell'Irccs Galeazzi di Milano. Anche il Corriere della Sera scrive che gli scienziati Brusaferro, Locatelli e Miozzo, chiamati dal premier per capire se davvero la curva del virus ha cominciato a piegarsi sotto i colpi delle misure restrittive adottate dal governo.

Ebbene sì, grafici alla mano il terzetto di tecnici ha confermato al capo dell’esecutivo, ai capi delegazione e al ministro Boccia le impressioni degli ultimi giorni: il Covid-19 ha iniziato a rallentare la sua folle corsa. I contagi continuano ad aumentare,èvero, ma la crescita non è più esponenziale.

E ancora: come abbiamo raccontato, Cesare Cislaghi, epidemiologo economista, oltre che ex presidente dell’Associazione italiana di epidemiologia sulle pagine del Corriere della Sera ha fatto ieri chiarezza sulla "corsa" del virus in Italia: "C’è un timido segnale di non peggioramento, l’incidenza dei nuovi casi di positività sembra si stia stabilizzando". I numeri dicono che "la curva dei contagi è sempre veloce ma l’incremento non aumenta. Ora c’è un andamento lineare anziché esponenziale". La stessa cosa dice oggi a Repubblica Roberto Battiston, fisico dell’Università di Trento ed ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana dice che "L’epidemia sta rallentando e una proiezione basata sui dati attuali colloca il picco al 27 novembre": "Il tasso di crescita è ancora positivo ma sta puntando verso il basso, questo significa che i contagi continuano ad aumentare ma lo fanno ormai spompati, con una velocità via via ridotta. Di questo passo — conclude Battiston — il tasso di crescita diverrà negativo il 27 novembre. E quel giorno ci potrebbe essere il picco di infetti attivi con circa 827mila casi".

Ad oggi non possiamo dire se questo rallentamento sia duraturo e come abbiamo osservato purtroppo siamo ben lontani dall'evitare il collasso degli ospedali. Ma il rallentamento della crescita (non la sua conclusione) è forse dovuto agli effetti dei Dpcm di ottobre e novembre. Quindi non è assolutamente il momento di gridare alla fine dell'emergenza, ma quello di notare che le restrizioni stanno funzionando. Il lockdown totale non è scongiurato, mentre già alcune regioni stanno ampliando la stretta proprio per frenare la crescita dell'epidemia e quindi il collasso degli ospedali. Ma la notizia è che possiamo farcela e i segnali positivi ci sono. Ma dobbiamo sempre ricordare che non è finita finché non è finita

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