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Martedì, 21 Maggio 2024
oltre il caso michela murgia

La "famiglia queer" e gli altri modelli familiari del futuro. Come diventeremo?

"L'età d'oro della cosiddetta 'famiglia tradizionale' è finita", spiega la sociologa Monica Santoro. "Oggi la fecondità è bassissima. E, vista la grande diffusione di nubilato e celibato, si potranno creare nuove forme familiari con amici, in modo da aiutarsi reciprocamente". Un esempio è già qui: il co-housing per anziani soli, che in Olanda condividono case e cure

Una casa con dieci letti, che accoglie amici, colleghi e persone amate, compresi i quattro "figli dell'anima" (e, dunque, non biologici) e il neo marito Lorenzo Terenzi, sposato non per convezione, né per ragioni sessuo-affettive, ma per potersi garantire diritti in questo momento di lotta contro il cancro. Da settimane Michela Murgia pone l'accento sulla necessità di dare un riconoscimento legale a nuovi modelli di famiglia, alternativi a quella che viene comunemente definita "famiglia tradizionale": lo fa mettendo in campo il suo esempio, la cosiddetta "queer family". L'attivista, scrittrice e femminista ha costruito infatti attorno a sé un gruppo familiare non basato sui legami di sangue, ma sul cosiddetto "Ius Voluntatis", ovvero sul diritto di scegliersi. 
 
Di questo dibattito, e soprattutto della possibilità di nuovi modelli familiari, parliamo con la dottoressa Monica Santoro, professoressa associata in Sociologia dei Processi Culturali presso l'Università degli Studi di Milano e che da anni, e più precisamente dal 2008, insegna "Sociologia della famiglia e dei corsi di Vita". Lo sguardo della professoressa parte dal passato per poi muoversi verso orizzonti futuri, attraversando un presente in evoluzione. "Oggi", ci spiega "Non si può più parlare di famiglia tradizionale, ma di famiglie. Per un certo periodo storico ha prevalso il modello 'coppie sposate con o senza figli', ovvero la cosiddetta famiglia nucleare. Ma questa è una fase che si è esaurita".

Partiamo dal caso Murgia. Anzitutto, che cos'è la "queer family"?

"Queer significa letteralmente 'bizzarro, strano' ed è un termine di cui si è appropriata la comunità Lgbt alla fine degli anni Ottanta, per denunciare la marginalità in cui era confinata nell'epoca in cui scoppiò l'Aids. Poi il termine è entrato a far par parte della sociologia, dove si parla di 'queer theory': sono gli studi sull'identità di genere, ovvero il genere con cui una persona si identifica, inteso però non nella sua derivazione naturale bensì in quella culturale".

Un termine che Murgia ha associato al suo nuovo modello di famiglia.

"Credo che Murgia volesse proprio contrapporre queste due idee di famiglia: quella naturale e quella intesa invece come costruzione culturale e sociale. Chi segue le teorie antropologiche sa bene che la famiglia non è mai naturale: la famiglia non è un istituto naturale, ma semmai una costruzione culturale che cambia nel corso della storia. Ad esempio, a livello giuridico, la grande rivoluzione a cui stiamo assistendo oggi è l'inclusione, da parte di quasi tutti i paesi occidentali, delle famiglie omosessuali. È un indicatore di come la famiglia naturale, come qualcosa che è dato in natura, difficilmente esiste, ma è invece proprio il risultato di cambiamenti culturali specifici".

Murgia non parla in senso romantico, ma di collaborazione tra più persone all'interno dello stesso gruppo. Quali sono dunque i tratti che permettono di distinguere tra una "famiglia queer" e altri tipi di relazione, che comunemente definiremmo amicizia?

"La responsabilità di cura negli altri. C'è famiglia laddove c'è una responsabilità che ci si assume nei confronti degli altri. E questo conferma che il concetto di famiglia va al di là del legame genetico e anche erotico-affettivo, estendendosi a membri familiari che spontaneamente vogliono convivere sotto lo stesso tetto".

"Chi fa sesso con chi?". E Michela Murgia spiega la sua famiglia queer

Ci sono state, o ci sono tuttora, società nelle quali sono esistite "famiglie queer", sebbene magari non si definissero così?

"Sempre".

Ad esempio?

"Volendo andare indietro nel tempo, durante la rivoluzione industriale in Inghilterra, alla fine del Settecento, le famiglie, le coppie o anche i giovani che si spostavano dalla campagna alla città, ad esempio in cerca di lavoro nelle fabbriche, e magari condividevano lo stesso appartamento, provenendo in certi casi dallo stesso paese. Lo facevano per ragioni economiche ma anche per sostenersi in un momento così particolare. Ma si può andare ancora indietro nel tempo".

 Andiamoci.

"A seguito delle epidemie che hanno attraversato l'Europa, come la peste del 1600, le famiglie venivano letteralmente decimate e i cosiddetti 'superstiti' ne accoglievano altri all'interno della loro abitazione, chiamando magari persone che conoscevano già. Era sempre un modo per condividere un momento particolare in cui si avevano problemi economici e c'era bisogno di sostegno reciproco. Senza però andare troppo indietro nel tempo, c'è poi l'esperienza delle comuni".

Le comuni degli anni Settanta.

"Ce ne erano di più tipi ed esistevano vari livelli di condivisione, tra cui quello economico. Il discorso era unirsi, stare insieme e condividere. Tornando a oggi invece, mi viene in mente il caso olandese di co-housing per gli anziani".

Cosa succede oggi in Olanda tra gli anziani?

"Esistono condomini in cui le persone anziane convivono. Ognuno ha il suo mini appartamento e poi condivide spazi comuni agli altri, disponendo anche di determinate cure mediche".

"Oggi in Olanda esiste il co-housing per gli anziani. Sono condomini in cui le persone anziane convivono: ognuno ha il suo mini appartamento e poi condivide spazi comuni, disponendo anche di determinate cure mediche"

Quindi perché la visione di Michela Murgia fatica a essere accettata? Da che cosa nasce il pregiudizio?

"Perché - a prescindere dall'attuale governo Meloni, con cui credo che Murgia abbia polemizzato - abbiamo un'immagine di famiglia che viene politicamente imposta ed è quella delle cosiddetta famiglia tradizionale, sebbene ormai non si possa più parlare di famiglia tradizionale, ma di famiglie"

La cosiddetta "famiglia tradizionale" ha concluso il suo periodo d'oro?

"Lo ha vissuto nel periodo del secondo dopoguerra, quello in cui il boom economico ha fatto sì che molte persone si sposassero e avessero figli, anche giovani. All'epoca c'era una fecondità altissima, proprio perché il matrimonio era precoce. Era arrivata l'urbanizzazione, quindi la crescita della disponibilità degli alloggi, e si guadagnava molto bene. Poi sono arrivati tutta una serie di cambiamenti, come le crisi economiche, l'evoluzione del mondo del lavoro e del rapporto tra i sessi, con l'emancipazione femminile, che hanno contribuito a modificare questa famiglia rendendola solo una delle tante famiglie possibili, non il modello prevalente".

In che modo?

"Basta pensare alla convivenza. Oppure all'accettazione delle donne di restare sole. Questo ha facilitato la possibilità di non scegliere quel tipo di famiglia".

"Il periodo d'oro della cosiddetta 'famiglia tradizionale'? Il boom economico: molte persone si sposavano e avevano figli da giovani, la fecondità era altissima. Poi sono arrivati i cambiamenti, come le crisi economiche, l'evoluzione del lavoro e del rapporto tra sessi, che hanno modificato questa famiglia rendendola solo una delle tante famiglie possibili"

Come ripenseremo la famiglia del futuro?

"Con le trasformazioni attuali, noi ci troveremo costretti a ripensare i modelli familiari. In Italia soprattutto, dove la fecondità è bassissima e abbiamo una grande diffusione di nubilato e celibato, ci saranno molte persone che non si sposano e che resteranno da sole. Per non parlare della forte instabilità dei matrimoni, che fa sì che molte persone si separano e dunque restano sole, magari senza figli. A fronte di queste situazioni, anziché stare da soli, si possono creare altre forme familiari, con amiche e amici con funzione di aiutarsi reciprocamente".

Siamo in una società in cui si fanno sempre meno figli.

"Anche per questo da anziani staremo soli e si possono dunque prefigurare delle situazioni di convivenza tra amici. Di solito se si vive insieme è per sopperire a una necessità, a un bisogno individuale e reciproco".

Di recente in rete è diventato virale il caso delle "mammouse": mamme single che negli Usa vivono in una casa comune con altre mamme single, allo scopo di dividere spese, bollette e prendersi cura dei figli. È un fenomeno di cui hai sentito parlare?

"Andrebbe visto come sono strutturate. A livello economico essere una mamma sola è molto oneroso, soprattutto se non si ha aiuto del padre. Questo è anche un risultato di più situazioni: ci sono donne che si lasciano col compagno, certo, ma ci sono anche donne decidono di fare un figlio da sole e questo è un altro aspetto importante da considerare, perché non è un fenomeno marginale. A oggi la mamma single non è più oggetto di stigma, è accettata socialmente e giuridicamente. E una mamma sola ha molti oneri sia a livello economico che psicologico, che può essere utile condividere".

"Ci sono donne che decidono di fare un figlio da sole e questo è un altro aspetto importante da considerare, perché non è un fenomeno marginale"

È dunque necessario promuovere nuove leggi per legittimare e regolare nuove forme di famiglia?

"Noi sociologi diciamo che la legge arriva un po' dopo delle trasformazioni in atto. In alcuni casi, non sempre: ad esempio nel caso dei congedi di paternità è arrivata prima. Le trasformazioni demografiche e sociali in atto ci metteranno nelle condizioni di dover accettare che ci saranno delle trasformazioni nel modo di vivere insieme". 

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