Mercoledì, 21 Aprile 2021

Fase 2 e movida, contraddizioni e polemiche: ecco la polizia "anti-assembramenti"

Serve responsabilità da parte di tutti, è chiaro: ma è quantomeno contraddittorio riaprire i bar e poi mettere al centro del dibattito politico le persone che nei bar ci vanno. Dai sindaci ai governatori, passando per ministri e premier stesso, montano i timori. Circolare ai questori per assicurare "il rispetto del divieto di assembramento"

Gente in strada a Palermo alla Vucciria, foto Ansa

Dalla riapertura generalizzata dei negozi, lo scorso lunedì, molti sindaci hanno espresso preoccupazione per gli assembramenti soprattutto di giovani nelle zone più calde della movida in molte città italiane. La vicinanza è un rischio ovunque. "Dobbiamo ripartire ma facciamolo con il massimo dell'attenzione, perché altrimenti si finirà per tornare indietro. Non si può scherzare col fuoco". Lo ha detto il ministro della Salute, Roberto Speranza, in una intervista al Tg1."Sicuramente servono maggiori controlli e noi faremo più controlli - ha detto riferendosi alle immagini di 'movida' riprese oggi in diverse città italiane, soprattutto con giovani come protagonisti - Ma quello che conta di più è la persuasione di ciascuno di noi. Abbiamo fatto sforzi enormi". Rivolgendosi ai giovani, Speranza ha quindi sottolineato che bisogna stare attenti perché "è in gioco la vita delle persone non possiamo dimenticare le immagini drammatiche che abbiamo visto nei nostri ospedali, i volti stremati dei nostri medici, infermieri e operatori sanitari".

Il capo della Polizia Franco Gabrielli ha inviato una circolare ai questori di tutta Italia, per chiedere, tra le altre cose, di assicurare "il rispetto del divieto di assembramento". "Alla luce del graduale riavvio delle attività economiche e di un progressivo riassetto della vita sociale - si legge - si richiama l'attenzione sulla necessità di orientare il massimo impegno verso l'attività di controllo del territorio per prevenire e contrastare ogni tentativo di ripresa dell'operatività delle organizzazioni criminali, nonché della criminalità diffusa". Allo stesso tempo i questori dovranno assicurare "il rispetto del divieto di assembramenti e di aggregazioni di persone e l'osservanza delle misure del distanziamento sociale". E’ però illusorio pensare che possa essere esercitato un controllo da parte delle forze dell’ordine per ogni cittadino. Le sanzioni ci sono, da 400 euro a tremila.

"Gli italiani hanno dimostrato grande senso di responsabilità e questo genera fiducia, oltre a spingere il governo a fare sempre di più e meglio. Chiedo adesso ai cittadini di non abbassare la guardia: non è il tempo degli assembramenti, dei party. Bisogna sempre continuare a rispettare distanze, regole e precauzioni per non vanificare gli sforzi fatti", è l'invito del premier Giuseppe Conte dalle pagine del Foglio. I governatori usano toni duri. Il presidente del Veneto, Luca Zaia, dice all'Adnkronos: "La mia è una via di mezzo tra rabbia e incomprensione del fatto che ci siano persone che davanti a 1.820 morti non si rendono conto di cosa sia accaduto”. Di fronte alle immagini degli spritz nel centro di Padova, tornare a chiudere - dice Zaia - “non è una minaccia, ma una constatazione: noi abbiamo degli indicatori sanitari eccezionali, abbiamo solo 44 persone in terapia intensiva, delle quali la metà sono ‘corona free’, perché si sono negativizzati. Con queste aperture, abbiamo trasferito la responsabilità dagli ospedali alle persone, ognuno è responsabile della cura. Se ci comportiamo male, è inevitabile che si torni negli ospedali, che tornino i ricoveri. Non bisogna abbassare la guardia, c’è qualcuno che non ha capito che il virus c’è ancora”.

Il presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, sostiene che "il nuovo decreto ha dato una sensazione di ‘liberi tutti’. Ora o ciascuno di noi, a cominciare dai ragazzi, interpretiamo questa libertà con senso di responsabilità, applichiamo le regole sul distanziamento sociale, pensiamo al fatto che comportamenti irresponsabili mettono a rischio non solo la nostra salute individuale ma anche quella delle persone più fragili che abbiamo care, oppure saremo costretti a chiudere di nuovo i locali, con il danno anche economico che questo comporterebbe”.

Le immagini della folla della movida, giovani immortalati in vari casi senza mascherine, stanno facendo discutere: "Dovremo imparare a gestire una nuova normalità", ma per imparare i nuovi comportamenti ci vorrà del tempo, spiega il professore di psicologia Fabio Lucidi, preside della facoltà di medicina e psicologia dell'Università di Roma 'La Sapienza'. Ecco il primo elemento da tenere presente, si chiama "effetto lockdown". Ovvero "fino ad alcuni giorni fa non eravamo chiamati a utilizzare schemi di ragionamento, bensì a utilizzare schemi di comportamento determinati. Ci veniva detto esattamente ciò che non si poteva fare. Una situazione emotivamente fastidiosa, perché il nostro spazio di libertà era ridotto, ma anche estremamente semplice dal punto di vista comportamentale e psicologico: avevamo uno spazio delimitato molto ristretto, le nostre case, ma dentro quello spazio avevamo piena capacità di controllo, sostanzialmente senza negoziazioni".

"Da una parte - spiega il professore ad askanews - in una situazione di pericolo è più facile fare quello che ci viene detto, dall'altra nello spazio seppure circoscritto che ci veniva lasciato, con il lockdown noi eravamo assolutamente padroni, uno spazio interamente sotto il nostro controllo. Il modello di comportamento che abbiamo esercitato è: l'unico spazio che abbiamo a disposizione è quello di casa nostra ma al motto di padroni dentro casa nostra". E "il nostro spazio personale era diventato un posto facilmente controllabile, con un numero di negoziazioni sociali limitatissimo, al massimo i familiari conviventi. Con un livello di organizzazione generale tutto interno. Lo spazio attuale è completamente diverso, è di nuovo uno spazio di negoziazioni sociali, in cui nei fatti di nuovo la mia libertà si ferma dove inizia la libertà dell'altro". Da un lato ce n'eravamo dimenticati, dall'altro ce lo ritroviamo con una complicazione in più non da poco: "Addirittura il mio spazio individuale è totalmente dipendente dai movimenti dell'altro. Sono libero se nessuno si muove verso di me, altrimenti sono chiamato in continuazione a cambiare direzione, per mantenere la distanza e seguire le regole di distanziamento sociale". 

"Dobbiamo trovare un elemento di coordinamento con tutti gli altri, questo rende le cose già normalmente molto complicate, questa in più è una normalità del tutto diversa, sia rispetto a quello che è stata sperimentato negli ultimi due mesi, sia rispetto a quella pre- lockdown". "Non solo dobbiamo ritornare a un livello di negoziazioni sociali a cui, in quarantena, non eravamo abituati, siamo ora chiamati ad un livello in cui il fallimento di questa negoziazione sociale si associa ad un pericolo, siamo chiamati a fare una cosa a cui non siamo mai stati abituati". Adesso spunta una parola con cui fare i conti in modo diverso da ora in poi: "Previsione". "Ora - spiega il preside della facoltà di medicina e psicologia della Sapienza - serve una previsione, un comportamento organizzativo a priori. Facciamo un esempio: situazione tipica prima del virus, il sabato sera voglio andare al ristorante, telefono a un paio di amici alle 18, al massimo anche al ristorante e vado. Presa la decisione la metto in atto. Voglio fare una cosa, la faccio. Non potremo fare così in molti più aspetti della vita quotidiana, da ora in poi. La nuova organizzazione prevede la necessità di evitare che troppe persone facciano la stessa cosa. Non è una cosa banale: dovremo trovare un nuovo e articolato modello comportamentale e organizzativo'.

"Tutti noi siamo abituati a fare delle cose e rinunciare è difficile e anche molto faticoso". Da una parte - fa notare il professore - ora il lockdown ha scardinato le abitudini: potremmo approfittare del reset di oltre due mesi che ci ha fatto (forse) perdere alcune abitudini e potremmo imparare a comportarci più facilmente (forse) in maniera diversa. Certo questi primi giorni "l'effetto lockdown del 'padroni a casa nostra' pesa", "e non solo per lo spaesamento del dover imparare di nuovo a negoziare ma anche per un rischio 'aggressività': molte persone potrebbero reagire con aggressività verso gli altri ma anche verso se stessi, sviluppando stati come ansia, depressione". Con la riapertura "si allarga la sfera ma si perde il controllo a vari livelli e in un contesto dove c'è un rischio per la nostra salute".

Solo la curva dei contagi dirà se le immagini della movida di questi primi giorni di riapertura sono eventi eccezionali, normali scene di vita sociale in città con centinaia di migliaia di abitanti e in cui i locali sono aperti perché la politica ha dato il via libera, o se servirà un aggiustamento dei comportamenti e anche delle nuove regole. C'è però da dire che è quantomeno contraddittorio riaprire i bar e poi stigmatizzare o guardare con stupore le persone che al bar ci vanno. Certo, serve responsabilità da parte di tutti: igiene, mascherine, distanza. Ma il focus del dibattito politico non può essere bere un caffé o una birra in un bar aperto per legge.

''I gestori dovranno assicurare steward professionisti davanti ai locali per far rispettare le distanze e accertarsi che tutti indossino i dispositivi di sicurezza''. Altrimenti ''se proprio non mi lasceranno scelta, arriveranno altre limitazioni come la chiusura di tutti i bar a mezzanotte e la sospensione delle attività''. Così in un'intervista al Corriere della Sera il sindaco di Padova Sergio Giordani, pronto alla battaglia con il popolo degli spritz. ''Ma la vinco questa battaglia. Oppure chiudo tutto''.

Non è il tempo della movida né delle feste (neppure in casa)

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