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Domenica, 4 Dicembre 2022
Vittime invisibili

Il pronto soccorso psicologico per gli orfani di femminicidio

Il progetto Respiro aiuta i figli delle vittime di crimini domestici al Sud. Come funziona e le voci degli operatori

Non lasciare soli gli orfani di femminicidio, dare loro un "pronto soccorso" psicologico e un "tutor di resilienza". Questo lo scopo del progetto "Respiro", attivo in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia. La coop sociale Irene ’95 è capofila e agisce in partenariato con 12 enti, tra cui il Policlinico Giovanni XXIII di Bari. È stato attivato attraverso il bando “A braccia aperte”. Le iniziative coprono l’intero territorio nazionale per una una durata di 48 mesi e sono sostenuti con 10 milioni di euro.

"L'ambizione di Respiro è creare uno schema standard applicabile a livello nazionale. Ci sono interventi che devono essere tempestivi e non casuali, lasciati alla lungimiranza e alla benevolenza di chi è presente. Inoltre non c'è un'anagrafe nazionale degli orfani speciali. Non abbiamo un dato definitivo. Per questo puntiamo a realizzare una mappatura", spiega a Today.it Fedele Salvatore, presidente della cooperativa Irene 95 che è capofila del progetto Respiro. 

Sono duecento gli orfani di femminicidio individuati al Sud, con 80 i responsabili del progetto hanno preso contatto e per 62 è già stato avviato un percorso di supporto.

In ogni territorio dove il progetto è attivo, c'è un'equipe multidisciplinare con un 'tutor di resilienza', che è educatore o psicologo e cura la regia della presa in carico. Viene fornito supporto psicoterapeutico all'orfano ma anche agli affidatari, viene poi erogata una "dote educativa" per le spese relative all'istruzione e alle attività complementari come quelle sportive. Ci sono poi linee di intervento focalizzate sul confronto tra care giver, la formazione e la comunicazione.

"L'esperienza insegna - spiega Salvatore - che quando un bambino perde i genitori perché uno uccide l'altro, si mette in moto una 'macchina' complessa e l'orfano spesso resta in secondo piano. Le indagini assorbono tutta l'attenzione. Il minore - dice Salvatore - se presente viene portato via da qualcuno delle forze dell'ordine, poi magari viene mandato da un parente e si coinvolgono i servizi sociali. La procedura che si attiva è identica però a quella dei minori che sono presi in carico per altre ragioni.Hanno un vissuto molto diverso che chiede una risposta specifica". Respiro vuole intervenire subito, nell'immediatezza del femminicidio. "Fornendo un 'pronto soccorso psicologico' - dice Salvatore - Un esperto deve aggiungere l'orfano immediatamente. Poi valuta come e quando raccontargli cosa è accaduto, l'opportunità di farlo partecipare al rito funebre e lo segue in questa difficile fase, lo segue nel rientro a scuola. Altra fase delicata perché c'è il reinserimento nel gruppo classe. Anche compagni e docenti devono essere pronti e consapevoli della mutata realtà". 

Lo sguardo degli altri può pesare come un macigno sugli orfani. Pietismo, compatimento, paura spesso circondano il minore isolandolo ancora di più. 

"Diamo sostegno delle famiglie affidatarie e dei caregiver - prosegue Salvatore - spesso non sono preparate. All'inizio magari rifiutano il supporto perché sono convinti di potere gestire tutto, poi invece emergono le debolezze. Ci sono casi in cui l'orfano è affidato ai parenti della madre, anche loro chiamati a elaborare il lutto in prima persona. Altre volte può capitare che siano affidati ai parenti dell'omicida. Senza una corretta elaborazione dell'accaduto da parte dell'adulto si innescherà un meccanismo di distorsioni e traumi a catena difficili poi da sanare".

"Un primo problema - racconta Alessia Dubbioso, tutor di resilienza del progetto - è quello dell'entrare in contatto con le famiglie. Alcune volte siamo ostacolati, il nostro coinvolgimenti no è automatico, Capita quindi che contattiamo le famiglie in modo autonomo. Quando instauriamo un primo contatto, la situazioni possono essere diverse: ci sono famiglie diffidenti nei nostri confronti, alcun temono che il nostro intervento possa mettere a rischio l'affido. Altre volte ancora è passato molto tempo dall'evento traumatico e hanno paura di quella che può sembrare come un'intromissione". 

Un capitolo a sè è il rapporto tra il padre che ha compiuto il delitto e il figlio. "I ragazzi spesso chiedono del genitore - dice Salvatore - lo cercano. Le motivazioni sono diverse di caso in caso, ma la richiesta di contatto è più frequente di quanto si pensi.Se viene accordato il permesso di incontrare il genitore in carcere, è necessario che questi sia adeguatamente preparato attraverso un percorso".

"Cerchiamo sempre di avere un contatto con gli operatori che seguono i padri in cella - spiega Dubbioso - per capire se stanno facendo un percorso e di che tipo. Il lavoro sui padri è fondamentali. Lavoriamo sì sugli orfani e sarebbe un errore trascurare le modalità del nuovo approccio col padre".

Con Respiro, l'orfano è poi seguito anche sotto il profilo legale per l'accesso alle agevolazioni previste dalla legge, come i fondi per l'educazione scolastica. "Orientarsi nei meandri della burocrazia non è facile  soprattutto per chi magari è rimasto orfano prima dell'entrata di vigore degli aiuti e quindi non è a conoscenza dei propri diritti.

Un altro aspetto del progetto Respiro è la formazione specifica, mirata e continua per operatori dei servizi socio-sanitari, dei Centri antiviolenza e per gli altri professionisti (forze dell’ordine, personale del Tribunale Ordinario e del Tribunale per i Minorenni, legali, insegnanti), perché sappiano gestire il trauma dei minori che hanno perso brutalmente i genitori. Parallelamente sarà condotta una attività di prevenzione e sensibilizzazione attraverso laboratori educativi nelle scuole: "Ai piccoli insegneremo a chiedere aiuto in situazioni di difficoltà. I più grandi saranno accompagnati in una riflessione su stereotipi di genere e violenza".

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Con Respiro è stato realizzato anche un podcast (ideato da Terre des Hommes e scritto da Roberta Lippi) che in 6 puntate racconta le storie degli orfani di femminicidio e delle famiglie che si sono prese cura di loro.  

Dal 20 novembre sono pubblicati e disponibili su tutte le piattaforme i primi due episodi del podcast, a seguire le altre puntate la prima settimana di ogni mese.

Roberta Lippi dialoga con i testimoni di sei tragiche storie: "Quando si parla di femminicidio pensiamo sempre alla tragedia, inaccettabile, al fatto di cronaca di per sé. Ricordiamo quanti figli ha la vittima e di che età. Inorridiamo pensando all’accaduto, ma poi di quelle vite dimentichiamo tutto. Invece un femminicidio lascia dietro di sé un dolore atroce e una solitudine di cui la società deve farsi responsabile".

Il calvario lo chiarisce bene Giuseppe Delmonte, il primo testimone a raccontare la sua storia di violenza e riscatto, rimasto orfano il 26 luglio del 1997, quando sua madre Olga è stata uccisa per strada a colpi d'ascia dall'ex marito. Giuseppe aveva 18 anni. "Quando perdi tua mamma così sei condannato all’ergastolo del dolore…. Per 25 anni non sono riuscito a parlarne con nessuno, non ho avuto nessun supporto psicologico e facevo finta che non fosse mai accaduto, ma ora non voglio più stare zitto. Il mio grido è perché si intervenga subito, gli orfani hanno bisogno di un supporto immediato".

Nel secondo episodio è invece nonna Adriana a parlare: "Nella tragedia il nostro primo pensiero è stato quello dei bimbi, il piccolo aveva solo 19 mesi e il grande 4 anni". A quasi 6 anni dalla morte della figlia Stefania, uccisa dal marito il 19 ottobre 2016, Adriana e Luigi Formicola testimoniano la loro esperienza di nonni-caregiver dei due piccoli orfani. Un percorso a ostacoli che la coppia ha portato avanti con coraggio e dedizione.

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