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Sabato, 26 Novembre 2022
Vittime invisibili / Torino

A Torino il primo centro dedicato agli orfani di femminicidio

Aperto grazie al progetto "Sos", che si rivolge alle vittime che vivono In Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta per le "vittime invisibili" . Cosa è e come funziona

"Entrare in punta di piedi" nella vita degli orfani per femminicidio e in quella delle famiglie affidatarie per aiutare ad affrontare la perdita e ricostruire una vita. È la filosofia che anima il progetto "Sos - Sostegno orfani speciali" avviato in Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta. È promosso dai centri antiviolenza E.M.M.A. con altri 24 enti tra cui la Procura dei minorenni di Torino, 18 organizzazioni di terzo settore, le università di Genova e Torino, l'Ordine assistenti sociali del Piemonte e quello della Valle d’Aosta e un ente locale.

Sos è nato nell'ambito del bando “A braccia aperte” dell'impresa sociale Con i Bambini. Lo scopo - come per il progetto Respiro avviato al Sud - è quello di fornire un supporto personalizzato agli orfani e alle famiglie affidatarie, intervenendo sia per la gestione del periodo post-traumatico, sia per la costruzione di una progressiva autonomia e di un percorso di vita sereno. C'è anche un polo fisico a Torino che nasce per facilitare l'incontro tra operatori e destinatari degli interventi. Si trova in via Nota ed è aperto tre ore al giorno dal lunedì al venerdì,.

"Gli orfani di femminicidio sono i grandi invisibili - dice a Today.it Anna Maria Zucca, presidente centri antiviolenza E.M.M.A.  - La perdita della mamma per femminicidio ha conseguenze complesse, per l'orfano e per le famiglie affidatarie. L’équipe si fonde con le altre istituzionali competenti e formula un piano di sostegno".

Ci sono alcune difficoltà di fondo. La prima è andare a ritroso nel tempo e individuare i casi.
A fine 2020 erano 48 gli orfani e le orfane di femminicidio, figli e figlie delle 28 donne uccise in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Dall’indagine commissionata all’Eures per il progetto S.O.S. emerge che una metà ha tra i 16 e 21 anni, l’altra tra i 6 e 15 anni. "Due fasce con esigenze e aspettative molto diverse - spiega Zucca -. Da allora ci sono stati altri femminicidi quindi il totale sarà arrivato a 52-53 orfani. C'è da capire se ci sono casi che sfuggono, soprattutto se si tratta di delitti più lontani nel tempo. Non è detto poi che l'orfano resti nella città o nella regione dove è avvenuto il delitto, alcuni si trasferiscono". 

Un altro aspetto è anche legato all'approccio. "Con i centri antiviolenza E.M.M.A. - sottolinea la presidente - abbiamo un'esperienza di 25 anni. Noi riconosciamo il diritto di scelta e chiedere aiuto è una scelta, non può essere un'imposizione. Noi entriamo nelle vite delle persone in punta di piedi. Vogliamo sappiamo che ci siamo, che da noi trovano supporto e sostegno. Lo facciamo con le donne e lo faremo con gli orfani e le famiglie affidatarie. Per questo abbiamo inaugurato un polo fisico, per facilitare l'incontro. Non a caso poi si inizia con l'ascolto, per capire se e come la persona può essere presa in carico. Se sono gli orfani e gli affidatari a cercare noi e non viceversa per la nostra esperienza c'è una maggiore disponibilità e gli interventi hanno più successo. Chiaramente possiamo seguire questa linea anche perché il progetto ha una durata di 48 mesi e quindi ci consente di lavorare su un arco temporale lungo".

Il progetto Sos punta poi alla realizzazione del diritto allo studio anche oltre la scuola dell’obbligo o all'inserimento lavorativo per chi decide di non proseguire con la scuola.  

Tassello fondamentale è la formazione della comunità educante. "Sia - spiega Zucca - per offrire un approccio di pari livello su tutte le regioni in cui operiamo sia per avere gli strumenti per affrontare le varie situazioni. Lavoriamo con bambini e adolescenti, fasce d'età diverse e quindi esigenze diverse".

La formazione ha coinvolto tutti i partner del progetto. Stefano Ciccone, fondatore e presidente per sette anni dell’Associazione Maschile Plurale, ha curato un approfondimento sull'identità di genere. "Non dimentichiamo - sottolinea Zucca - che ci confrontiamo con bambini e adolescenti  la cui mamma è stata uccisa dal papà: hanno un'entità compromessa da ricostruire. Non si tratta solo di sostenerli nell’elaborazione del trauma, ma di fare conti con un modello condiviso di maschile e di paternità. L’autore del femminicidio non può essere liquidato come 'mosso da una furia omicida inspiegabile', frutto di una patologia individuale. Agli operatori sono stati forniti gli strumenti per capire i traumi, costruire una relazione e rispondere al meglio ai bisogni psicologici ed educativi degli orfani e delle famiglie".

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