Il Papa solo a San Pietro e le altre foto-simbolo della pandemia che faranno la storia (GALLERY)

Dalle città vuote che sembrano incisioni del Piranesi alla foto dell'infermiera Elena Pagliarini, accasciata sulla scrivania perché stremata dai turni di lavoro. Dai supermercati depredati a Milano al bambino cinese che torna in strada a mangiare il gelato dopo la quarantena. Ecco le immagini che resteranno, perché mai come oggi la Storia siamo noi

Il "Rivoltoso Sconosciuto" che, il 5 giugno 1989, arresta i carri armati scesi in piazza Tienanmen per fermare le proteste scoppiate in Cina. La sagoma terrificante del fungo atomico sopra Nagasaki, nell'agosto del 1945. La marea umana accorsa a perdita d'occhio di fronte a Martin Luther King, autore del celebre discorso 'I have a dream' pronunciato al termine una marcia di protesta per i diritti civili, il 28 agosto 1963. Sono tre fotografie-simbolo stampate nell'immaginario collettivo e portatrici delle chiavi indentificative con cui fino ad oggi abbiamo imparato ad assimilare la Storia. Ed ora che ci troviamo ad essere noi stessi protagonisti per la prima volta di un evento di rottura capace di tracciare il solco di un prima e un dopo nella linea cronologica del tempo, ci chiediamo quali saranno le immagini della pandemia di coronavirus che consegneremo al futuro del nostro Paese. 

Cristallizzata nella mente in tutta la sua concretezza e allo stesso tempo tremendamente evocativa nella sua sacralità, è l'immagine di Papa Francesco solo in Piazza San Pietro. Il pontefice calpesta i sanpietrini sotto la pioggia battente di marzo, senza ombrello né coperture, per raggiungere la basilica e pregare per la fine dell'epidemia: "Signore, non lasciarci in balia della tempesta", invoca, ricordando la paura dei discepoli in barca durante un diluvio narrato nel Vangelo. Davanti a lui, solo il Crocifisso e la Salus Populi Romani, l'icona a cui è attribuito il miracolo della fine della peste nel XVI secolo. Francesco è un punto bianco in mezzo ai colori lividi delle "fitte tenebre che da settimane si sono addensate sulle nostre piazze, strade, città". Non c'è più traccia dei fedeli che sono soliti gremire quella piazza disegnata da Gian Lorenzo Bernini proprio nella forma suggestiva di un abbraccio. E non c'è niente di più simbolico dell'abbraccio impossibile in un'epoca storica chiamata a vietare gli abbracci per legge. Niente di più simbolico del passaggio improvviso di un'ambulanza durante la concessione dell'indulgenza plenaria: "Non siamo padroni di niente", sentenzia Don Filippo Di Giacomo, ospite della diretta su Rai Uno, rivolgendosi a tutti i cristiani virtualmente presenti che assistono allo streaming mondiale.

Mai come oggi la Storia siamo noi. Protagonisti e non più solamente osservatori. Testimoni diretti e non più solo giudici. Interpreti di primo piano della trama che si tesse giorno dopo giorno e non più esclusivamente "posteri" che subiscono "la storia scritta dai vincitori", come recita una massima. E se è vero che, per usare le parole del Papa, gli eroi valorosi di questa battaglia sono "le persone comuni, solitamente dimenticate dai titoli dei giornali e dalle passerelle dell'ultimo show", e quindi "Medici, infermieri, addetti dei supermercati, forze dell'ordine, volontari, religiosi e tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo", allora ai libri di storia non consegneremo solamente le fotografie a mezzobusto del premier Giuseppe Conte intento ad emanare l'ultimo decreto o lo sguardo vitreo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma anche la persistenza delle immagini degli operatori della sanità bardati e feriti dai pesanti dispositivi di protezione. La dolorosa fotografia della fila di mezzi militari che attraversano come una ferita una Bergamo dilaniata dal dolore e ormai incapace di dare cremazione alle troppe vittime del Covid-19, tanto da renderne necessario il trasferimento delle salme in altri territori.

E così nell'enciclopedia iconografica del presente in costruzione, resteranno anche quadri di vita quotidiana capaci di disegnare nella mente di chi verrà le paure e le speranze dei nostri giorni. Le istantanee dei supermercati depredati dal panico scatenato dalle norme anti-contagio imposte dal Governo, con tutto il carico di smarrimento degli scaffali vuoti. E tutto intorno i panorami delle città vuote, di una Roma che riscopre lo scroscio delle fontane e sembra riacquisire le sembianze delle incisioni settecentesche di Giovan Battista Piranesi. Le prime pagine e le Homepage dei giornali che "vietano abbracci e strette di mano" (e magari in futuro si discetterà su quanto è stato simbolico dover imporre distanze sociali in un'epoca storica segnata dall'iperconnessione). E ancora, resterà indelebile il sorriso del bambino cinese che toglie la mascherina e torna a mangiare il gelato sorridendo dopo due mesi di quarantena, emblema del ritorno alla normalità nella regione dell'Hubei. Ed anche la commozione di Carly Boyd, la giovane donna americana che mostra l'anello di fidanzamento al nonno malato attraverso il vetro della finestra per scongiurare un eventuale contagio. Quel vetro della nostra finestra che ad oggi ci separa dal resto del mondo. Dal passato che ci siamo lasciati alle spalle. 

Infine, perché no, resterà la foto di mamma anatra e degli 11 anatroccoli che l'altroieri hanno approfittato della città deserta per varcare la soglia di una farmacia a Firenze, immagine suggestiva della natura che si riappropria con prepotenza dei propri spazi sul finire di un'epoca che si è a lungo interrogata e redarguita sullo sviluppo sostenibile e sul cambiamento climatico. "Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami - ha detto ieri Papa Francesco nella sua invocazione al Signore - Non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato". 

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