Domenica, 9 Maggio 2021
Stati Uniti d'America

La storia di Francesco Persico, ricoverato a New York per Covid-19: "Conto di 100mila dollari"

Il vicesindaco di Azzano all'inizio dell'emergenza era negli Stati Uniti per lavoro. Meno male che era assicurato, ma per poco ha rischiato ci fossero problemi anche su quel versante

Si è ammalato di Covid-19 a New York. Una brutta avventura, ormai alle spalle. La storia di Francesco Persico, 33 anni, elettricista della Automazione 2001 e vicesindaco di centrodestra ad Azzano San Paolo (Bergamo) è raccontata oggi da Giuliana Ubbiali sul Corriere della Sera.

Vicesindaco Azzano ricoverato a New York per Covid: "Conto di 100mila dollari"

Centomila dollari di ospedale più 2500 per aver percorso 800 metri in ambulanza: questo è il conto che si è visto presentare. Meno male che era assicurato. Nonostante la febbre a 41 di quel giorno ricorda benissimo i due infermieri del 911 bardati con tute, mascherine e visiere, le tre curve in ambulanza per arrivare all’ospedale Mount Sinai West e soprattutto la prima domanda, appena messo in una camera isolato da tutti: "Con che cosa paga?". E' la sanità made in Usa, nulla di sorprendente.

Persico otto mesi dopo ci sorride, ma ritrovarsi in ospedale, in terapia intensiva, con il Covid a 6.000 chilometri da casa, lontanissimo dalla moglie, rimasta a casa con la bimba di tre anni, non è stato semplice, fisicamente ed emotivamente.

"Per fortuna, e ringrazio la mia azienda, ero assicurato ma in quel momento il timore era forte anche a casa, con il costo di 8.000 dollari al giorno in terapia intensiva». Qualcosa ha pure rischiato, l’ha scoperto dopo: "Una clausola diceva che l’assicurazione non avrebbe pagato se l’Oms avesse dichiarato la pandemia globale. La mia fortuna è essere stato ricoverato prima".

Non saprà mai se si è contagiato in Italia o nella Grande Mela: il 28 febbraio, quando l'emergenza in Italia era agli inizi, era partito per la Despe demolizioni con un collega dell’azienda, altri due elettricisti e due meccanici, per lavorare alla costruzione di un grattacielo. Ha avuto i sintomi classici: febbre in primis. Francesco si definisce “il paziente zero in quell’ospedale”.

“Non erano preparati: ho aspettato mezz’ora sull’ambulanza, il personale ha allestito uno spazio lì per lì, mi hanno trasferito nel reparto di malattie infettive. Da me entravano protetti ma poi, li vedevo dal vetro, si cambiavano in corridoio. Mi hanno trasferito in terapia intensiva, con la maschera facciale dell’ossigeno”.

Ha lasciato l’ospedale il 25 marzo, è tornato in Italia il 4 aprile: primo tampone il 15, il secondo il 22. Nel frattempo non ha potuto vedere la sua famiglia: la moglie si era trasferita dai genitori, ha rivisto la bimba due mesi dopo. Lui dall’America si è portato a casa una lezione molto preziosa: «Rispetto a tante polemiche, non abbiamo nulla da imparare sulla serietà e capacità di gestire l’emergenza. Il fastidio più grande è chi prende questo virus alla leggera, i negazionisti. Non ci sono passati, per forza. Ad Azzano in tre mesi abbiamo avuto cento morti".

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