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Mercoledì, 29 Maggio 2024
Guerra alle Ong

Geo Barents fermata: ma se Lampedusa scoppia le Ong non c'entrano

Nei confronti della nave di Msf scatta il primo provvedimento emesso contro un'ong dopo l'introduzione del nuovo decreto, proprio ieri diventato legge: "Puniti per aver salvato vite"

Ci siamo. Nei confronti della nave Geo Barents di Msf è scattato il primo provvedimento emesso contro una ong dopo l'introduzione del nuovo decreto, proprio ieri diventato legge: fermo amministrativo di venti giorni e una multa da diecimila euro. La loro colpa? Non aver fornito tutte le informazioni richieste prima dell'ultimo sbarco. Le navi umanitarie salvano meno del 10 per cento dei migranti che arrivano in Italia, l'hotspot di Lampedusa scoppia (a centinaia quotidianamente vengono trasferiti verso la Calabria e la Sicilia) non certo a causa dei migranti soccorsi dalle ong. Basta guardare i numeri. Ma procediamo con ordine.

Fermo amministrativo di 20 giorni e multa di 10.000 euro

La comunicazione, arrivata all'organizzazione solo ieri sera dopo lo sbarco del 17 febbraio scorso ad Ancona di 48 migranti a bordo, è stata riferita da 'Msf' stessa: "Le autorità italiane ci hanno appena comunicato che la Geo Barents, la nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere, è stata raggiunta da un fermo amministrativo di venti giorni e una multa da diecimila euro".

La Capitaneria di Porto di Ancona contesta, alla luce del nuovo decreto, di non aver fornito tutte le informazioni richieste durante l'ultima rotazione che si è conclusa con lo sbarco ad Ancona. L'organizzazione non resta con le mani in mano, e sta adesso "valutando le azioni legali da intraprendere per contestare l'accaduto. Non è accettabile - commenta - essere puniti per aver salvato vite".

Dopo l'introduzione del decreto ong - ieri convertito in legge e che introduce appunto una serie di sanzioni per le organizzazioni umanitarie che non rispettano le nuove regole - la nave Geo Barents aveva effettuato altri salvataggi nel Mediterraneo, tutti conclusi con l'assegnazione di un porto dalle autorità italiane, così come successo per altre navi umanitarie. La prossima a sbarcare oggi - nel porto di Ortona (Chieti) - sarà l'Aita Mari dell'ong spagnola 'Salvamento Maritimo Humanitario', che ha a bordo 40 migranti salvati sulla rotta centrale del Mediterraneo.

Cosa succede adesso

Il provvedimento contro la Geo Barents rischia ora di innescare una nuova polemica da parte del mondo delle organizzazioni umanitarie impegnate nei salvataggi nel Mediterraneo, le quali già protestano contro il via libera definitivo del Senato al decreto. Vengono introdotte determinate regole: tra queste il possesso da parte delle Organizzazioni di tutte le autorizzazioni rilasciate dalle competenti autorità dello Stato di bandiera e i requisiti di idoneità tecnico-nautica alla sicurezza della navigazione nelle acque territoriali. Inoltre sono obbligate a richiedere subito dopo il salvataggio l'assegnazione del porto di sbarco e in seguito immediatamente dirigersi verso la destinazione comunicata.

Va ricordato che le navi ong (il cui pull factor nel favorire le partenze dal Nordafrica non è mai stato provato, checché ne dicano autorevoli esponenti anche di questo governo) hanno salvato "solo" una minima percentuale dei migranti approdati in Italia nel 2023: tutti gli altri arrivano con barchini (di recente si vedono sempre più scafi metallici di allarmante fragilità, con motore fuoribordo, costruiti in lamiera e neanche verniciati, natanti che hanno una grandissima instabilità) fino a Lampedusa o vengono soccorsi da motovedette della guardia costiera e della guardia di finanza, che trasferiscono poi uomini, donne e bambini nei porti italiani.

Intanto proseguono senza sosta i trasferimenti dall’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa. Su disposizione della Prefettura di Agrigento, d’intesa con il Viminale, 183 persone ieri sono state imbarcate sul traghetto di linea verso Porto Empedocle. L'hotspot è oltre la capienza.

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Salvare in mare è un dovere oltre che un obbligo

Secondo il diritto internazionale, un luogo sicuro per sbarcare dovrebbe essere assegnato "con la minima deviazione dal viaggio della nave" e dovrebbe essere fatto ogni sforzo "per ridurre al minimo il tempo delle persone soccorse a bordo della nave che presta assistenza", vale a dire il prima possibile. Le ong non decidono di "portare" ma decidono di "salvare" persone in mare in fuga dagli "orrori inimmaginabili della Libia" (definizione dell'Onu).

Salvarli è un dovere oltre che un obbligo, lo dimostra il fatto che la stragrande maggioranza dei salvataggi viene effettuata dalla guardia costiera italiana nel Mar Ionio e al largo di Lampedusa.

Ma davvero l'Italia viola così apertamente le leggi internazionali, imponendo per gli sbarchi delle navi umanitarie viaggi fino a porti lontani centinaia di chilometri? Il ministro dell'Interno Piantedosi ritiene che la nave umanitaria stessa sia un Place of Safety (POS, porto sicuro). Ma sembra una posizione fragile, perché per le convenzioni internazionali, POS è il luogo a terra più agevole da raggiungere ove si conclude il soccorso e lo sbarco va assicurato al più presto dallo Stato di quel luogo. Il tema è evidentemente politico.

L'ultimo decreto varato recentemente dall'esecutivo Meloni delinea invece un "codice di condotta" per le navi ong: stop al trasbordo dei naufraghi (cioè quando una nave più piccola compie un soccorso e poi trasferisce su una nave più grande i naufraghi per continuare a operare altri soccorsi) e ostacoli, nei fatti, ai soccorsi multipli (a meno che non siano richiesti dalle autorità della zona Sar). Viene previsto l'obbligo di chiedere il porto di sbarco all’Italia immediatamente dopo aver effettuato il primo salvataggio. Porto che deve essere "raggiunto senza ritardo per il completamento dell'intervento di soccorso". C'è un sistema sanzionatorio di natura amministrativa, in sostituzione del vigente sistema di natura penale; sono previste multe da 10mila fino a 50mila euro (per il comandante e per l’armatore). Prevista anche la confisca della nave per due mesi.

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