Martedì, 18 Maggio 2021
L'opinione di Roberta Marchetti

L'opinione di Roberta Marchetti

A cura di Roberta Marchetti

L'Italia che non dimentica

"Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro" scriveva Luis Sepulveda, ma nel mare magnum delle giornate mondiali - ormai quasi una al giorno, dedicate anche ai gatti e agli hamburger - quelle italiane si contano su una mano e continuano a restare appannaggio di quello o quell'altro partito politico. Il 'rosso' Primo Maggio o 25 aprile per il lavoro e la liberazione dal nazifascismo, il 'nero' 10 febbraio per i massacri delle foibe, persino il 2 giugno riesce ancora dividere risvegliando vecchi rigurgiti antirepubblicani. Da oggi la giornata nazionale più triste, che ricorda la pagina più buia del nostro Paese negli ultimi sessant'anni, prova a mettere tutti d'accordo. Non c'è colore per le oltre 100 mila vittime mietute dal Covid in Italia da febbraio 2020 ad oggi, ma c'è una bandiera, la nostra, forse davvero per la prima volta dopo tanto tempo orgogliosa di issarsi. 

Era il 18 marzo di un anno fa quando un lungo convoglio di mezzi militari lasciava Bergamo, la città più colpita dalla pandemia, trasportando decine di feretri che il cimitero non riusciva più a contenere. Camion con le bare di chi era morto da solo. Un'immagine drammatica, talmente potente da annientare anche gli ottimisti di allora, e diventata oggi il simbolo di una tragedia di casa nostra ancora appiccicata addosso. Nonni, padri, madri, figli, compagni, amici. E' il lutto di tutti, celebrato dalle Istituzioni, omaggiato dai cittadini, impresso nella memoria degli italiani che non cantano più dai balconi. Appena una settimana prima di quel funereo corteo, la catena per il flashmob, da nord a sud: ogni giorno una canzone diversa, seguita dall'inno nazionale. Incredibilmente tutti affacciati, fieri, soprattutto inconsapevoli. Ai più adulti non avvezzi a social e WhatsApp la voce era arrivata dai figli, o semplicemente hanno aperto la finestra sentendo quell'inedito trambusto alle sei del pomeriggio. Qualcuno lo trovava di cattivo gusto. Un anno dopo, davanti alla conta quotidiana dei morti tornata ad essere spaventosa, non si canta più. Si inorridisce, ci si scoraggia, si spera, ci si indigna. Oggi si ricorda, dai social - dove ognuno condivide un pensiero per chi non c'è più, per i loro familiari e per chi ancora lotta - al silenzio tornato in strada, déjà vu triste ma cosciente per una popolazione che forse ha avuto bisogno di respirare l'odore della morte, o peggio ancora di vederla passare accanto a portarsi via un familiare, un compagno o un amico, per ritrovare un senso di appartenenza sbiadito da un bel po'. Probabilmente non ci siamo ancora del tutto riusciti, ma questo 18 marzo 2021 è la prima occasione e i nostri morti sono inconsapevolmente i partigiani di questo millennio. "Bisogna avere buona memoria per mantenere le promesse" scriveva Nietzsche. E noi di promesse, da un anno a questa parte, ce ne siamo fatti tante. 

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