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Giovedì, 23 Maggio 2024
La spesa da cambiare

Schiavi degli imballaggi: ecco cosa ho trovato nel mio bidone dei rifiuti

Ho conservato tutta la plastica che entra in casa con la spesa: un chilo e cento grammi di buste e contenitori in appena una settimana, quasi 60 chili l'anno per una famiglia di tre persone. Se tutti in Italia avessero questo ritmo si produrrebbero oltre un miliardo di chili di multimateriale di scarto. L'Ue chiede di migliorare il sistema, il governo italiano difende però le industrie

Sacchetti monouso, cartoncini, bottiglie, vassoi in polistirolo, involucri dei biscotti, bustine. È quello che ritrovo nei rifiuti da riciclare per la plastica. Ho deciso di analizzare i bidoni per capire il mio contributo all'inquinamento. Mi trovo a casa dei miei genitori, che sono alle prese con una piccola ristrutturazione. Mancherà per qualche mese la cucina e si stanno arrangiando con due soli fornelli elettrici. "Mangeremo poco e produrremo meno immondizia", si era illusa mia madre. La verità si rivela ben altra. La bilancia dice: 1 chilo e 100 grammi di imballaggi in plastica. In tre persone. In sette giorni. Houston: abbiamo un problema.

Se in Italia tutti e 58,5 milioni di abitanti avessero questo ritmo avremmo 21.450 tonnellate di multimateriale di scarto a settimana. In totale nell'Unione europea coi suoi 447 milioni di abitanti arriveremmo circa 164mila tonnellate di multimateriale ogni sette giorni.  

Banane in busta

Gli ultimi dati dell'Eurostat (2021) parlano chiaro: ogni europeo produce in media 188,7 kg di rifiuti derivanti dagli imballaggi, quasi 32 chili in più rispetto al 2011. La civiltà dei consumi è afflitta da un'emergenza: quella dell'overpackaging. In breve: impacchettiamo a dismisura. Una larga parte di contenitori è dedicata al cibo. Per capire meglio infilo la testa nei rifiuti. Letteralmente. Scavando nel sacco trovo alcune sottilissime buste in plastica monouso. Alcuni supermercati le rendono obbligatorie al banco dell'ortofrutta quando siamo serviti da un addetto. Quelle in casa sono servite ad imbustare funghi, banane (sic!) e scarola. "L'Italia è l'unico paese al mondo in cui non sia arrivato nel 2018 un nulla osta per l'utilizzo di sacchetti riutilizzabili da parte dei due ministeri competenti (Ambiente e Salute) quando fu introdotta la legge che vietava i sacchetti ultra leggeri in plastica anche nel settore ortofrutta e imponeva l'utilizzo di sacchetti biodegradabili compostabili con relativo addebito del costo su scontrino", ha spiegato a Today.it Silvia Ricci, responsabile Economia circolare dell'associazione Comuni virtuosi. "La Grande Distribuzione che aveva richiesto un parere circa un via libera all'utilizzo di sacchetti ortofrutta riutilizzabili non lo ottenne con motivazioni di carattere igienico sanitarie eccessive visto che l'ortofrutta è provvista in gran parte di buccia", ha precisato Ricci.

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Il ciclo da innovare

La mole di imballaggi è spesso giustificata da esigenze di igiene, salute e lotta agli sprechi, ma ragioni di marketing e la pressione dell'industria del "packaging" giocano in realtà un ruolo importante. La Commissione europea lo scorso novembre ha presentato una proposta di legge per regolamentare tutto il ciclo: dal design, alla produzione, al riciclo, provando ad incentivare ove possibile il deposito cauzionale e il riutilizzo. Sin dal concepimento di un prodotto vanno eliminati contenitori inutili e che non possono essere recuperati. Il riciclo è solo una delle componenti del più vasto sistema dell'economia circolare. Gli esperti dell'Unione europea hanno chiarito che l'unica strategia davvero vantaggiosa nella gestione dei rifiuti è quella che si basa sulla prevenzione e la riduzione degli imballaggi, come pure sul riutilizzo e sulla ricarica dei contenitori (refill). Dei prodotti recuperati dai consumatori, solo una parte viene effettivamente riciclata, e ancora inferiore è la percentuale di riciclo netto. Il resto finisce in discarica, negli inceneritori o direttamente dispersa nell'ambiente. Eppure l'opposizione al regolamento è stata durissima.

Ostracismo italiano

Tra i più acerrimi oppositori c'è il governo italiano, che sembra aver creato un fronte comune con il settore agroalimentare e con la lobby degli imballaggi, provando a far slittare o comunque indebolire il più possibile l'impianto delle nuove regole. Motivazione addotta: il regolamento andrebbe a sacrificare le "eccellenze dell'agroalimentare italiano", si sprecherebbe più cibo e si perderebbero posti di lavoro in questa filiera. Chi rappresenta in Europa il settore del "packaging" sostiene che il regolamento è necessario, ma non nelle forme proposte. "Abbiamo difeso sin dall'inizio una riforma delle norme sugli imballaggi, che risalgono al 2018, e abbiamo spinto per rafforzare l'armonizzazione delle norme sulle etichette", ha spiegato a Today.it Francesca Stevens, segretaria generale di Europen. Questa organizzazione rappresenta tutta la catena del settore, dai produttori di materie prime, ai trasformatori (come il gigante italiano Seda) fino ai "brand" (come Coca cola e Nestlè). Tra i membri alcune aziende sono impegnate anche nel riciclare i materiali prodotti. A proposito dell'etichetta armonizzata, Europen lamenta "una deriva nazionalista" per cui molti Stati membri come la Francia o la Bulgaria spingono per delle 'etichette nazionali', con criteri di volta in volta differenti. "Come industria abbiamo invece bisogno di regole comuni e di armonizzazione, altrimenti le diverse etichette nazionali diventano solo un ostacolo alla libera circolazione dei beni e ad investimenti necessari in altri aspetti più utili ai consumatori", ha aggiunto Stevens.

Le critiche dell'industria

Se sulle etichette chiedono regole europee armonizzate, i membri di Europen non desiderano che i legislatori europei mettano troppo bocca sui tassi di riciclo, sui materiali da usare negli imballaggi o sulle possibili alternative centrate sul riutilizzo. "Critichiamo il fatto che la proposta voglia legiferare troppo nel dettaglio le tipologie di imballaggio. Pensiamo ad esempio alla richiesta di ridurre del 40% lo spazio vuoto. Ma un prodotto hi-tech, ad esempio, necessita di un imballaggio più protettivo rispetto a quello necessario per spedire un libro. Si cerca in questo modo di svilire il ruolo dell'imballaggio rispetto al prodotto", ha commentato a Today.it la rappresentante di Europen. Una frecciata viene scagliata anche nei confronti delle municipalità, che in tanti casi non si impegnano abbastanza nel recupero del materiale da riciclare. "Consideriamo che 2/3 degli Stati Membri non riusciranno a raggiungere gli obiettivi di riciclo. Se entro il 2030 abbiamo l'obbligo di riciclare su larga scala e in quantità elevate, come ci riusciremo se le municipalità non si impegnano a raccogliere e a canalizzare gli imballaggi verso le strutture di riciclo?", ha sottolineato Stevens. Al netto della "pigrizia" di certe municipalità o di certi Paesi, raccogliere, separare e riciclare tutta una serie di materiali non è semplice.

Insalata di plastica

Una delle cene di questi giorni è stata una ricca insalata verde, con carote, finocchi e radicchio. Compriamo questi ingredienti sfusi, ma in Europa, Italia inclusa, si è diffusa l'abitudine di acquistare insalata in busta. Quest'ultima è diventata uno dei cavalli di battaglia dell'agroalimentare e della destra per opporsi al regolamento sugli imballaggi. Perdita di freschezza, igiene e turgidità sono i danni che, secondo organizzazioni come Confagricoltura, potrebbe arrecare il regolamento quando chiede di evitare l'uso di plastica monouso sotto una certa soglia. L'esecutivo europeo aveva chiesto di eliminarla per prodotti a partire da 1,5kg. In commissione Ambiente (Envi) la proposta è passata ad 1 kg, nonostante la "pressione" italiana. A rischio ci sono i consumi non solo delle insalate ma di tutto il settore della "quarta gamma" , ha tuonato a più riprese la Coldiretti nei suoi comunicati sul tema. "In realtà la questione della quarta gamma è di scarsissimo rilievo, soprattutto dopo il voto in commissione Envi cha ha aggiunto ulteriori esenzioni, come quelle per i prodotti a denominazione controllata", mi spiega un esperto in pratiche di riciclo e riutilizzo che preferisce restare anonimo. Per comodità lo chiameremo Dario. Dal testo, seppur formulato in maniera poco chiara, sembra emergere una clausola di salvaguardia proprio per la quarta gamma. "A seconda di come verranno interpretate le esenzioni rischiano però di perpetuare pessime abitudini come quelle di usare cestini monouso per due banane o quattro mele, per avvolgere un'anguria o di sbucciare gli agrumi e metterli in spicchi in contenitori di plastica", ha chiarito l'esperto.

Separare la differenziata

Alcuni prodotti sono letteralmente da "smembrare". Per la camomilla seguo le indicazioni sul retro della scatola: il filtro va nell'indifferenziato, la pellicola che avvolge il contenitore nella plastica, il cartone e l'involucro del filtro finiscono nella carta. Quanta fatica per un po' di camomilla! Per il caffè continuiamo ad affidarci alla moka, ma quando vado a trovare amici e parenti trovo sempre più spesso macchinette da caffè espresso, con cialde o capsule. Un abominio che ha aumentato a dismisura l'imballaggio della bevanda "clou" per iniziare la giornata. Per correre almeno in parte ai ripari, il nuovo regolamento prescrive che le cialde per caffè, così come le etichette adesive applicate a frutta e verdura e le borse di plastica in materiale ultraleggero siano compostabili. La lobby degli imballaggi sostiene vadano difesi perché fungono da misura anti-spreco. "La tesi "mainstream" secondo la quale gli imballaggi di plastica o con "funzione barriera" (che garantiscono una migliore conservazione dei cibi, ndr) agevolano una diminuzione degli sprechi è vera a metà, nel senso che le cause dello spreco alimentare sono diverse ma hanno tutte a che fare con un modello di consumo caratterizzato da una sovrapproduzione alimentare", ha dichiarato a Today.it Silvia Ricci. "La soluzione non è quella di lasciare che il mercato continui ad offrirci una merenda imballata di grissini e cubetti di formaggio o prosciutto da un banco frigo, perché comporta un aggravio dell'impronta ambientale complessiva. Vanno invece ripensate le catene di approvvigionamento e i modelli di consumo", ha concluso la responsabile di Comuni Virtuosi. Una piccola dimostrazione proviene dall'impegno di Matt Homewood, un attivista che da anni perlustra le catene di supermercati nella super "green" Danimarca da cui vengono gettati chili e chili di frutta e verdura, centinaia di confezioni di latte, bacon, uova e pollame. Tutto rigorosamente imballato, eppure buttato.

Il ricatto della bottiglia

Dal bidone della plastica spuntano 5 bottiglie d'acqua e due di latte. Abolita anni fa l'acqua del rubinetto a causa di un sapore peggiorato nel tempo, ci siamo affidati a lungo al distributore sotto casa: 5 centesimi per litro, sia liscia che frizzante. Adesso che anche il sapore dell'acqua del distributore si è degradata i miei genitori hanno optato purtroppo per l'acqua in bottiglia. Come ricorda Legambiente, nonostante in tanti casi non sia necessaria, l'Italia ha una passione per l'acqua in bottiglia: 206 litri a persona la media nazionale, con 11 miliardi di bottiglie in circolazione. Nello stivale un problema ancora più grave è rappresentato però da altre bottiglie monouso per bevande, che siano in plastica, alluminio o vetro. Secondo le stime emerse dal rapporto "What we waste", ogni anno in Italia oltre 7 miliardi di contenitori per bevande sfuggono al riciclo.

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I vantaggi del deposito

Secondo i responsabili della Campagna "A Buon rendere" questo spreco potrebbe essere ridotto del 75-80% attraverso l'introduzione di un sistema di deposito cauzionale efficiente, il cui funzionamento è spiegato bene qui. Bruxelles intende incentivarlo per le bottiglie monouso fino a tre litri, ma il governo italiano si oppone strenuamente. "Non esistono Paesi che siano riusciti a recuperare in massa questi contenitori senza tale sistema. Oltretutto la direttiva sulle plastiche monouso (Sup, ndr), già recepita nel nostro ordinamento, impone che entro il 2029 il 90% delle bottiglie in plastica per bevande vengano raccolte separatamente in modo da creare un riciclo chiuso "bottle to bottle" (da bottiglia a bottiglia), riducendo così il consumo di plastica vergine", ha aggiunto Dario, l'esperto in pratiche di riciclo e riutilizzo. In molti casi, ha messo in evidenza, il problema non è la plastica in sé, utile quando è rigida e durevole, ma il monouso.

La soluzione non è (sempre) la carta

La lobby della carta così come i colossi del fast-food come McDonald's hanno chiesto di puntare ad una conversione dalla plastica alla carta. Lo spauracchio della plastica è stato così usato per tentare di cancellare gli obiettivi di riuso del regolamento. Degli 84 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio generati nell'Ue, ben il 40,3 % è già costituito da carta e cartone, pari a 32,7 milioni di tonnellate solo nel 2020. Gran parte di questa carta (40% circa) proviene da fibre vergini. "Il riciclo della carta ovvero di un materiale ad uso singolo non può definirsi pienamente circolare in quanto è un esempio altamente prestante di economia lineare ha sottolineato Silvia Ricci. Il vantaggio della carta è che nelle sue tante declinazioni risulta riciclabile, ma tutto è reso più difficile quando viene accoppiata ad altri materiali, come l'alluminio o elementi in plastica. Pensiamo ad esempio al Tetra Pak. Pur allungando la vita di certi prodotti, come sostiene Europen citando il caso del latte, in base alle ricerche del Comieco solo due cartiere in Italia sono specializzate nel separare i tre elementi del Tetra Pak, cioè la cellulosa dall'alluminio e dal polietilene, .

Risorse per il riutilizzo

Anche se l'Italia si è dichiarata "leader nel riciclo" (e abbiamo visto che non è proprio così) e accusa l'Ue di voler puntare tutto sul riutilizzo, la maggior parte delle misure del regolamento "mirano a rafforzare proprio la catena del riciclo e la circolarità degli imballaggi.". Solo un articolo è interamente dedicato al riuso. "I nostri membri sono già impegnati affinché il riutilizzo possa essere introdotto su larga scala e non solo in casi di nicchia. La prima cosa indispensabile è però la creazione dell'infrastruttura, che richiede investimenti ingenti. Serve cioè un sistema che riprenda tutto quello che ha senso recuperare. Noi chiediamo quindi di capire dove e per quali prodotti ha senso il riutilizzo", ha messo in evidenza Stevens di Europen. Nella ristorazione il riutilizzo comporta ad esempio lavare grandi quantità di bicchieri, stoviglie, piatti. Una parte della ristorazione non è attrezzata in questo senso, ma si tratta di attività che possono anche essere "esternalizzate". Secondo l'esperto Dario gli investimenti arriveranno facilmente una volta che verranno stabiliti come obbligatori per legge determinati obiettivi: "Se esiste un obbligo di riutilizzo posso assicurarmi in banca le risorse per investire in quel sistema e innestare certe pratiche. Gli imprenditori intelligenti coglieranno l'occasione al volo". Un esempio di riferimento, seppur con le dovute differenze, potrebbe essere quello delle aziende che si occupano esternamente di lavare lenzuola e asciugamani per gli alberghi e per le strutture recettive in generale.

Le vaschette in polistirolo finiscono nella plastica, ma si tratta di un materiale più difficile da riciclare

La terra dei cachi

Torno alla mia ricerca e ritrovo nel bidone una vaschetta per i cachi, un'altra per il tonno con cui abbiamo preparato una tartare. Sono in polistirolo, una delle tante tipologie di plastica esistenti sul mercato. Resistente, ma non semplice da recuperare. Risultano problematiche anche le pellicole di plastica e la carta metallizzata delle patatine. Quanta parte potrà essere davvero riciclata? Difficile a dirsi. Un recente rapporto di Greenpeace Usa ha rivelato che si tratta di un processo arduo, nonostante tanti prodotti siano marchiati col simbolo della doppia freccia. Negli Stati Uniti la maggior parte degli impianti di riciclaggio non accetta cinque delle sette classificazioni della plastica, tra cui la schiuma di plastica e il Pvc, essendo molto complesse da trattare e risultando in tanti casi contaminate da tossine. Anche il PET di tipo 1, utilizzato per gran parte delle bottiglie, presenta tassi di rielaborazione che oscillano tra il 10 e il 21% circa. In tantissimi casi, la soglia di ritrattamento è pari ad appena il 5%. Uno sforzo enorme per ottenere "briciole" in termini di risultati. Per questa ragione gli esperti insistono affinché la classificazione "riciclabile" sia attribuita solo agli articoli che hanno un tasso di riciclaggio pari almeno al 30%. Dopo la fatica di capire, dividere e analizzare i rifiuti, mi convinco che la migliore delle alternative rimane quella di ridurre al minimo gli imballaggi e quindi i rifiuti. Senza il contributo di tutta la catena mainstream, come quella dei supermercati o della ristorazione, ogni sforzo risulta però vano o comunque attenuato. Il voto al Parlamento europeo sul regolamento è previsto nel corso della plenaria dal 20 al 23 novembre a Strasburgo. Chissà se anche i deputati prima di votare andranno a guardare attentamente nei loro rifiuti. Potrebbe risuonare in loro un vecchio pezzo dei Perturbazione: "Però vorrei voltare pagina. Non è la fatica, è lo spreco che mi fa imbestialire".

Questo testo è stato editato l'11 novembre alle ore 11:00 per rendere più chiara la questione sulla quarta gamma.

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