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Sabato, 1 Aprile 2023
Il punto sulle indagini / Bergamo

L'inchiesta covid, Conte e Speranza indagati: "Si potevano evitare oltre 4mila morti"

Gli sviluppi delle indagini sulla gestione della pandemia di covid nella Bergamasca nel 2020

L'ex premier Giuseppe Conte e l'allora ministro della salute Roberto Speranza, assieme ad altri indagati tra cui il governatore lombardo Attilio Fontana, "hanno cagionato per colpa la morte di una cinquantina di persone". Lo scrive la procura di Bergamo nell'avviso di conclusione delle indagini sulla gestione della pandemia di covid nella Bergamasca nel 2020. Il presidente lombardo Attilio Fontana avrebbe "causato la diffusione dell'epidemia" in Val Seriana con un "incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati" se fosse stata "estesa la zona rossa a partire dal 27 febbraio 2020", scrive inoltre la procura di Bergamo in un'imputazione per epidemia colposa di cui risponde anche l'ex premier Giuseppe Conte, la cui posizione è stata trasmessa, però, al tribunale dei ministri.

Attilio Fontana, con due "distinte mail del 27.2.20 e 28.2.20", chiese "al presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte il sostanziale mantenimento delle misure di contenimento già vigenti in regione Lombardia, non segnalando alcuna criticità relativa alla diffusione del contagio nei comuni della Val Seriana", in particolare Alzano Lombardo e Nembro. Lo scrive la procura di Bergamo nell'imputazione per epidemia colposa, per la mancata attuazione della zona rossa, a carico del presidente lombardo.

Non richiese, dunque, "ulteriori e più stringenti misure di contenimento" nonostante, scrivono i pm, "avesse piena consapevolezza della circostanza che l'indicatore 'R0' avesse raggiunto valore pari a 2, e che nelle zone ad alta incidenza del contagio gli ospedali erano già in grave difficoltà per il numero dei casi registrati e per il numero dei contagi tra il personale sanitario". La contestazione per Fontana va "dal 26.2.2020 sino al 3.3.2020", data in cui "nel corso della riunione del Cts regione Lombardia per il tramite dell'assessore al welfare esprimeva parere favorevole all'istituzione della zona rossa".

"Non potevamo archiviare"

"Di fronte alle migliaia di morti e alle consulenze che ci dicono che questi potevano essere eventualmente evitati, non potevamo chiudere con un'archiviazione". Queste le parole del procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ad Agorà su Rai 3, commentando l'inchiesta. C'è stata "un'insufficiente valutazione di rischio", ha poi spiegato il procuratore ai microfoni di Radio24. "Il nostro scopo - ha detto - era quello di ricostruire cosa è successo e di dare una risposta alla popolazione bergamasca che è stata colpita in un modo incredibile, questa è stata la nostra finalità, valutare se un'accusa può essere mantenuta come noi valutiamo di fare proprio per questa insufficiente valutazione di rischio".

I familiari delle vittime covid a Today: "I nostri cari morti per gli errori delle istituzioni"

Con un "decreto del 23 febbraio 2020 era stata richiamata la legislazione sanitaria precedente, per cui nel caso di urgenza c'era la possibilità sia a livello regionale sia anche a livello locale di fare atti contingibili e urgenti in termine tecnico, cioè di chiudere determinate zone. C'era questa possibilità e poteva essere fatto proprio in virtù di questo diretto richiamo, fatto in un decreto di emergenza del 23 febbraio", ha spiegato ancora Chiappani. "Il nostro problema è stato sì quello del mancato aggiornamento del piano pandemico, e questo riguardava un lato ministeriale, ma anche la mancata attuazione di quegli accorgimenti preventivi che già erano previsti nel piano antinfluenzale comunque risalente al 2006", ha quindi chiarito.

Il punto sull'inchiesta covid a Bergamo

Dopo tre anni, la procura di Bergamo ha chiuso l'indagine sulla gestione del covid nei primi mesi della pandemia nella provincia più colpita. Tra gli indagati figurano l'ex premier Giuseppe Conte, l'ex ministro della salute Roberto Speranza, il presidente della regione Lombardia Attilio Fontana e l'ex assessore al welfare Giulio Gallera. Le posizioni dell'ex premier e dell'allora ministro della salute sono separate dalle altre e saranno valutate dal tribunale dei ministri di Brescia perché avrebbero commesso i reati durante le attività ministeriali. 

"Anticipo subito la mia massima disponibilità e collaborazione con la magistratura. Sono tranquillo di fronte al Paese e ai cittadini italiani per aver operato con il massimo impegno e con pieno senso di responsabilità durante uno dei momenti più duri vissuti dalla nostra Repubblica", è stato il commento, in una nota, del presidente del M5s. "Ho sempre pensato che chiunque abbia avuto responsabilità nella gestione della pandemia debba essere pronto a renderne conto. Io sono molto sereno e sicuro di aver sempre agito con disciplina ed onore nell'esclusivo interesse del Paese. Ho piena fiducia come sempre nella magistratura", ha invece commentato Roberto Speranza. "Non ho ancora ricevuto alcun atto ufficiale. Ma sono sereno e garantirò, come ho sempre fatto, la massima collaborazione alla magistratura", ha detto Giulio Gallera.

Tra gli indagati ci sono anche alcuni dirigenti chiave del ministero della salute, il presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli, il coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo e l'allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli.

Al di là del numero degli indagati, di cui ora sono noti solo alcuni nomi, e dell'eventuale invio di alcuni filoni ad altre procure, gli accertamenti, che si sono avvalsi di una maxi consulenza firmata da Andrea Crisanti, microbiologo dell'università di Padova e ora senatore del Pd, hanno riguardato tre livelli: uno strettamente locale, uno regionale e il terzo nazionale. Nel mirino degli inquirenti e degli investigatori della guardia di finanza sono finiti non solo i morti nelle Rsa della Val Seriana e il caso dell'ospedale di Alzano, chiuso e riaperto nel giro di poche ore, ma soprattutto la mancata istituzione di una zona rossa uguale a quella disposta nel Lodigiano. Nel mirino anche i mancati aggiornamenti del piano pandemico, fermo al 2006, e l'applicazione di quello esistente anche se datato che comunque, stando agli elementi raccolti, avrebbe potuto contenere la trasmissione del covid.

"La conclusione delle indagini, com'è noto, non è un atto d'accusa", fa sapere la procura di Bergamo in una nota. L'attività svolta, sottolineano i magistrati, è stata "oltremodo complessa sotto molteplici aspetti e ha comportato altresì valutazioni delicate in tema di configurabilità dei reati ipotizzati, di competenza territoriiale, di sussistenza del nesso di causalità ai fini dell'attribuzione delle singole responsabilità e ha consentito di ricostruire i fatti così come si sono svolti a partire dal 5 gennaio 2020".

"Da oggi si riscrive la storia della strage bergamasca e lombarda, la storia delle nostre famiglie, delle responsabilità che hanno portato alle nostre perdite. La storia di un'Italia che ha dimenticato quanto accaduto nella primavera 2020, non a causa del covid-19, ma per delle precise decisioni o mancate decisioni", ha scritto l'associazione dei familiari delle vittime "#Sereniesempreuniti", commentando la chiusura dell'inchiesta bergamasca.

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