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Mercoledì, 21 Febbraio 2024
gli uber files

Le pressioni di Uber sui governi di mezzo mondo per prendersi il mercato (anche in Italia)

Le rivelazioni di Uber Files, un'inchiesta internazionale che mostra il metodo di lobbying di Uber su primi ministri e politici di vertice. Italia coinvolta con "Operation Renzi"

Uber si è presa il mercato dei trasporti privati con un sofisticato, quanto efficace, sistema di lobbying sui politici. È "Uber Files", l'inchiesta giornalistica che ha unito più di 180 cronisti di 44 testate internazionali, tra cui L'Espresso in esclusiva per l'Italia, e che parla dei lati nascosti del successo di Uber. L’"Operation Renzi" in Italia, i contatti con Macron in Francia e il contratto da manager per l’ex commissaria europea Kroes. Gli incontri con Biden e Netanyahu. Non solo pressioni sui governi, ma anche artifici finanziari nei paradisi fiscali mentre i bilanci ufficiali sono in rosso e programmi segreti per bloccare i computer aziendali durante le perquisizioni di polizia. Proprio in questi giorni, in Italia Uber è stata al centro delle proteste e degli scioperi dei sindacati dei taxi, con l'accusa al governo Draghi di aver varato una riforma su misura, ora all’esame finale del Parlamento, per favorire il colosso californiano

L'inchiesta "Uber Files"

Uber Files è il risultato del lavoro di giornalisti provenienti da 29 nazioni, che hanno analizzato per più di sei mesi, insieme, oltre 124 mila documenti interni di Uber, ottenuti dal quotidiano inglese The Guardian e condivisi con l'International Consortium of Investigative Journalists (Icij). Il materiale al centro della fuga di notizie va dal 2013 al 2017 e comprende circa 83 mila email dei manager di Uber: quattro anni di messaggi e comunicazioni riservate che rivelano, in particolare, le pressioni su politici e amministratori pubblici di decine di nazioni, per evitare procedimenti giudiziari e piegare le norme statali agli interessi della multinazionale.

"Come Uber ha sfruttato le violenze dei tassisti per imporsi in Italia e in Europa"

Le personalità politiche coinvolte provengono dai vertici delle istituzioni, come l'attuale presidente francese Emmanuel Macron e l'ex vicepresidente della Commissione europea Neelie Kroos. Accordi da centinaia di milioni con gli oligarchi e i banchieri russi più vicini a Putin. Ma anche Biden, Netanyahu e l'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. Negli Uber Files si legge che tra il 2014 e il 2016 i manager e i lobbisti di Uber hanno avuto più di 100 incontri riservati con leader politici ed esponenti delle istituzioni di decine di nazioni, tra cui almeno 12 rappresentanti della Commissione europea. 

I contatti con Macron

Uber Files ha fatto emergere una collaborazione tra Uber e il presidente francese Macron nel 2015, proprio mentre la Francia era attraversata da un'ondata di proteste dei taxi contro la multinazionale americana, con motivazioni molto simili a quelle cui stiamo assistendo oggi in Italia. Dopo giorni di scontri in diverse città, il 20 ottobre le autorità francesi decisero di sospendere Uber, dichiarando illegale la sua attività per mancanza delle licenze pubbliche richieste dalla legge francese (come da quella italiana, in attesa della prevista riforma) per tutti i tassisti e autisti privati. Il giorno dopo, il manager Mark MacGann, responsabile delle politiche aziendali di Uber in Europa, inviò una e-mail a Macron, allora ministro dell'Economia, chiedendogli apertamente di intervenire sulla prefettura.

Secondo gli Uber Files, Macron gli rispose alle 6.54 del mattino del 22 ottobre 2015, con questo messaggio: "Me ne occuperò personalmente. Restiamo calmi in questo momento". La sera stessa, le autorità di Marsiglia hanno modificato il provvedimento in un modo che i manager di Uber hanno festeggiato come una vittoria. A quel punto MacGann ha ringraziato personalmente Macron per la "buona cooperazione del suo ufficio": "Grazie per il vostro supporto".

Ddl concorrenza, perché i taxi bocciano la nuova legge 

Gli Uber Files documentano altri messaggi privati e almeno quattro incontri, finora rimasti segreti, tra l'allora ministro Macron e i rappresentanti della multinazionale. Negli stessi mesi la società americana stava fronteggiando pesanti indagini giudiziarie in Francia, con accuse di sfruttamento economico degli autisti e violazione delle leggi di tutela dei lavoratori dipendenti. Il presidente francese, contattato dal consorzio attraverso il suo staff, ha difeso le scelte del governo di Parigi nei mesi della rivolta dei taxi, ma non ha risposto alle domande sui rapporti personali con Uber. La multinazionale ha dichiarato di non aver mai beneficiato di trattamenti di favore in Francia. E le autorità di Marsiglia, attraverso un portavoce, hanno smentito di aver subito pressioni da Macron.

L'"Operation Renzi" in Italia di Uber

"Italy - Operation Renzi" è il nome in codice di una campagna di pressione organizzata da Uber, dal 2014 e il 2016, con l'obiettivo di agganciare e condizionare l'allora presidente del consiglio e alcuni ministri e parlamentari del Pd. Nelle mail dei manager americani, Matteo Renzi viene definito "un entusiasta sostenitore di Uber". Per avvicinare l'allora capo del governo italiano la multinazionale ha utilizzato, oltre ai propri lobbisti, personalità istituzionali come John Phillips, in quegli anni ambasciatore degli Stati Uniti a Roma. Il leader di Italia Viva ha risposto alle domande de L'Espresso spiegando di non aver "mai seguito personalmente" le questioni dei taxi e dei trasporti, che venivano gestite "a livello ministeriale, non dal primo ministro". Renzi conferma di aver incontrato più volte l'ambasciatore Phillips, ma non ricorda di aver mai parlato di Uber con lui o con altri lobbisti americani. In ogni caso, il governo Renzi non ha approvato alcun provvedimento a favore del colosso californiano.

Un'indagine penale della Guardia di Finanza e della Procura di Milano ha portato al commissariamento, dall'aprile 2020 al marzo 2021, di Uber Italy. La filiale italiana della multinazionale è stata sottoposta ad amministrazione giudiziaria con l’accusa di caporalato, cioè di sfruttamento criminale della manodopera attraverso un giro di intermediari. Le vittime sono decine di immigrati molto poveri, africani e asiatici, che dal 2018 al 2020 hanno consegnato cibo in bicicletta, a Milano, Torino, Roma e altre città, per salari bassissimi (3 euro a consegna, per qualsiasi distanza, per un totale di 300-400 euro al mese al massimo) senza ottenere contratti, assicurazioni, misure di sicurezza e contributi sanitari e pensionistici.

Gli intermediari sono già stati condannati in tribunale, mentre una dirigente di Uber è in attesa del processo di primo grado e si proclama innocente. La multinazionale ha comunque risarcito circa cinquemila euro per ogni rider sfruttato e ne ha versati altri centomila alla Cgil, che userà la somma per la tutela e l'assistenza legale di tutti i dipendenti precari delle società di trasporti e consegne della cosiddetta "new economy".

I taxi in sciopero che negano il futuro

"La violenza ci garantisce il successo"

Tra il 2013 e il 2017, nei quattro anni coperti dagli Uber Files, la multinazionale americana ha lanciato un'aggressiva strategia di conquista di nuovi mercati, scontrandosi con le leggi e le autorità di controllo in diversi paesi, dall'Europa all'India, dalla Thailandia agli stessi Stati Uniti. Per affermarsi e sconfiggere la concorrenza dei taxi, ha adottato una filosofia aziendale del fatto compiuto, che viene riassunta dagli stessi top manager di Uber con frasi sconcertanti. «Siamo fottutamente illegali». "Meglio chiedere il perdono che il permesso". "Prima partiamo con l'attività, poi arriva la tempesta di m..rda delle regole e controlli".

Dall'Europa all'Asia, dall'Africa al Sudamerica, l'arrivo di Uber, che ha potuto approfittare della mancanza di regole e controlli degli Stati nazionali sulle piattaforme di Internet, ha scatenato ondate di proteste delle organizzazioni dei taxi e degli autisti privati, che per lavorare hanno invece bisogno di ottenere costose e limitate licenze pubbliche. In Francia, India e altri Paesi le rivolte dei tassisti sono degenerate, in alcune città, in violenze e aggressioni contro gli autisti precari di Uber. Alcune e-mail mostrano che i top manager della multinazionale erano soddisfatti dell'atmosfera creata: "La violenza ci garantisce il successo", si legge in un messaggio firmato da Kalanick. Mentre un suo manager, riferendo la notizia di pestaggio, conclude: "Bella storia!". La multinazionale inoltre insufflava le notizie delle violenze a giornalisti amici per scatenare campagne mediatiche contro i tassisti.

La risposta dell'azienda alle accuse

Travis Kalanick, che aveva creato Uber nel 2009 a San Francisco insieme all'amico e socio Garrett Camp, ne è stato il capo indiscusso fino al 2017, quando è stato rimpiazzato da un nuovo amministratore delegato, Dara Khosrowshahi. Il cambio al vertice è arrivato dopo una vasta serie di indagini, cause civili e procedimenti amministrativi avviati negli Stati Uniti, con accuse di violazioni sistematiche delle leggi sul lavoro e sfruttamento degli autisti, fino a casi di molestie sessuali e discriminazioni razziali. I nuovi vertici di Uber, attraverso un portavoce, oggi confermano che in quegli anni sono stati commessi "errori" e "passi falsi" che hanno portato a quella "clamorosa resa dei conti con le autorità americane". "Oggi Uber è una società completamente diversa", assicura il portavoce in una nota scritta: "il 90 per cento degli attuali dipendenti è stato assunto dopo l'arrivo di Dara nel 2017". Kalanick è rimasto dirigente della multinazionale fino al 2019.

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