Lunedì, 25 Ottobre 2021
Il documentario

“Io Resto”: la prima ondata vista con gli occhi di sanitari e pazienti chiusi in ospedale

In sala il documentario firmato da Michele Aiello, che ha trascorso un mese nella primavera del 2020 tra i reparti dell'ospedale di Brescia. L'intervista a Today

Marzo 2020: la Lombardia è il cuore della prima ondata della pandemia di Covid-19. A Brescia le strade del centro sono deserte, solcate la sera solo dai rider che corrono in bicicletta nel silenzio; all'interno degli Spedali Civili medici e operatori sanitari affrontano il virus. Una videocamera ne racconta la quotidianità, seguendo per un mese quello che succede nei corridoi, nel pronto soccorso, nelle stanze dove i pazienti Covid positivi sono in isolamento e ogni respiro è una lotta. E non poteva non venirne fuori un racconto corale, senza un protagonista unico.

Io resto di Michele Aiello è una storia collettiva, un documentario teso e umanissimo, nato dall'osservazione della vita all'interno di uno degli avamposti contro la pandemia in quella prima fase fatta di incertezza e paura il cui cuore è rappresentato soprattutto dall'osservazione del rapporto nato tra personale sanitario e pazienti giorno dopo giorno, mentre nell'ospedale si fa fronte all'emergenza. "L'idea alla base è stata quella di un film che potesse dare uno sguardo diverso dal racconto informativo-giornalistico che aveva già descritto cosa stava succedendo per raccontarlo da un punto di vista interno, quello di chi quelle cose le stava vivendo, con un'interpretazione immersiva, più lenta, per dare il tempo alle persone di immedesimarsi con chi era al centro di quell'esperienza", racconta il regista Michele Aiello a Today.

Il via vai delle ambulanze verso il Pronto Soccorso, gli accessi presidiati dagli operatori chiusi nelle tute bianche con i nomi scritti a penna sulla schiena, la routine dei tamponi, i colloqui con i pazienti, le riunioni, le telefonate tra i reparti, i controlli dei dispostivi di protezione in arrivo. L'occhio di Aiello e del suo operatore, entrati anche loro bardati con attrezzature ridotto all'osso per essere il più discreti e leggeri possibili, registrano tanti piccoli momenti quotidiani.

Molti di questi momenti, nella loro semplice potenza, restano impressi: un bacio attraverso un vetro tra un'infermiera e Giusy, un'anziana paziente in isolamento; il primario del reparto a colloquio con i suoi medici per trovare il modo di permettere ai parenti di dare l'ultimo saluto a chi non ce l'ha fatta; l'infermiere che aiuta un paziente a radersi con cura; una crisi, scandita dal rumore dei macchinari, mentre il personale lavora nella stanza in isolamento e i colleghi fuori osservano in apprensione; la morte di un paziente; una carezza sulla fronte e un sorriso dentro la mascherina per l'ossigeno; le luci dei lunghi corridoi bianchi che progressivamente si spengono lasciando tutto nell'oscurità e nel silenzio. "Mi sono imposto di non fare interviste frontali e di non mettere una voce narrante, ma ho cercato di fare di questo racconto un momento osservativo, in cui immergermi e confondere il mio punto di vista con quello di operatori e pazienti", dice Aiello. Un risultato ottenuto facendo fronte a una doppia sfida: le difficoltà dal punto di vista tecnico, dovendo costruire un documentario senza poter fare sopralluoghi e legandosi ai cambiamenti repentini che in ospedale sono all'ordine del giorno, ma soprattutto mantenere il rispetto più alto nei confronti di tutti, senza ostacolare il lavoro degli operatori e senza invadere la privacy dei pazienti in stato di fragilità estrema.

La scelta di Brescia, spiega, è stata dettata dalla volontà di raccontare la Lombardia, "perché lì era scoppiata la pandemia con così tanta violenza" ma anche un "territorio", considerando fondamentale "essere nel posto in cui si stava vivendo quel dramma in maniera così forte". La scelta del titolo Io resto rimanda sia all'impegno dei sanitari per non lasciare indietro nessuno sia alla lotta dei pazienti per rimanere in vita.

Il documentario si chiude con una scena: la signora Giusy, guarita, che si prepara finalmente alla dimissione, improvvisa un balletto con l'infermiera che l'assiste e ascolta con il vivavoce il marito che canta per lei, mostrando sorridente il telefono verso la videocamera. "La sofferenza mostrata è stata tanta, ed era importante anche dare un messaggio di speranza e umanità positiva, per far capire cosa c'era dietro tutti gli sforzi che sono stati fatti dentro i reparti Covid, quell'enorme spinta verso il tenersi vivi. L'aspetto emotivo è uno dei fattori chiave grazie cui si è riusciti a sopravvivere,sia per sanitari sia per i pazienti. Capita ogni tanto quando si filma di sentire che alcune scene possono diventare il finale di un film. Quando mi sono trovato davanti agli occhi quella scena, così bella e umana, ho capito che avrebbe avuto un posto privilegiato".

In basso, una scena del film Io resto di Michele Aiello, distribuito da ZaLab, in sala dal 30 settembre

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