Giovedì, 24 Giugno 2021
Stefano Pagliarini

Opinioni

Stefano Pagliarini

Giornalista Today Today

Solo tifo da stadio davanti alla guerra disumana fra Israele e Palestina

II bombardamenti su Gaza - foto Ansa

Nel 1922 l’India era nel momento più alto della sua rivoluzione per la conquista dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. La chiedeva in modo non violento, boicottando le merci inglesi. La non-cooperazione, come venne definita l’iniziativa di resistenza, diventò massacro quando un corteo di manifestanti, provocato dalla polizia britannica, reagì, linciando e bruciando vivi 22 poliziotti al servizio della Corona inglese, dentro la caserma. Gandhi, profondamente deluso dall'immaturità del popolo indiano, temendo che il movimento si convertisse in un moto di violenza, interruppe la campagna di disobbedienza civile e digiunò per cinque giorni, mettendo a rischio la sua vita. Non si fermò fino a quando tutti, anche chi era stato divorato vivo dall’odio per il nemico, si fermò. Si fermarono perché chi sapeva di avere il potere di cambiare le cose, decise di farlo, scegliendo la via più difficile: evitare di indicare parti a cui addossare colpe e chiedendo a tutti comprensione per le ragioni dell’altro, chiedendo a tutti di ascoltare ognuno i diritti dell’altro. Chi aveva il potere cercò una soluzione e basta. Ma ve lo immaginate che cosa sarebbe successo se il Mahatma, invece di faticare per la riconciliazione delle parti, fosse salito sul piedistallo urlando alle masse: “Io sto con la polizia britannica” oppure “Da sempre dalla parte degli indiani oppressi”?

Servirebbe una soluzione oggi anche nel conflitto fra Israele e Palestina. Servirebbe anche in Medio oriente una scelta difficile, quella di andare oltre gli schieramenti, di smettere di indicare il presunto colpevole perché, quando ci sono due parti che si fanno del male, non ci sono buoni e cattivi. Gli unici buoni sono i civili, i popoli sulla cui pelle si consumano i conflitti che, in questo caso, non sono nemmeno dettati da un nobile odio o un ideale, ma solo dall’agenda politica di due governi in crisi di consensi, alla disperata ricerca di un collante capace di compattare le fila dell’elettorato. E non c’è miglior mastice di un "demone" da contrastare e verso il quale rivolgere l’attenzione elo stigma, prima ancora che i lanciarazzi.

Per questo c’è da rimanere allibiti dal livello di dibattito sull’eterno conflitto tra Israele e Palestina in Italia, dove, invece di praticare la buona politica, quella di chi lavora affinché le istituzioni più importanti del paese e quelle sovranazionali cerchino la pace, ci si schiera. Sentiamo sempre il bisogno di affibbiare a qualcuno la patente della ragione e demonizzare l’altro. Scendiamo subito in piazza per dimostrare la solidarietà a Israele per non essere tacciati di antisemitismo o, al contrario, facciamo a gara per dichiararci a difesa della libertà della Palestina in quanto “popolo oppresso”. Ci muoviamo su due fronti con la facilità con cui i tifosi si muovono nelle curve. Ma qui c’è una guerra, muoiono bambini sotto le bombe. Quanti ne salviamo pesando i grammi delle colpe e delle ragioni delle parti? Nessuno. Stiamo lì alla ricerca infaticabile di ragioni storiche che possano confermare come il nostro moto intestinale sia giustificato.

Ma cosa dovremmo aspettarci da una classe politica che da anni applica questo modello ad ogni questione interna in Italia? Ddl Zan? O sei pro o sei omofobo. Migranti? Se non difendi i confini sei un nemico della patria e per il meticciato nel mondo. Covid? O per le chiusure o per le aperture. Non c’è spazio per il ragionamento, l’analisi, il confronto e la ricerca della soluzione, che è poi la grande missione di una politica democratica in cui tutte le parti hanno pari dignità. Servirebbe andare oltre, evitare di posizionarsi “senza se e senza ma”. Servirebbe invece cominciare a guardare ai molteplici “se” e gli infiniti “ma”, ad avere la maturità per riconoscere che in quella terra non ci sono torti e ragioni, ma due diritti di pari dignità a cui dare risposta. Servirebbe riconsegnare grande dignità alla parola "processo di pace". Servirebbe che la politica più matura prenda in mano la situazione e agisca. Che questa maturità, come la chiamava Gandhi, non arrivi dalla classe politica italiana dispiace. Che non arrivi dagli organismi sovrannazionali più importanti e influenti del mondo, è preoccupante.  

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