Lunedì, 2 Agosto 2021
Andrea Maggiolo

Opinioni

Andrea Maggiolo

Giornalista Today

Italia-Austria: perché gli Azzurri non hanno il "coraggio" di inginocchiarsi?

Foto Ansa/Epa

"Non serve a niente". "Non cambia niente". Sarà. Ma sarebbe interessante conoscere il ragionamento che c'è dietro. Ottavi di finale, Italia-Austria, a pochi istanti dal fischio d'inizio gli Azzurri non si inginocchieranno contro il razzismo e contro la violenza della polizia sugli afroamericani, secondo quel che trapela dall'ambiente della nazionale. L'Italia non farà un gesto di solidarietà per il movimento "Black Lives Matter". Contro il Galles solo in cinque - Toloi, Pessina, Emerson, Bernardeschi e Belotti - lo avevano fatto. Ne sono nati appelli e polemiche, con il mondo politico che non ha perso occasione per fare il pieno di like sui social, tra favorevoli e contrari, irritati e soddisfatti. Non inginocchiarsi significa non condannare il razzismo? Certo che no. Tutto era cominciato (val la pena ricordarlo) nel 2016, nella Nfl del football americano: nelle strade era montata la protesta per il caso di George Floyd, l'afroamericano disarmato ucciso dalla Polizia a Minneapolis. Il primo a protestare fu il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick. Si inginocchiò prima dell'inno americano, invece che rimanere in piedi come tutti i suoi compagni quando le note dell'inno risuonano prima di ogni partita. Kapernick spiegò di non poter stare in piedi e mostrare orgoglio per l’inno di un paese che continuava a discriminare e opprimere gli afroamericani e altre minoranze. La sua carriera di fatto finì lì, venne messo ai margini dalla Nfl e nessuna squadrà gli offrì più uno straccio di contratto.

Il gesto ha poi preso piede, nella primavera del 2020 Marcus Thuram del Borussia Moenchengladbach esultò inginocchiandosi dopo una rete all'Union Berlino, e le immagini fecero il giro del mondo. Nella Premier League 2020-2021 è stato fatto prima di tutte le partite. Agli europei in corso in queste settimane ci sono varie disomogeneità, qualcuno si inginocchia qualcuno no. Oltre al Galles, sono l'Inghilterra e il Belgio le due nazionali a portare avanti la protesta, che è più che altro un lampo di sensibilizzazione. A Wembley sui calciatori inglesi all’esordio contro la Croazia sono piovuti fischi dal pubblico al momento del "take a knee". Per Italia-Austria alla Uefa in ogni caso non sono arrivate richieste in tal senso né dagli azzurri né dagli austriaci. La Francia ha da tempo deciso di non inginocchiarsi: "Ne abbiamo discusso fra di noi e ci siamo trovati d’accordo nel ritenere che inginocchiarsi non abbia più lo stesso significato che aveva all’inizio" ha detto il difensore Varane. Ma parliamo dell'Italia. Perché in Italia i calciatori hanno da sempre una paura immane di schierarsi, di essere divisivi. Una apparente indifferenza al mondo che li circonda che appare ormai fuori dal tempo. Sappiamo tutto di loro, ci raccontano tramite social ogni singolo aspetto della loro vita, non solo sportiva, e accumulano anche così sponsor e visibilità. E' lecito domandare loro cosa ne pensano di un argomento d'attualità?

Cosa può esserci di sbagliato in un gesto di pochi secondi che richiama a un attimo di riflessione prima di eventi globali come le partite di Euro 2021? La forza simbolica dei gesti ha da sempre valore anche per sottrazione, non è un segreto. Sicuramente si può esprimere disprezzo verso il razzismo senza aderire a "Black Lives Matter": possono spiegarne tranquillamente ragioni e motivazioni, soprattutto perché sono proprio i calciatori stessi i primi a utilizzare la loro "platform" (termine in voga nel mondo degli sport statunitensi per indicare il loro seguito), nei modi più vari, spesso per legittime ragioni di marketing. Se un atleta rifiuta di inginocchiarsi davanti a milioni di persone, per una manciata di secondi, sarà per una motivazione senz'altro solida e valida. Ci interessa conoscerla: lo ha fatto ad esempio l'attaccante del Crystal Palace Wilfred Zaha, lo scorso febbraio: "Sento che mettermi in ginocchio è degradante. Crescendo, i miei genitori mi hanno insegnato che dovrei essere orgoglioso di essere nero, qualunque cosa accada, e penso che dovremmo restare in piedi. Inginocchiarsi per me non è sufficiente. Io non mi inginocchierò e non indosserò una maglietta con la scritta Black Lives Matter".

Un'opinione. Non si chiede altro ai calciatori della nazionale italiana, dire la loro su un tema dibattuto, senza nascondersi dietro a "il gruppo ha deciso così" o altre amenità: a favore o contro, va bene qualsiasi cosa, prendano posizione. Fateci sapere cosa ne pensate, ciascuno di voi, ci interessa davvero. Perché il calcio non è solo uno sport, è cultura, è un fenomeno sociale, gli atleti hanno un impatto sulle persone e possono influenzare l'opinione (e sì, esageriamo, anche qualche vita) in una direzione o nell'altra. Non tutti possono avere il carisma e lo spessore di un LeBron James (la cui fondazione fornisce borse di studio a migliaia di ragazzi indigenti e che non perde occasione di parlare dell'importanza di dare opportunità di studio completamente gratuite ai ragazzi che vivono nelle downtown dell'Ohio e non solo) o Marcus Rashford (che ha condotto in prima persona una campagna vincente contro il governo conservatore affinché i pasti scolastici gratuiti venissero distribuiti ai bambini vulnerabili durante la crisi Covid nel Regno Unito). Prendere una posizione: non si chiede altro ai calciatori della nazionale. A favore o contro, ma spiegando perché un gesto di pochi secondi per un allargamento dei diritti non sia meritevole del loro appoggio. Ci sono opinioni con cui si è d'accordo e altre con cui non lo si è. C'è chi ha coraggio e c'è chi preferisce non esporsi mai. C'è chi è più informato sul mondo che lo circonda e chi per inseguire il sogno di diventare un atleta professionista vive in un mondo in cui non c'è altro se non il calcio sin dalla più tenera età. 

Purtroppo prevarrà anche stavolta la logica del "tutti o nessuno". E che cosa pensino dei diritti civili i singoli calciatori italiani resterà un mistero. Probabilmente sapremo cosa mangeranno a colazione e cosa indosseranno per andare allo stadio. Ce lo racconteranno loro stessi. Ma una parola chiara su un tema che si dimostando realmente divisivo, non sia mai. Il rischio - detto in parole povere - è inimicarsi anche solo una piccola percentuale di tifosi. Succede, quando si è sinceri. Sopravviveremo, ma è un peccato ed è l'ennesima dimostrazione di come il calcio professionistico ad alto livello sia l'ultimo vero residuo di democristianità nell'Italia del 2021.

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