L'Italia sotto esame all'Onu per capire a che punto siamo con i diritti umani e delle donne

Il nostro Paese è chiamato al cosiddetto "terzo ciclo" della Revisione periodica universale. Ong e associazioni hanno potuto presentare dei "controrapporti". Quello sulla condizione della donna fa emergere numerose criticità

Il prossimo 4 novembre l'Italia sarà messa sotto esame per quanto riguarda i diritti umani dalle Nazioni Uniti per il cosiddetto "terzo ciclo" della Revisione periodica universale. Si tratta di una procedura che prevede che tutti gli Stati membri dell'Onu si sottopongano ogni quattro anni circa a un esame sui diritti umani, una sorta di verifica per vedere a che punto si è arrivati e per spingere così gli Stati ad adempiere agli obblighi di tutela e garanzia degli "human rights".

Il processo di Revisione Periodica Universale (UPR) si svolge in due fasi: la prima, nell’ambito di un apposito gruppo di lavoro a composizione aperta (UPR Working Group) dove hanno diritto di parola soltanto gli stati, con sedute dedicate ai singoli paesi esaminati della durata di tre ore e mezzo; la seconda, a livello di sessione plenaria del Consiglio, dove possono intervenire anche le organizzazioni non governative.

Nella prima fase quindi possono parlare soltanto i singoli Stati esaminati, nella seconda invece possono intervenire anche le ong. Diverse organizzazioni come Pangea Onlus, Be Free, Lega internazionale delle donne per la Pace e la libertà hanno preparato un rapporto dettagliato sui diversi aspetti che riguardano la condizione delle donne in Italia. Le loro raccomandazioni saranno presentate domani 11 ottobre all'Onu a Ginevra.

Il "controrapporto" sulla condizione delle donne in Italia

"Dal 2015 l'Italia ha assistito ad un rinnovato feroce dibattito pubblico sulla cosiddetta 'famiglia naturale' e al rafforzamento del sostegno istituzionale alle iniziative pubbliche ultraconservatrici come ad esempio la campagna sul “Fertitlity day”, il controverso Congresso mondiale della famiglia tenutosi a Verona nel marzo 2019, utilizzato intenzionalmente dai membri del governo per perseguire un'agenda anti-genere e, in definitiva, anti-donna. Un nuovo governo è salito al potere a settembre 2019. Nonostante alcune positive dichiarazioni e nomine pubbliche ancora non possiamo esprimerci sull’operato per il breve tempo della sua esistenza", si legge nel rapporto. "L'Italia non ha intrapreso azioni sistematiche volte a promuovere cambiamenti nella percezione pubblica stereotipata e sbilanciata dei sessi e a trasformare la cultura patriarcale basata su rapporti di potere diseguali e discriminatori tra donne e uomini in ogni ambito della vita" e "mancano politiche di uguaglianza inclusive, coerenti nel tempo e adeguatamente finanziate su tutto il territorio nazionale", ad esempio "nonostante le leggi esistenti, i meccanismi di rappresentanza paritaria sono ancora inadeguati e deboli".

Tanti i punti che compongono il rapporto. Si va dalle politiche di genere ai meccanismi di prevenzione e contrasto alla violenza femminile, con attenzione a quelli che consentono di facilitarne l'accesso alla giustizia, dalla relazione tra detenzione di ami e aumento dei femminicidi (sottolineando la pericolosità delle leggi emanate dall'ultimo Governo che favoriscono il possesso delle piccole armi da fuoco) alla questione della salute riproduttiva, della prevenzione e della contraccezione anche per quanto riguarda le donne migranti, dalla precarizzazione della condizione lavorativa femminile e al peso che questa ha sulle famiglia e sulla povertà. Viene trattato anche il tema della tratta, dei diritti delle donne migranti e delle richiedenti asilo ma anche quello del commercio delle armi in Italia attraverso il quale, il nostro Paese, incide sulla vita e sui diritti die tante donne che vivono nei luoghi in guerra, violando il Trattato sul commercio delle Armi (ATT) che l’Italia aveva ratificato nel 2013.

"Aspettiamo azioni concrete dal nuovo governo"

“Storicamente, l'attenzione dei governi ad un approccio di genere è stato intermittente e residuale. Sono ancora molti gli ostacoli che impediscono l’avanzamento dei diritti delle donne e il raggiungimento delle pari opportunità. L’attuale governo, a parte fare annunci, non sappiamo come intende muoversi", afferma da Ginevra Simona Lanzoni, vice presidente di Fondazione Pange Onlus. "Abbiamo depositato specifiche raccomandazioni che il Comitato CEDAW (Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione sulle donne) aveva presentato all'Italia nel 2017. Si tratta di impegni che l’Italia aveva assunto rispetto alla realizzazione degli Obiettivi sullo Sviluppo Sostenibile (SDG), alle Dichiarazione di Pechino e altri obblighi internazionali come l'applicazione della Convenzione di Istanbul. Speriamo quindi che il nuovo governo in carica risponda alle nostre raccomandazioni, le accetti e ne dia seguito concretamente, sia con azioni politiche che con finanziamenti", conclude Lanzoni.

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