Jonathan Galindo non esiste ma fa paura, il "meme" diventato una leggenda urbana

Dopo la "Blue Whale" spopola il fenomeno delle catene dell'orrore inviate su Whatsapp, Facebook, Instagram e Tik Tok. Il caso del suicidio a Napoli di un bimbo di appena dieci anni ha gettato nel panico molti genitori, ma vediamo di fare chiarezza

Chi è Jonathan Galindo

Come il fenomeno Blue Whale ma con una rivisitazione Momo nell'effige di un personaggio inquietante creato qualche anno fa: Jonathan Galindo è il nuovo fenomeno social che indurrebbe atti di autolesionismo tra i più giovani frequentatori del web.

Chi è davvero Jonathan Galindo

Per comprendere il fenomeno, che dopo essere "apparso" sui giornali italiani a luglio tra Ancona e provincia, è tornato a far discutere dopo la morte di un bimbo di 10 anni a Napoli dobbiamo fare un paio di passi indietro. Tre mesi fa la Polizia Postale aveva diffuso una serie di consigli per non cadere vittima di un tale "Jonathan Galindo", che chiederebbe l’amicizia a bambini e adolescenti su Instagram, Facebook e Tik Tok, mandando un messaggio privato e chiedendo se “vogliono giocare”. In realtà chi si nasconde dietro l’account trascinerebbe le sue vittime in una serie di "sfide" che arriverebbero fino all'autolesionismo e al suicidio.

jonathan galindo-3

Jonathan Galindo Challenge: perché i mostri siamo noi

I profili usati sarebbero riconoscibili per la foto, l’inquietante immagine di un "Pippo umano" che in realtà sembra sia stata creata diversi anni fa: Gianmarco Zagato ha scoperto che il primo a caricare la foto sul web è stato un produttore di effetti speciali cinematografici, tale Samuel Catnipnik nel 2010 che aveva realizzato questa particolare maschera. Nel 2012-2013 la stessa maschera compare in alcuni video sessualmente espliciti di un artista e videomaker americano che sui social si identifica come Dusky Sam, Sammy Catnipnik o Samuel Canini. 

Risalendo agli archivi del web si nota come dal 2017 le immagini del "Pippo umano" si siano trasformate in quelle di Jonathan Galindo ma il rinnovato interesse si deve al suo successo su Tik Tok di un utente registrato nell’autunno 2019 come jonathangalindo54. Da quel momento, gli account con nomi simili si sono moltiplicati. Il successo diventa planetario quando un influencer messicano di nome Carlos Name, e circa 1.700.000 followers su Instagram, rilancia la storia del “Pippo umano”, raccontando di averlo visto appostato fuori da casa sua, di notte.

Così Jonathan Galindo da "meme" del web diventa una leggenda urbana: un individuo disturbato con una maschera a coprire una deformità fisica, chi manderebbe un messaggio a Galindo riceverebbe in cambio video inquietanti, spaventosi, e in qualche caso perfino la foto della propria casa ripresa dall'esterno avallando le doti da stalker capace di scoprire il codice ip degli utenti.

Vale il discorso fatto per l’analogo fenomeno della Blue Whale: il consiglio è sempre quello di non cedere i propri dati personali a uno sconosciuto che ci contatta su internet.

Jonathan Galindo un gioco mortale

Ma come si lega questo fenomeno web con la morte di un bambino a Napoli? Era vittima di una challenge mortale come quella di cui si parlò un anno fa con la Blue Whale?

jonathan galindo messaggio-2

Ciò che ha portato gli inquirenti ad avallare tale ipotesi è l’ultimo messaggio che il ragazzino ha scritto alla madre, scusandosi e parlando di dover seguire l’uomo nero con il cappuccio.

"Mamma, papà vi amo ma devo seguire l’uomo col cappuccio"

Gli inquirenti non escludono possa essere stato vittima di un gioco che si svolge totalmente on-line, che comprende atti di autolesionismo fino al suicidio. Secondo quanto emerso finora, sembra che il ragazzo, residente con la famiglia nel quartiere Chiaia della città, fosse sano e felice, praticava sport ed era perfettamente integrato. 

La Squadra Mobile della Questura di Napoli indaga a 360 gradi ipotizzando il reato di istigazione al suicidio che consente un raggio di azione investigativo più ampio. Secondo quanto si è appreso l'undicenne è uscito dalla cameretta per andare in bagno intorno a mezzanotte. A letto, però, non c'è più tornato. Quando i genitori se ne sono accorti l'hanno cercato fino alla tragica scoperta: uno sgabello vicino alla ringhiera del balcone, il cellulare a terra e il corpo esanime del piccolo giù. Inutile l'intervento dei sanitari del 118 che una volta giunti sul posto non hanno potuto fare altro che constatare il decesso.

Massimo Polidoro, segretario nazionale del Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), sostiene che legare la morte del bimbo ad una challenge mortale si tratti di una fake news, e che non ci sia alcuna prova della relazione tra questo specifico gioco e l’istigazione al suicidio che avrebbe scatenato in questo e altri casi.

Ma come abbiamo visto il caso del bimbo napoletano potrebbe non essere il solo. Dalla provincia di Ancona arriva il racconto fatto da alcuni genitori a il Resto del Carlino che nel luglio scorso ha pubblicato la testimonianza di alcune mamme che avevano denunciato il "gioco che si diffonde attraverso i profili Instagram, Facebook ma anche Tik Tok".

"Arriva la richiesta di contatto da Jonathan Galindo – riferisce una mamma preoccupata – e se accetti ti viene inviato, tramite messaggistica, un link che ti propone di entrare in un gioco nel quale vengono proposte delle sfide e prove di coraggio fino ad arrivare all’autolesionismo. In realtà so che c’è chi ha ricevuto anche più richieste da profili simili, differenziati magari da un punto o da un trattino tra le parole Jonathan e Galindo. Mia figlia mi ha raccontato che tra le prove c’è quella di incidere con una lama sulla pelle dell’addome le lettere iniziali del proprio nome ma anche il numero del diavolo 666. Mi sono spaventata e per fortuna non è stato nascosto nulla a noi genitori. Purtroppo oggi i ragazzini a 12 anni, nonostante le resistenze di noi genitori, hanno già il loro smartphone e vari profili social ma sono esposti a pericoli di questo tipo".

Anche in questo caso i genitori si sarebbero rivolti alle forze dell'ordine. 

Insomma quella di Galindo è una storia che forse è nata per scherzo ma che potrebbe finire col mettere a rischio gli adolescenti più fragili. Il consiglio è quello di bloccare l’utente e non provare per nessun motivo a contattarlo per mettersi al riparo da reati informatici.

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