Lunedì, 10 Maggio 2021
Il sondaggio

L'impatto della pandemia sui lavoratori stranieri: 1 su 4 ha sospeso l'attività

L’analisi dell’Ismu su cittadini stranieri nelle quattro province lombarde più colpite nel periodo tra marzo e maggio dello scorso anno

Fondazione Ismu ha condotto un’indagine campionaria nelle provincie di Milano, Bergamo, Brescia e Cremona (ossia quelle più colpite dalla pandemia in Lombardia nei primi mesi del 2020) per valutare l’impatto della pandemia sugli stranieri durante il primo lockdown, dalle condizioni generali di salute alle ripercussioni sul lavoro. L’indagine ha coinvolto in tutto 1.415 cittadini maggiorenni stranieri o con origine straniera provenenti da Paesi a forte pressione migratoria. 

L’impatto dal punto di vista della salute in generale

Il 4,6% degli immigrati intervistati si è ammalato di Covid-19. In questo dato rientrato anche coloro che hanno saputo solo a posteriori di aver contratto il coronavirus a seguito di un esame sierologico. Coloro che, pur con sintomi, non hanno avuto modo di testare la presenza del virus, ma rispondono di averlo probabilmente avuto, rappresentano un ulteriore 7%. Il 64% non sa se ha avuto o meno Covid-19 tra marzo e aprile dell’anno scorso, non avendo avuto sintomi né la possibilità di fare un tampone. Un quarto del campione invece ha escuso di aver contratto il virus perché ha potuto sottoporsi a un tampone che ha dato esito negativo. 

I lavoratori nei servizi socio-sanitari sono la categoria che più di tutte è entrata in contatto con il virus: l’11,1% con tampone positivo. Seguono poi gli impiegati (7,2%, di cui 2,9% con tampone positivo e 4,3% con test sierologico positivo) e degli addetti alle vendite (6,6% di cui il 6,1% lo ha saputo solo a seguito di test sierologico). 

Anche se la stragrande maggioranza degli stranieri che hanno partecipato all’indagine non ha avuto necessità di richiedere assistenza, il 17% ha chiesto informazioni e aiuto al proprio medico di famiglia, mentre l’8% si è rivolto al numero di telefono istituzionale dedicato. 

Gran parte degli intervistati (il 78%) si è informato consultando tv, giornali, radio e siti internet italiani, mentre il 60% ha cercato informazioni sui media stranieri. I tanti si sono rivolti anche ai social media (70% di risposte positive) e più della maggioranza degli intervistati ha detto di avere avuto scambio informali di conoscenze tra familiari e amici. 

Lavoro e lockdown

L’emergenza sanitaria ha toccato ovviamente anche il lavoro. L’82% dei cittadini stranieri coinvolti nell’indagine dell’Imu sono definiti lavoratori attivi. Durante il primo lockdown il 26% di loro ha visto sospendere completamente le proprie attività professionali e un ulteriore 7,5% le ha dovute invece ridurre. Ad essere maggiormente penalizzate dal blocco delle attività sono stati i lavoratori impegnati negli esercizi commerciali come ad esempio gli addetti alle vendite e ai servizi: nel 53% dei casi hanno dovuto completamente sospendere l’attività. Il primo lockdown ha colpito duramente anche gli addetti alla ristorazione e i lavorati nel settore alberghiero (49%) e quelli del settore artigiano (34%). 

Con le attività bloccate o sensibilmente ridotte, anche l’impatto sul reddito dei cittadini stranieri è stato rilevante. Il 51,3% ha dichiarato che il livello di reddito mensile è stato inferiore rispetto al periodo precedente alla pandemia (per il 44% invece è rimasto invariato). Ancora una volta, gli addetti alle vendite e servizi e gli addetti alla ristorazione/alberghi sono tra le categorie più colpite: rispettivamente il 71% e il 61% ha dichiarato di avere un reddito più basso rispetto al periodo prepandemia.

Un lavoratore su quattro ha utilizzato la cassa integrazione, in particolare da chi lavorava nel settore ristorazione e alberghi (37%), dai lavoratori – più spesso lavoratrici – dei servizi alle famiglie (32%) e dagli addetti alle pulizie (30%). Il bonus per i lavoratori autonomi ha aiutato complessivamente l’8% del campione.

Un immigrato su tre dell’intero campione (compresi i non attivi sul lavoro) ha chiesto aiuto a enti di volontariato e altri soggetti esterni alla famiglia. La pandemia ha rallentato anche il flusso delle rimesse all’estero: il 15% del campione ha infatti dichiarato di aver ridotto o interrotto l’invio di denaro a familiari nel paese di origine.

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