Sabato, 13 Luglio 2024
Fine vita / Milano

Accompagnò due persone a morire in Svizzera: Cappato indagato per istigazione al suicidio, il caso finisce alla Consulta

L'attivista si era autodenunciato dopo aver aiutato a sottoporsi a suicidio assistito il signor Romano e la signora Elena, entrambi malati terminali. Ora la Consulta dovrà pronunciarsi sulla legittimità costituzionale del reato di istigazione al suicidio

Finisce davanti alla Corte Costituzionale il procedimento che vede indagato Marco Cappato, attivista e tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, per aver accompagnato due persone a morire in una clinica svizzera. I due casi riguardano il signor Romano, 82 anni, ex giornalista e pubblicitario, affetto da una grave forma grave di Parkinson, e la signora Elena Altamira, 69enne malata terminale di cancro. 

Dopo averli accompagnati in Svizzera, Cappato si era autodenunciato ai carabinieri venendo quindi indagato per aiuto o istigazione al suicidio, secondo una l'articolo 580 del codice penale, su "una base di una legge del 1930", ha a sottolineato l'associazione Coscioni.

Il caso finisce davanti alla Corte Costituzionale

In merito all'accusa la procura aveva chiesto l'archiviazione, ora la giudice per le indagini preliminari Sara Cipolla ha deciso di sottoporre il caso all'attenzione dei giudici della Consulta sollevando la questione di legittimità costituzionale in merito al reato di istigazione al suicidio.

In particolare, scrive la gip, relativamente alla "parte in cui prevede la punibilità della condotta di chi agevola l'altrui suicidio nella forma di aiuto al suicidio medicalmente assistito di persona non tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili che abbia manifestato la propria decisione, formatasi in modo libero e consapevole, di porre fine alla propria vita".

Cosa pensa il governo Meloni del suicidio assistito

Nel caso di dj Fabo, con una sentenza del 2019 la Corte costituzionale aveva infatti stabilito che, per poter accedere legalmente al suicidio assisitito, la persona deve essere capace di prendere decisioni libere e consapevoli; essere affetta da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili, e che sia dipendente "da trattamenti di sostegno vitale". Proprio quest'ultimo punto appare controverso: cosa si intende per sostegno vitale? Essere materialmente attaccati ad una macchina, o anche il dipendere in modo pressoché completo da altri per la propria esistenza, come nel caso del signor Romano e della signora Elena? Su questo punto dovranno esprimersi i giudici costituzionali.

"Non discriminare chi non è attaccato a una macchina"

Il concetto di "dipendenza da trattamenti di sostegno vitale" rappresenta l'unico requisito tra quelli già indicati della Corte nel caso Dj Fabo, che mancherebbe nei casi di Romano ed Elena per ritenere non punibile l'aiuto al suicidio. Ciò fa sì, secondo la giudice, che si generi "una discriminazione rispetto a una condizione personale del tutto accidentale in quanto dipendente dalla tipologia di malattia". "Si ritiene che la liceità del suicidio assistito debba essere assicurata senza discriminazione", sottolinea la gip.

Cappato: "Nuova occasione per rispondere a un'urgenza sociale ignorata dalla politica"

"L'ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale da parte del gip di Milano per l'aiuto che ho fornito a Elena e Romano a raggiungere la Svizzera rappresenta un'altra occasione per affermare pienamente il diritto all’aiuto alla morte volontaria, che avevamo già in parte  conquistato quattro anni fa, con la sentenza sull’azione di disobbedienza civile per Dj Fabo", dichiara Marco Cappato.

Una decisione che arriva "proprio nella settimana in cui si è tenuta l’udienza presso la Corte costituzionale sul caso di Massimiliano, aiutato con un’azione di disobbedienza civile da Chiara Lalli, Felicetta  Maltese e me", prosegue l'attivista. "I giudici costituzionali sono chiamati a decidere se il requisito del trattamento di sostegno vitale violi la Costituzione in quanto discriminatorio e lesivo dell’autodeterminazione della persona malata. Questo nuovo rinvio alla Corte costituzionale è un'occasione per rispondere a una  realtà sociale sempre più urgente e pressante da parte di persone che esigono di non dover  subire come una tortura condizioni di sofferenza insopportabile e irreversibile contro la  propria  volontà".

"La politica ufficiale non vuole rispondere - torna a denunciare Cappato - il Parlamento è rimasto inerte per oltre 5 anni e il governo si è costituito in giudizio per ottenere la nostra condanna. Le condizioni - diverse nella tipologia  di trattamento, ma unite nella sofferenza e nella volontà - di Massimiliano, Laura Santi, Martina Oppelli, Elena Altamira e  Romano, e delle altre persone che abbiamo aiutato autodenunciandoci danno ora alla  Corte costituzionale la  possibilità di chiarire la  portata applicativa di un diritto che la Corte stessa aveva già riconosciuto".

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