Martedì, 2 Marzo 2021
La strage degli innocenti

I 216 medici morti per coronavirus e perché abbiamo imparato poco dalla prima ondata

Non ci sono report omogenei sulla distribuzione dei dispositivi di protezione. Non esistono dati certi su quante regioni abbiano attivato le Usca. E intanto continua la "strage degli innocenti": un ortopedico e tre dottori di famiglia sono gli ultimi "caduti" ricordati dall'Ordine

Medici al lavoro in un reparto di terapia intensiva, foto Ansa

Daniele Cagnacci, 64 anni, medico di base alla Asl Napoli 1, è stato ucciso dalla malattia in meno di una settimana. Aveva lo studio in corso Umberto ed era un punto di riferimento per tanti suoi pazienti che lo descrivono come un professionista scrupoloso, attento, ma soprattutto umano. Cagnacci è l'ultima vittima a comparire nel triste elenco dei medici caduti nel corso dell'epidemia di coronavirus in Italia, aggiornato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo). Altri tre sanitari hanno perso la vita nelle ultime ore, in un bilancio purtroppo sempre in aggiornamento: si tratta dell'ortopedico Cosimo Russo e dei medici di medicina generale Roberto Ciafrone e Antonio Amente.

Sono finora 216 i medici morti per coronavirus, 37 nella seconda ondata, a partire dal primo ottobre. Di questi ultimi, 18 erano medici di medicina generale o pediatri. E la crescita è esponenziale: negli ultimi dieci giorni si sono registrati 27 decessi: una media di quasi tre al giorno. Da mesi gli operatori sanitari lavorano senza sosta, a rischio della propria incolumità e in condizioni difficili. Spesso, purtroppo, pagando con la propria vita il servizio prestato ai malati.

Perché abbiamo imparato poco dalla prima ondata 

Forse abbiamo imparato poco dalla prima ondata e abbiamo imparato poco in generale. Perché prima dell'emergenza ci sono delle evidenti carenze che andrebbero risolte a monte, per non essere poi rincorse in una situazione di improvvisa necessità: carenza di forza lavoro (il flop del bando per i medici in Campania è solo l'ultimo campanello d'allarme), tagli dei fondi alla sanità, carenza dei cruciali dispositivi di protezione individuale. Ancora oggi non ci sono report omogenei che facciano chiarezza sulla distribuzione dei dispositivi di protezione a tutti i sanitari e ai soccorritori. E non esistono dati certi su quante regioni abbiano attivato le Usca, le Unità speciali di continuità assistenziali istituite col Decreto legge 14 del 9 marzo che dovevano essere attivate entro il 20 marzo da tutte le regioni per gestire la sorveglianza dei malati covid in isolamento domiciliare.

Cosa non sta funzionando?

Proprio per questo Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, si appresta a scrivere una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza, per chiedergli di "avviare insieme un monitoraggio di rischi e criticità". "È ricominciata la strage degli innocenti e, anche questa volta, è la medicina generale a pagare il prezzo più alto - sottolinea Anelli -. È evidente che, a livello organizzativo, qualcosa non sta funzionando - osserva - e dobbiamo capire cosa per frenare questa tragedia. Per far ciò dobbiamo avere dati omogenei. Dobbiamo comprendere se, in tutte le regioni, sono stati distribuiti i dispositivi di protezione anche ai medici di medicina generale, ai pediatri di libera scelta, agli specialisti ambulatoriali, ai medici delle Rsa, del 118, ai liberi professionisti. Dobbiamo sapere quali sono i modelli organizzativi adottati dagli ospedali e quali stanno funzionando meglio. Dobbiamo avere dati certi - incalza - su quali Regioni abbiano attivato le Usca, che rappresentano il sistema di sicurezza sul territorio, l'omologo della distinzione tra 'percorso pulito' e 'percorso sporco' negli ospedali".

"La sicurezza deve diventare una priorità, direi quasi un'ossessione"

Il presidente dell'Ordine dei medici sottolinea un altro problema che coinvolge i sanitari impegnati in prima linea ormai da tanti mesi. "Dobbiamo raccogliere dati anche sul burnout degli operatori sanitari - continua Anelli - perché sappiamo che l'esaurimento delle energie fisiche e mentali porta ad abbassare la guardia, aumentando il rischio di errore. Dove l'errore può essere in primis verso se stessi, allentando le difese e distraendosi nell'utilizzo dei dispositivi di protezione, non indossandoli ad esempio nella maniera corretta, o non togliendoli secondo le procedure".

"Abbiamo il dovere di proteggere i nostri operatori sanitari, come fondamento per la sicurezza delle cure. La sicurezza deve diventare una priorità, direi quasi un'ossessione. Per questi motivi sto per chiedere al ministro della Salute un incontro, per elaborare insieme una strategia e mettere in sicurezza i medici, per la sicurezza dei pazienti".

Per chi suona la campana?

Conclude Anelli: "Ogni morte, ogni contagio che colpisce un medico è un vulnus per tutto il Servizio sanitario nazionale. Per parafrasare il poeta John Donne, nessun medico è un'isola, ma è una parte fondamentale e insostituibile del nostro sistema di cure. Per questo, ogni volta che metaforicamente la campana suona, ogni volta che dolorosamente aggiungiamo un nome, il nome di un collega, di un amico, di un medico, sul nostro memoriale, non dobbiamo chiederci per chi suona la campana, perché suona per noi tutti. Ogni decesso è una sconfitta, una sconfitta dei sistemi di prevenzione e sicurezza, una sconfitta per il sistema di cure, per tutto il nostro Servizio sanitario nazionale".

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