Domenica, 14 Luglio 2024
Lo sfogo

Medico lascia il pronto soccorso: "Ritmi insostenibili e zero vita privata"

Lo sfogo di un medico di 35anni che racconta delle difficoltà di un lavoro sempre più stressante e meno tutelato. E le associazioni di categoria lanciano l'allarme: "Gli ospedali e i pronti soccorso sono al collasso"

"Il lavoro in Pronto soccorso, in sé, è bellissimo. Ci sono arrivato per caso, in pieno Covid, ma poi mi sono innamorato. Ora però è diventato incompatibile con una qualità della vita minimamente accettabile, tra turni massacranti, continue sostituzioni dei colleghi, visto che siamo sempre meno" è la denuncia di Marcello Di Paolo, medico di 35 anni, da tre anni medico del Dipartimento di emergenza-urgenza di un grande ospedale romano, il San Giovanni Addolorata. Una testimonianza condivisa da molti colleghi e delle associazioni di categoria che, da anni lamentano la situazione d'emergenza in cui versano molti ospedali e molti centri di primo soccorso italiani. 

Il medico 35enne non abbandonerà però la medicina, ma ha scelto di passare dal Pronto Soccorso alla carriera di medico di famiglia, anche se tutto ciò comporterà meno soldi, un passo indietro nella carriera ospedaliera e la necessità di un nuovo periodo di tirocinio. 

La denuncia: ritmi insostenibili e nessun sostegno 

"Passerò da uno stipendio medio di 3mila euro al mese ad una borsa di studio di 900 euro" necessaria per fare il medico di famiglia. "E, nonostante la mia specializzazione in medicina Interna, gli anni in Pronto soccorso e un curriculum con formazione all'estero, dovrò tornare in medicina Interna e Pronto soccorso. Ma sono convinto della mia scelta" sottolinea Di Paolo.

"I ritmi sono diventati insostenibili. La necessità di sostituire colleghi che si ammalano o hanno altre necessità è continua perché bisogna garantire assistenza sulle 24 ore e il personale è sempre di meno - aggiunge il medico -. Non c'è nessuna possibilità, quindi, di programmare nessun aspetto della propria vita al di fuori dell'ospedale. E anche le ferie vengono programmate in anticipo di mesi, senza nemmeno la possibilità di scegliere il periodo o di fermarsi un giorno quando si è esausti".

Il decreto Calderoli trasforma il diritto alla salute in privilegio

A questo si aggiungono le difficoltà che la situazione comporta nei rapporti con il paziente. "Ogni giorno siamo vittime di violenze verbali e fisiche. Anch'io ho sperimentato aggressioni fisiche, e questo senza tutele. Si percepisce l'assenza totale di sostegno pratico. Solo recentemente nella nostra struttura è stato aperto un posto di polizia fisso". E il problema è anche il rapporto con i pazienti che "comprensibilmente, vivono il disagio delle attese, sfogano su di noi la loro rabbia e sofferenza, l'autorevolezza della figura del medico non esiste più. Noi possiamo essere empatici, comprendere, ma non possiamo risolvere un problema che non dipende da noi e pagarne il prezzo".

Una situazione che, secondo il dottore, è peggio adesso che durante la pandemia: "Paradossalmente è peggiore adesso rispetto a quella dell'emergenza pandemica, quando sicuramente il lavoro era intenso, totalizzante, spaventoso. Ma c'era anche attenzione a noi medici, una prospettiva, l'idea che, una volta finita la battaglia contro il virus qualcosa sarebbe cambiato. Sembrava che tutti avessero capito l'importanza della sanità". Una speranza rimasta purtroppo vana. 

Così la sanità privata si è mangiata gli ospedali pubblici

Il medico 35enne afferma che, malgrado la scelta sia stata dura, alla lunga tornerà ad avere una retribuzione adeguata e che è l'unico modo per conciliare lavoro e vita personale: "È amaro doversene andare ma è la cosa giusta per me, non l'ho fatto a cuor leggero ma è l'unico modo per poter avere una vita privata".

Le associazioni di categoria: "Ospedali e pronti soccorso al collasso"

Ma lo sfogo del dottor Di Paolo sembra solo essere la punta dell'iceberg di un malessere diffuso a ogni livello. E i soldi preventivati dal ministro Schillaci per il Servizio Sanitario Nazionale in vista della prossima manovra finanziaria non sembrano minimamente adeguati a delle carenze che sono ormai strutturali: "Non voglio fare il ragioniere della spesa sanitaria perché sono un medico e parlo da medico: anche i 4 miliardi di euro in più che il ministro della Salute Schillaci ha chiesto al ministro dell'Economia Giorgetti per il Ssn sono insufficienti rispetto alle risorse che servirebbero per sanare l'ingarbugliata situazione in cui si trova la nostra sanità pubblica. Anche per i contratti del personale sanitario si parla di poche centinaia di milioni di euro, cifre a dir poco inadeguate. Risultato? I contratti sono bloccati da anni sebbene manchino 30mila medici e 70mila infermieri''. Lo afferma all'Adnkronos Salute Dario Manfellotto, presidente Fondazione - Fadoi, la società scientifica della medicina interna, intervenendo nel dibattito sui fondi per la sanità e la prossima manovra economica che dovrà affrontare il Governo.

La carenza di medici di famiglia è già un'emergenza nazionale

''Negli ospedali non ci sono solo i Pronto soccorso al collasso - spiega Manfellotto - anche i reparti sono in profonda difficoltà. Il 20% dei ricoveri avviene nei reparti di Medicina interna, da sempre intasati perché i pazienti non tornano a casa, le Case di cura per lungodegenza sono piene e la medicina territoriale è quella che è. Il problema 'non è solo di spesa sanitaria - chiosa Manfellotto - Al momento non c'è progettualità, non sappiamo chi gestirà le 1.350 Case di comunità e i circa 400 ospedali di comunità previsti dal Pnrr né chi vi andrà a lavorare e tanto meno da dove verrà preso il personale". 

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