Venerdì, 14 Maggio 2021
Firenze

Medico deceduto per coronavirus, ma "per l'assicurazione non è morte sul lavoro"

La storia del dottor Giandomenico Iannucci, medico di famiglia di Scarperia e San Piero (Firenze), e l'appello: "Alla moglie e alla giovane figlia sia dato accesso al fondo dedicato istituito dalla Protezione civile"

Giandomenico Iannucci

Giandomenico Iannucci avrebbe compiuto 64 anni l'11 aprile scorso. Pochi giorni prima, il 2 aprile, dopo il contagio e il ricovero in terapia intensiva all'ospedale Careggi, è morto per il Covid-19. Residente a Montorsoli, nel comune di Sesto Fiorentino, Iannucci era medico di famiglia a Scarperia e San Piero (Firenze): è stato il primo medico toscano a perdere la vita per il coronavirus. "E' estremamente probabile che Iannucci sia stato contagiato da un paziente, mentre lavorava. Per due motivi: primo, perché nella stagione influenzale un medico di famiglia non ha vita sociale, lavora dalla mattina alla sera, figurarsi ora col Covid; secondo, perché non aveva, esattamente come tutti i medici di famiglia, protezioni adeguate sul posto di lavoro", aveva detto Vittorio Boscherini, segretario fiorentino di Fimmg (principale sindacato dei medici di famiglia), dopo la terribile notizia.

La storia del dottor Giandomenico Iannucci, medico di famiglia morto per coronavirus

Tanti, troppi sanitari in prima linea nell'emergenza coronavirus hanno pagato il loro servizio con la vita, e soprattutto i medici di famiglia, dimostrando quanto il loro ruolo rappresenti davvero quello più prossimo ai cittadini. Ma il "sacrificio" di Giandomenico Iannucci "per l'assicurazione non è morte sul lavoro". Così Roberto D'Ippolito, avvocato che segue anche tematiche legate alla sanità che abbiamo raggiunto al telefono. "La memoria e il ricordo del medico di base di Scarperia morto per Covid non può convivere con una querelle giuridica tra assicurazioni: alla moglie e alla giovane figlia sia dato accesso al fondo dedicato istituito dalla Protezione civile", dice il legale.

D'Ippolito spiega che secondo l'assicurazione presso cui il medico di famiglia aveva stipulato la sua polizza professionale, non si tratterebbe di infortunio sul lavoro. "Una questione che riguarda tutti i sanitari e in particolar modo i medici di famiglia, in prima linea in questa emergenza sanitaria - spiega l'avvocato -. E' necessario tutelare la loro professione e soprattutto riconoscere il difficile ruolo di primo presidio che nell'emergenza sanitaria ancora in corso abbiamo visto essere fondamentale. La solidarietà è stata sbandierata ovunque, li abbiamo chiamati eroi, e quando si chiede conto di tutta questa disponibilità ci si scontra con la burocrazia".

Perché secondo l'assicurazione non si tratterebbe di morte sul lavoro?

Già, la burocrazia. "Questo del dottor Iannucci è un caso emblematico - racconta il legale a Today -. Gli eroi sono diventati una pratica, una bega burocratica...". Ma perché secondo l'assicurazione non si tratterebbe di morte sul lavoro? "Ci sono anche altri casi simili - risponde D'Ippolito -. Le assicurazioni dicono che aver contratto il virus non è un evento traumatico, imprevisto e violento quale è l'infortunio sul lavoro. Si aggrappano a questo cavillo giuridico. Che non sia imprevisto lo capisco, che non sia traumatico e violento no. Spero che le assicurazioni facciano un passo indietro, rivedendo la loro posizione".

Come dirimere la questione? D'Ippolito tira in ballo il fondo dedicato istituito dalla Protezione civile. Si tratta di un fondo nato con lo scopo di aiutare le famiglie dei sanitari che hanno perso la vita e che nei mesi scorsi ha raccolto i contributi di imprese e singoli cittadini. "Esiste questo fondo dedicato al sostegno delle famiglie di medici e infermieri morti sul lavoro - ricorda l'avvocato -. Utilizziamolo per aiutare la vedova del dottor Iannucci e la giovane figlia". Il fondo di solidarietà in questione, però, non è stato ancora sbloccato: "Finora non ha erogato nessuna somma. Ma si può iniziare proprio da qui, dal medico di Scarperia", è l'appello del legale. Sarebbe doveroso dare un segnale forte, di rispetto e memoria, per i familiari di Iannucci e per quelli degli altri "eroi del Covid", aggiungiamo noi.

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