Martedì, 2 Marzo 2021
Italia

"Gli Stati che non accolgono dovranno pagare il rimpatrio"

La strana solidarietà europea che introduce come unico obbligo una generica assistenza nei confronti dei Paesi di primo approdo dei migranti, come l'Italia

Il presidente della commissione europea Ursula von Der Leyen

La Commissione Europea ha presentato il suo piano di riforma del regolamento di Dublino che la presidente von der Leyen aveva promesso di cancellare sotto la spinta dei Paesi del Sud. Ma le resistenze di Austria, Polonia e Ungheria hanno annacquato il punto centrale: la ricollocazione obbligatoria dei migranti. Come spiega Europatoday ne è uscito un testo monco, per certi versi surreale, che pone il concetto di solidarietà flessibile per aiutare uno Stato membro sotto pressione migratoria che chiede aiuto: ovvero spetterà agli Stati europei scegliere fra ricollocamenti sul proprio territorio dei richiedenti asilo secondo quote prestabilite, o sponsorizzare ("return sponsorship") i rimpatri dei migranti irregolari che non hanno diritto alla protezione internazionale.

Non vuoi i migranti dell'Italia? Allora paghi i rimpatri 

Il testo presentato dalla Commissione prevede tre diversi scenari per l'applicazione della solidarietà flessibile:

  • le situazioni conseguenti allo sbarco di migranti in un porto dell'Ue dopo operazioni di ricerca e soccorso in mare;
    situazioni di pressione o rischi di pressione sul sistema di gestione dell'immigrazione di uno Stato membro;
    situazioni di crisi, come quella del 2015 a seguito della guerra civile in Siria.

Quando uno Stato membro si trova in uno dei tre scenari, chiede alla Commissione di attivare i meccanismi di solidarietà e la Commissione valuta la richiesta e decide l'attivazione della ricollocazione. La redistribuzione viene prevista inizialmente in base a quote, stabilite in funzione del Pil (50%) e della popolazione (50%) di ciascuno Stato membro.

Tuttavia come abbiamo visto è stata inserita nel testo una via d'uscita per i paesi contrari alla solidarietà: spetterà infatti a ogni Stato membro la decisione su come concretizzare questa solidarietà, prendendosi carico di una parte dei richiedenti asilo o occupandosi dei rimpatri, o "altre forme di supporto operativo" (per esempio l'invio di guardie di frontiera).

Che cosa succede ai migranti in attesa di rimpatrio? Restano nel paese di primo arrivo, ma lo Stato membro che ha scelto di farsi carico del loro rimpatrio ha otto mesi (quattro in caso di dichiarazione dello stato di crisi) per riportarli nel paese di origine; se non ci riesce, scaduto questo termine dovrà portare a termine le procedure prendendo sul proprio territorio i migranti interessati.

Inoltre è previsto anche un meccanismo di correzione: se la Commissione verifica che non è stata raggiunta almeno una "massa critica" (almeno il 70%) del contributo di solidarietà chiesto per il paese beneficiario, convoca un "forum della solidarietà" in cui cerca di colmare le lacune. In questo caso, l'Esecutivo comunitario può imporre dei ricollocamenti aggiuntivi, o, a scelta, una quota di sponsorizzazioni di rimpatri, a uno Stato membro che non abbia fornito il contributo atteso, in modo da arrivare almeno alla "massa critica".

Un'altra novità importante del sistema proposto dalla Commissione è il "pre-entry screening", con cui si cerca di rendere molto più rapido ed efficiente il "filtro" che dovrebbe permettere di separare i richiedenti asilo con buone probabilità di ottenere la protezione internazionale dai "migranti economici" che non ne hanno diritto, e che dovrebbero dunque essere rimpatriati al più presto. Lo "screening" (che durerà al massimo cinque giorni) si applicherà a tutti i cittadini di paesi terzi che attraversano le frontiere Ue senza autorizzazione, e riguardano identificazione con le impronte digitali, controlli sanitari e di sicurezza, registrazione nel database Eurodac. Dopo lo screening, i migranti irregolari possono essere incanalati nella procedura appropriata al loro caso: quella normale per ottenere l'asilo, oppure una nuova "procedura alle frontiere" ("border procedure"), che prevede un esame rapido ("fast track", massimo 12 giorni) per verificare se sussistono davvero le condizioni per chiedere l'asilo, o se invece più probabilmente, debba essere deciso il rimpatrio.

La proposta Ue per convincere Orban e Kurz

Come già premesso in un precedente articolo, il piano della Commissione europea per superare il regolamento di Dublino non prevederà meccanismi di ripartizione automatica dei migranti validi per tutti i Paesi Ue, come chiedeva il nostro governo, ma un "contributo flessibile". Un modo, questo, per superare le resistenze del gruppo di Stati, tra cui Austria, Polonia e Ungheria (ma anche Olanda), i quali non hanno alcuna intenzione di accogliere sul proprio territorio una quota fissa di coloro che sbarcano, per esempio, a Lampedusa o in Grecia. 

Il "nuovo patto su migrazione e asilo" di Bruxelles, in altre parole, cerca di aggirare il principale ostacolo che ha fatto naufragare in questi anni qualsiasi tentativo di mettere d'accordo i Paesi Ue su una gestione comune degli arrivi. La proposta, dal punto di vista italiano, è meno ambiziosa di quella avanzata, per esempio, dal Parlamento europeo nella precedente legislatura, in cui si prevedeva una ripartizione automatica dei richiedenti asilo. E questo, dalle nostre parti, potrebbe generare un contraccolpo politico, dal momento che il Movimento 5 stelle, all'epoca, non votò la proposta del Parlamento, considerandola troppo morbida.

A ogni modo, la presidente tedesca per il momento sembra più concentrata a trovare una soluzione pratica che possa mettere d'accordo soprattutto il fronte anti-migranti che ha trovato in leader come Viktor Orban o Sebastian Kurz i punti di riferimento, almeno per ora. Il "contributo flessibile" mira proprio a questo: chi non vorrà farsi carico dell'accoglienza, dovrà occuparsi dei rimpatri di coloro che, pur avendo fatto richiesta d'asilo, non hanno i requisiti per ottenere il permesso di soggiorno.

Il nodo dei rimpatri

Detta così, sembra una soluzione praticabile. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo la realtà e le lacune burocratiche: i migranti che arrivano irregolarmente, infatti, sanno che per prendere tempo devono fare richiesta d'asilo anche se sanno bene di non averne diritto. A quel punto, a causa delle lunghezza delle procedure burocratiche e dell'impossibilità di trattenerli nei centri d'accoglienza, la gran parte di loro si rende irreperibile. Fattore a cui si aggiungono anche le difficoltà sui rimpatri di coloro la cui domanda d'asilo è stata respinta: nel 2018, solo il 36% dei migranti irregolari nell'Ue che hanno ricevuto un ordine di espulsione sono stati effettivamente rimpatriati. Come risolvere questo problema?

La proposta della Commissione mira innanzitutto a ridurre i tempi burocratici. Il cosiddetto primo pilastro del nuovo Patto prevede "una procedura di frontiera integrata”, che “per la prima volta comprende uno screening pre-ingresso che copra l'identificazione di tutte le persone che attraversano le frontiere esterne dell'Ue senza autorizzazione o che sono state sbarcate dopo un'operazione di ricerca e salvataggio”, si legge in una nota di Bruxelles. Ciò comporterà “anche un controllo sanitario e di sicurezza, rilevamento delle impronte digitali e registrazione nella banca dati Eurodac”, già prevista dalle regole in vigore.

Dopo lo screening, i migranti “potranno essere indirizzati nella giusta procedura, sia alla frontiera per determinate categorie”, sia “nell'ambito di una normale procedura di asilo” per coloro che chiedono lo status di rifugiato. Nell'ambito di questa procedura di frontiera, “verranno prese decisioni rapide in materia di asilo o rimpatrio”, promette la Commissione. “Tutte le altre procedure saranno migliorate e soggette a un monitoraggio più forte e al sostegno operativo delle agenzie dell’Ue”, che si serviranno anche di un’infrastruttura digitale per monitorare le domande.

Snelliti i tempi burocratici, almeno nelle intenzioni, si passa alla "solidarietà". Qui, come dicevamo, ci sono diverse possibilità: o lo Stato X (per esempio l'Ungheria) si fa carico di accogliere una quota di migranti di quelli sbarcati, per esempio, in Grecia. O provvede ai rimpatri di una quota di quelli che non hanno diritto all'asilo. Secondo quanto ha anticipato dal quotidiano paneuropeo Politico, la Commissione prevede che il Paese che vuole occuparsi dei rimpatri, avrà otto mesi per attuarli. In caso contrario, dovrà accoglierli. 

Questa clausola potrebbe irrigidire le posizioni di quei Paesi che non hanno 'leve diplomatiche' adeguate per favorire i rimpatri (dato che per attuarli, occorre un accordo con gli Stati di provenienza di questi migranti, come ha fatto di recente l'Italia con la Tunisia). Bruxelles, però, confida di poter fare da garante contro problemi di questo tipo: il terzo pilastro del Piano, infatti, è quello delle partnership coi Paesi extra-Ue. Questi “aiuteranno ad affrontare sfide condivise come il traffico di migranti”, ma anche “a sviluppare percorsi legali” di ingresso nei Paesi Ue e garantiranno “l'efficace attuazione degli accordi e delle disposizioni di rimpatrio”. L'Ue e suoi Stati membri “agiranno in unità utilizzando un'ampia gamma di strumenti per sostenere la cooperazione con i Paesi terzi in materia di rimpatri”. La Commissione mira anche a rafforzare il controllo delle frontiere esterne con il Corpo permanente della guardia di frontiera e costiera europea, il cui inizio delle attività - come scrive l'Agenzia Italia - è previsto per il primo gennaio 2021. 

Il nuovo patto di solidarietà che supera l'accordo di Dublino

Ora la proposta deve essere approvata dalle capitali in quello che si preannuncia come un durissimo negoziato con l'Unione spaccata tra i paesi mediterranei e coloro che li sostengono nella richiesta di solidarietà e il blocco dell'Europa centro-orientale contrario alla cooperazione composto dai Visegrad, baltici e Austria.

Per il governo italiano si è espresso il ministro agli Affari europei, Enzo Amendola, promuovendo la proposta di Bruxelles: "Siamo a un punto di svolta. Sarà una trattativa complessa e delicata. Ma l'Italia è in prima linea".

"L'Ue diventa la principale 'agenzia di viaggi di ritorno'"

"Attraverso il Patto per le migrazioni e l'asilo proposto dalla Commissione europea, l'Ue diventa la principale 'agenzia di viaggi di ritorno' per migranti e rifugiati del Mediterraneo". Lo denuncia Euromed Rights, una rete impegnata nel monitoraggio dei diritti umani nell'area euro-mediterranea.

Euromed Rights si dice "fortemente preoccupata perché questo patto potrebbe peggiorare la situazione" di migranti, richiedenti asilo e rifugiati "per almeno tre ragioni". Anzitutto la rete di attivisti evidenzia che il nuovo sistema si concentrerebbe "in modo ossessivo sul sistema delle 'sponsorizzazione'".

Euromed Rights denuncia: "Stati membri come Austria, Polonia, Ungheria o Repubblica Ceca - che si rifiutano di accogliere i rifugiati - potranno 'sponsorizzare' e occuparsi dei rimpatri verso i Paesi di origine. Invece di favorire l'integrazione il Patto abbraccia la politica basata sul rimpatrio ad ogni costo, anche quando i richiedenti asilo potrebbero essere soggetti a discriminazione, persecuzione e tortura nel loro Paese di ritorno. A oggi non ci sono meccanismi per monitorare cosa succede ai migranti e ai rifugiati che vengono deportati".

Il secondo punto dolente della proposta della Commissione Ue riguarda "il rafforzamento dell'esternalizzazione della gestione delle frontiere" perche', secondo Euromed Rights, "l'Ue rafforza la cooperazione con i Paesi terzi chiedendo loro di sigillare i propri confini e impedire alle persone di andarsene. Questa cooperazione e' soggetta all'imposizione di condizioni da parte dell'Ue". Una politica che si tradurrebbe in "ulteriori respingimenti in tutto il Mediterraneo e in un'ulteriore cooperazione con Paesi che hanno una scarsa esperienza in materia di diritti umani e non possiedono un quadro efficace per la protezione dei diritti delle persone in movimento".

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