Venerdì, 23 Aprile 2021

Mine antiuomo per creare generazioni di invalidi: la strategia perversa contro i bambini

“Già la guerra è perversa, ma l’accanimento sui bambini è impressionante", racconta a Today Leonardo Frisari, chirurgo che ha rinunciato a godersi la pensione per salvare vite con Msf, mentre ricorre la giornata mondiale contro le mine antiuomo

Anziché godersi la pensione, il chirurgo e operatore umanitario Leonardo Frisari è uno di quelli che, come si dice, “va ad aiutarli a casa loro”. Loro chi? I bambini, gli ultimi, quelli che vivono lontano da noi una quotidianità fatta di guerre, bombe, violenze, privazioni, fame. Dopo essere stato ad Haiti in seguito al terremoto ed essere entrato in contatto con Medici Senza Frontiere, Frisari ha visto che i suoi trent’anni di carriera potevano servire in quei contesti. “Ho capito che potevo essere utile, non tanto io Leonardo come persona, quanto la mia esperienza trentennale come chirurgo, che non poteva essere buttata via. Avevo notato che la mia presenza come medico ed operatore umanitario poteva fare la differenza tra la vita e la morte di una persona”, racconta a Today.

Da allora, Leonardo ha girato parecchio. “Sono stato in Yemen, tre volte. Poi in Iraq, a Gaza, in Congo, in Siria. Tutti posti ameni”, scherza. Ma subito si fa serio, quando racconta quello che ha visto.

Mine antiuomo, i più colpiti sono i bambini: dietro c’è una "strategia perversa"

Lo scorso gennaio, MSF ha diffuso una video denuncia su quanto avviene in Yemen, dove per impedire l’avanzata delle truppe di terra sostenute dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati, in guerra contro le truppe di Ansar Allah, nel sud-ovest del paese sono state sparse migliaia di mine e altri ordigni esplosivi improvvisati sulle strade e nei campi. Tra agosto e dicembre 2018. Msf ha ammesso o trattato più di 150 pazienti. Un terzo di loro sono bambini.

“Già la guerra è perversa, ma l’accanimento sui bambini è impressionante. Loro sono più vicini alla terra, come altezza, e quindi vengono investiti in pieno dalle schegge”, spiega Leonardo, mentre ricorre oggi la giornata mondiale contro le mine antiuomo. “Quando si calpesta una mina, si diffondono frammenti metallici che non finiscono soltanto nell’arto coinvolto ma anche nell’altra gamba, nell’addome, nei genitali. Ci sono quindi problemi ortopedici ma anche lesioni interne, con il chirurgo che deve andare a cercare i frammenti metallici in giro per il corpo”.

Mi ricordo sempre, in Yemen, un bambino di tre o quattro anni che arrivò con le dita di una mano completamente spappolate e io ho dovuto amputargliele. Era uscito fuori a giocare e aveva trovato una lattina, che poi è scoppiata. Era stata messa lì proprio per attirare l’attenzione dei bambini, che non potranno così diventare mai dei nemici

Dietro la volontà di colpire i bambini c’è infatti una “strategia perversa”, dice Leonardo. “Un bambino o una persona rimasta mutilata dalle mine non potrà mai imbracciare un fucile, non sarà mai pericoloso né fare resistenza. Ma non potrà mai nemmeno prendere in mano una zappa, non sarà mai in grado di lavorare. Ci sono gravi conseguenze anche a livello sociale. Queste sono le nuove filosofie che stanno venendo fuori. Noi le vediamo. Io le ho viste. Va al di là della cattiveria, è tutto finalizzato a ottenere questi risultati devastanti”.

Le mine stanno creando in Yemen generazioni di persone mutilate, denuncia Medici Senza Frontiere, e avranno un impatto di lungo periodo sulla vita dei singoli e sull’intera società, perché i sopravvissuti saranno persone potenzialmente più dipendenti dagli altri e più isolate socialmente. Nelle zone agricole del paese, l’abbandono dei campi a causa delle mine ha un impatto economico molto pesante sulle famiglie che vivono di agricoltura.

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Davanti a quelle ferite, impossibile non chiedersi cosa si può fare per impedire che questo accada ed è altrettanto impossibile non darsi una risposta quasi scontata, nella sua disarmante semplicità. “Per fermare le guerre bisognerebbe mettere da parte questi grossi interessi economici, ad esempio il petrolio, i diamanti. Servirebbe onestà intellettuale. C’è spazio per tutti, non possono continuare a raccontare questa bugia”.

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Con Medici Senza Frontiere per salvare vite: l’esperienza di Leonardo Frisari

Raggiungiamo il dottor Frisari al telefono, in Italia. È in pausa tra una missione e l’altra, in attesa di sapere quale sarà la sua prossima destinazione con Msf. “Potrebbero mandarmi in Sud Sudan, dove c’è una situazione molto complicata, c’è una guerra civile per il petrolio, o tornare in Liberia, da dove sono appena tornato”.

Quando è in missione, Leonardo e i suoi colleghi affrontano ogni tipo di difficoltà, ma guai a definirli eroi. “Abbiamo il più delle volte problemi di carattere gestionale legati alla disponibilità di risorse. Msf è in grado di intervenire in 24 ore dall’altra parte del mondo montando un ospedale da campo. A Mosul ricordo che lavoravamo in una tenda e in un piccolo container attrezzato da sala operatoria. Ma in quei contesti il limite delle risorse è un problema. In Yemen, dove c’erano le frontiere chiuse, dovevamo trattare degli ustionati ma non c’erano più bende e così abbiamo dovuto tagliare tende e altri tessuti”. E c’è poi il problema della sicurezza. “Noi dobbiamo essere sicuri che la nostra presenza si accettata da tutti”, ricorda Leonardo.

Fin dalla sua fondazione nel 1971, Medici Senza Frontiere ha messo al centro della propria identità l’essere neutrale. Le sue azioni sono prima di tutto mediche e forniscono assistenza gratuita alle persone in pericolo indipendentemente dall’origine, dalla regione o dall’appartenenza politica. In caso di conflitti armati, Msf non si schiera e può capitare che in un reparto di un suo ospedale da campo possano trovarsi vicini, feriti, civili e soldati della fazione opposta. Essere neutrali però non vuole dire rimanere in silenzio e Msf è pronta a denunciare le sofferenze e gli atti di violenza contro persone o gruppi di cui i suoi operatori sono testimoni.

Lavoriamo in condizioni molto dure, ma stringiamo rapporti molto forti e intensi con i locali”, ricorda Leonardo.  “Non siamo eroi. Certo, poi ci sono anche i momenti di scoramento. Ricordo che durante la mia seconda missione in Yemen, ogni notte alle 3 sentivo passare gli aerei che andavano a bombardare vicino al confine con l’Arabia Saudita e sapevo che il giorno dopo sarebbero iniziati ad arrivare i feriti, quelli che erano sopravvissuti ed erano riusciti a mettersi in viaggio. Io in un giorno ne posso salvare, quanti? Due, tre, forse cinque. Ma dall’altra parte ne uccidono decine tutti in una volta. È una frustrazione che ti prende, ma poi subito ti trovi a salvare una persona e allora tutto passa in secondo piano”.

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“I problemi sono uguali per tutti, cristiani o musulmani”, dice il chirurgo.

Ricorderò sempre una mamma in Yemen che aveva attraversato cinque checkpoint di cinque fazioni diverse per portare da noi il figlio. La sua preoccupazione era che guarisse, come ogni madre. È un aspetto che ti coinvolge, anche se ovviamente dobbiamo sempre cercare di non lasciarci coinvolgere troppo altrimenti non potremmo fare questo lavoro

“Nonostante culture e religioni diverse, capiscono che noi abbiamo lasciato le nostre case per venire lì ad aiutarli. Sono ancora in contatto con alcuni di loro. Una delle più grandi soddisfazioni è quando un ferito o un parente ti parla, tu non capisci cosa ti sta dicendo perché parla un’altra lingua ma sai che ti sta ringraziando per quello che hai fatto. Lo capisci dalle espressioni, dagli occhi”.

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