Domenica, 28 Febbraio 2021

Il disarmo possibile: "Quei 6 miliardi destiniamoli a scuole e ospedali"

Associazioni della società civile chiedono una moratoria sulle spese per armi nel 2021: "Siamo impegnati a trovare risorse per la Sanità e l'Istruzione pubblica e sprechiamo soldi per prepararci alla guerra". Cosa ci difende meglio oggi dalla pandemia? La riconversione industriale dal settore militare ad altri ambiti è un'opzione reale? Vediamoci chiaro

Una protesta per chiedere più spese sociali e meno spese militari davanti al parlamento

I dettagli della Legge di Bilancio si sapranno negli ultimi giorni del 2020, come sempre l'ok del parlamento arriverà in extremis prima di Natale o Capodanno. ma secondo quanto attualmente in discussione in Aula, nel 2021 l’Italia spenderà oltre 6 miliardi di euro per acquisire nuovi sistemi d'armamento: cacciabombardieri, fregate e cacciatorpedinieri, carri armati e blindo, missili e sommergibili. Una cifra complessiva che è sostanzialmente in forte aumento rispetto agli ultimi anni, e che deriva dalla somma di fondi diretti del Ministero della Difesa e di quelli messi a disposizione dal Ministero per lo Sviluppo Economico. Tanti soldi. Una marea.

Non è mai troppo tardi per ribadire quanto sia urgente spostare i fondi dai bilanci militari verso altri obiettivi, quali la lotta contro il virus che ha messo in ginocchio il mondo e il rimedio ad altre crisi sociali e ambientali: varie associazioni lo chiedono da tempo, sulla base di questo ragionamento: "Le armi e gli eserciti non ci garantiranno maggiore sicurezza. Anzi, renderanno sempre più catastrofiche le conseguenze dei conflitti attualmente in corso e quelli futuri. Dobbiamo invece dedicare le nostre energie a costruire dialogo, iniziative di diplomazia, politiche di sicurezza comune. E ciò è particolarmente evidente nella lotta contro il Covid-19, una minaccia non militare che potrà essere risolta solo con la cooperazione globale".

L'Italia spenderà 6 miliardi per comprare sistemi d'armamento nel 2021

6 miliardi per comprare sistemi d'armamento: per la Campagna Sbilanciamoci! e la Rete Italiana Pace e Disarmo si tratta di una scelta inaccettabile. “Mentre siamo impegnati a trovare risorse per la Sanità e l'Istruzione pubblica ci troviamo a sprecare 6 miliardi di euro per prepararci alla guerra - commenta Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! - ma la sfida realmente importante oggi è un'altra: quella alla pandemia, quella affrontata quotidianamente negli ospedali che non hanno abbastanza posti di terapia intensiva o medici ed infermieri a sufficienza. Quella per un’istruzione di qualità per tutti, mentre invece più di 10.000 scuole hanno strutture che cadono a pezzi e non rispettano le normative di sicurezza”.

Le due organizzazioni della società civile italiana sottolineano ancora una volta, come già successo durante la prima ondata (e ve l'abbiamo raccontato), che negli ultimi anni le spese militari sono andate aumentando mentre la Sanità pubblica è stata definanziata e le risorse per l'Istruzione pubblica sono ad un livello più basso della media europea. Chi sperava in un cambio di passo con il governo giallorosso è rimasto ampiamente deluso. Purtroppo questa tendenza sembra essere confermata anche per il 2021, se il parlamento non deciderà di modificare la proposta di budget avanzata dall'esecutivo guidato dall'avvocato di Volturara Appula.

Nel 2021 il solo bilancio del Ministero della Difesa prevederebbe infatti al momento un aumento di 1,6 miliardi (quasi tutti per spese investimento) arrivando ad un totale di 24,5 miliardi di euro. Se non è poi facile valutare con precisione la spesa complessiva di natura prettamente militare (ai fondi della Difesa vanno aggiunti quelli di altri dicasteri mentre vanno sottratte le funzioni non militari) è invece più semplice delineare il quadro delle risorse destinate all’acquisto di nuove armi: analizzando i capitoli specificamente legati all’investimento, fanno sapere le associazioni, "troviamo poco oltre i 4 miliardi di euro allocati sul Bilancio del Ministero della Difesa e circa 2,8 miliardi in quello del Ministero per lo Sviluppo Economico, a cui vanno aggiunti i 185 milioni per interessi sui mutui accesi dallo Stato per conferire in anticipo alle aziende le cifre stanziate per specifici progetti d’arma pluriennale. Questo porterebbe dunque ad un totale di ben 6,9 miliardi che probabilmente è una sovrastima (nei Documenti Pluriennali di programmazione il Ministero della Difesa esplicita la cifra di 5,9 miliardi) ma che ci consente di confermare la nostra valutazione di 6 miliardi spesi nel 2021 per nuove armi. Risorse che peraltro vengono decise e destinate in un quadro di opacità e mancanza di trasparenza: nei documenti del DDL di Bilancio non vengono infatti fornite informazioni di dettaglio sui sistemi d’arma acquisiti, esplicitate dalla Difesa solo a mesi di distanza. Si chiede dunque ai Parlamentari di votare al buio".

"Moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armi"

Le associazioni avanzano a tutte le forze politiche, da destra a sinistra, la proposta di una moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armamenti: 6 miliardi da destinare alla Sanità e all’Istruzione in un momento di emergenza ed estrema necessità come quello che stiamo vivendo. E' questa la scelta di cura di cui -  secondo le realtà della società civile - oggi ha bisogno realmente l’Italia, e di cui hanno bisogno soprattutto i cittadini che stanno drammaticamente soffrendo questa crisi. Da oggi dunque parte una nuova mobilitazione, con iniziative online e materiali informativi, che punterà a far crescere la pressione dell’opinione pubblica sulle forze politiche. Non sarà facile.

"L'analisi che abbiamo potuto realizzare preoccupa e pone ancora una volta il quesito sulle priorità della spesa pubblica nel nostro Paese - evidenzia Sergio Bassoli a nome della Rete Italiana Pace e Disarmo - Mai come in questo momento tutti siamo chiamati a fare sacrifici ed agire in modo responsabile e solidale per contrastare il contagio ed uscire al più presto dalla pandemia con meno danni umani, sociali ed economici possibili e consapevoli che il debito pubblico peserà come un macigno negli anni a venire. La moratoria di un anno per sospendere l'acquisto di nuovi sistemi di arma è un atto dovuto all’Italia, a chi lotta quotidianamente per salvare le vite, a chi ha perso il reddito e forse domani il lavoro, a chi è costretto a chiudere la propria attività. Ogni euro speso deve rispondere alla coscienza del Paese. Chiediamo al Governo e al Parlamento di essere anche loro pienamente responsabili e sospendere queste spese oggi insostenibili”.

Cosa ci difende meglio oggi dalla pandemia?

Cosa ci difende meglio oggi dalla pandemia? Un nuovo cacciabombardiere o 500 posti di terapia intensiva in più e 5mila infermieri e dottori che potrebbero essere assunti per tre anni con gli stessi soldi? Per Sbilanciamoci!Rete Italiana Pace e Disarmo la risposta è chiara: più Sanità ed Istruzione, meno armamenti. Con il Covid-19 che ha travolto i sistemi sanitari di tutto il mondo, l’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma SIPRI ha reso pubblici qualche mese fa i dati aggiornati sulle spese militari riferiti al 2019. Sono numeri impressionanti, si registra infatti un aumento del 3,6% rispetto al 2018 con una cifra record di 1.917 miliardi di dollari, e cioè 259 dollari per ogni abitante del pianeta. Questo aumento mostra che la corsa agli armamenti non si ferma, non si è mai fermata. E’ indice inoltre del potere indiscusso delle industrie del settore difesa, in particolare in Europa, in America del nord, in Asia e Oceania. Il solo bilancio militare della NATO arriva a 1.035 miliardi di dollari, cioè il 54% della spesa militare globale. Chi sperava in un cambio di paradigma in tempi di pandemia è rimasto deluso. 

In tutto ciò, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha un bilancio biennale di circa 4,5 miliardi di dollari (quasi tutti contributi volontari di Stati e privati). Ne usciremo migliori? Di sicuro non ne usciremo meno armati.

La sfida difficile ma non impossibile della riconversione

La riconversione industriale dal settore militare ad altri ambiti è possibile, ma è una sfida durissima e irta di ostacoli. Nessuno è così sprovveduto da pensare ritiene che basterebbe una riduzione della spesa militare tricolore per risolvere i problemi della sanità italiana, ma da qualceh parte bisognerà pur iniziarre. Una parte della soluzione potrebbe risiedere proprio nel trasferimento di risorse dal campo degli eserciti e delle armi a quello del sistema sanitario e delle cure mediche, tenendo conto che le tendenze degli ultimi anni dimostrano una strada diametralmente opposta.

Prima della pandemia la spesa sanitaria ha subito una contrazione complessiva rispetto al PIL passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020: numeri alla mano la spesa militare ha visto un balzo avanti negli ultimi 15 anni con una dato complessivo passato dall'1,25% rispetto al PIL del 2006 fino a circa l'1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni. Il decreto "Cura Italia" di primavera ammontava a 25 miliardi, la stessa cifra del bilancio della Difesa annuale, più o meno.

Se ne parla da decenni di disarmo e riconversione. Negli anni sessanta il movimento pacifista chiedeva 'Ospedali e scuole, non cannoni'. Ci si rende conto solo oggi che quel semplice slogan non era un sogno utopistico generico, ma una realistica necessita? politica. La proposta di ridurre le spese militari ed utilizzare tali fondi per rafforzare la sanita? è stata fatta pubblicamente in passato da Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace: si può puntare alla riconversione produttiva (anche grazie alla diversa allocazione dei fondi pubblici) delle industrie a produzione bellica verso il settore civile che consentirebbe di utilizzare in tale ambito migliaia di tecnici altamente qualificati ora impegnati nello sviluppo  di soluzioni militari.

"La riconversione è un processo che non si fa dall'oggi al domani - ci diceva in primavera Giorgio Beretta (Opal)-  Significa infatti non solo cambiare il tipo di produzione o adattare temporaneamente qualche macchinario, ma - appunto - convertire l'intera linea produttiva, utilizzando il più possibile tutti i macchinari già presenti, alla produzione civile. Ciò implica, da un lato, definire con precisione un nuovo prodotto o serie di prodotti di utilità sociale e non di tipo militare, dall'altra uno studio tecnico e ingegneristico per adattare i macchinari già presenti in azienda".

C'è la volontà politica?

Serve innanzitutto  "la volontà politica di cambiare linea di produzione (e non solo di diversificarla, come potrebbe essere ad esempio per produrre elicotteri sia civili che militari) e quindi della definizione della modalità tecniche per operare questa trasformazione - continua Beretta - . Non è, però, un processo difficile: le competenze di tecnici, ingegneri e nelle università ci sono; ciò che manca, invece, è la volontà del mondo politico per innescare e accompagnare questo processo. Da sempre, infatti, gran parte delle forze politiche guardano con sospetto i processi di riconversione perché, mostrando che "si può fare", ritengono che rappresentino una minaccia alla produzione militare che ovviamente considerano prioritaria e strategica". 

Gli ostacoli sono innumerevoli. Beretta citava l'esempio della Valsella, azienda che produceva le famigerate mine antipersona e che passò a produrre componenti elettronici, dopo un lungo lavoro di sensibilizzazione partito da alcune operaie stanche di produrre strumenti di morte."Nonostante la disponibilità da parte della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Brescia, non fu di fatto "riconvertita",  ma si decise di cambiarne produzione: la riconversione dell'azienda era vista come una minaccia da gran parte del mondo imprenditoriale e politico bresciano e nazionale".

Forse la riconversione è una missione impossibile nell'Italia di oggi. Ma parlarne, mettere il tema sul tavolo del dibattito pubblico e politico, è un dovere. All'estero l'argomento è caldo in questi giorni. Domenica in Svizzera si terrà il Referendum per modificare la Costituzione con divieto di finanziamento dei produttori di materiale bellico: se il referendum passerà, il finanziamento dei produttori di materiale bellico da parte della Banca nazionale svizzera, delle fondazioni e degli istituti della previdenza statale e professionale sarà vietato.

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