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Domenica, 14 Agosto 2022

Abbiamo costretto Elena a morire in esilio

"Mi sono trovata davanti ad un bivio. Una strada più lunga che mi avrebbe portato all'inferno, una più breve che poteva portarmi qui in Svizzera, a Basilea: ho scelto la seconda. Avrei sicuramente preferito finire la mia vita nel mio letto, nella mia casa, tenendo la mano di mia figlia e la mano di mio marito. Purtroppo questo non è stato possibile e, quindi, ho dovuto venire qui da sola". Lo scorso due agosto, Elena, malata di microcitoma polmonare e a detta degli stessi medici con poche possibilità di sopravvivenza, ha scelto di porre fine alla propria vita in una clinica Svizzera. Elena è dovuta espatriare per riuscire a esercitare quello che avrebbe dovuto essere un suo diritto: la possibilità di scegliere una morte dignitosa.  

Ad accompagnare e facilitare l’accesso al suicidio assistito nella clinica elvetica di Basilea è stato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e storico volto della battaglia per l’introduzione di una legge sul fine vita in Italia. Per l’aiuto logistico e organizzativo concesso a Elena, Marco Cappato è andato ad autodenunciarsi in commissariato per il reato di aiuto al suicidio, previsto dall’articolo 580 del Codice penale. Nonostante ormai quasi quattro anni fa la Corte Costituzionale abbia platealmente rilevato l’esistenza di un vuoto legislativo sul tema del fine vita, sottolineando che questa condizione “lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti" e concedendo undici mesi di tempo al Parlamento per legiferare, da quel giorno nulla è stato fatto.  

Il vergognoso rimpallo sul fine vita

Anzi, mi correggo: da quel giorno il Parlamento ha portato avanti un estenuante, infinito e grottesco rimpallo della discussione in Aula, relegandola infine nel comodo angolino che tutto giustifica: “C’è ben altro da fare in questo momento”. Ora Marco Cappato rischia un nuovo processo - nonché una potenziale condanna - per aver aiutato Elena, perché il caso non rientra nemmeno tra quelli contemplati dalla Consulta, non essendo tenuta in vita “da trattamenti di sostegno vitale". 

Insomma, a distanza di quasi dieci anni dalla prima proposta di legge di iniziativa popolare sul fine vita, depositata in Parlamento nel 2013, nonostante il milione di firme raccolte in piazza lo scorso anno per richiedere un referendum abrogativo del reato di aiuto al suicidio, bocciato dalla Consulta lo scorso febbraio, ancora oggi in Italia, nel 2022, non esiste una legge sul fine vita e Marco Cappato deve rischiare la propria libertà per aiutare una persona a esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione.  

Sono ormai anni che Cappato subisce processi e rischia condanne per questa battaglia di civiltà e di disobbedienza civile. I casi sono tanti, alcuni molto noti come quello di Dj Fabo, Davide Trentini, Dominique Velati, tutti accomunati dallo stesso destino: aver dovuto subire l’umiliazione dell’esilio per poter essere liberi di morire in maniera dignitosa. Come può definirsi civile un Paese che costringe un malato a soffrire le pene dell’inferno contro la propria volontà, a sopravvivere attaccato a dei supporti vitali che prolungano l’agonia e la sofferenza, a causa dell’inerzia di una classe politica vile? 

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