Domenica, 17 Ottobre 2021
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"Mio padre è stato ucciso dal Covid, ma c'è chi si lamenta perché non può andare al ristorante"

Il post di Gian Luca Ruocco, caposervizio a TgCom24: "Nel 2021 tornerete a fare tutte queste cose con i vostri cari. Mio padre non potrà più. Noi non potremo più"

“Mio padre sarebbe ancora vivo e probabilmente, nonostante una forma scadente e un girovita abbondante, lo sarebbe stato per i prossimi 20 anni se non ci fosse stato e se non si fosse preso il Covid. Perché mio padre diceva che stava attento, ma riceveva i pazienti. Che metteva la mascherina, ma andava in Tribunale. Che insomma, non poteva stare in casa, aveva cose da fare, persone da vedere. Mio padre non c'è più, ma là fuori ci sono ancora persone che si lamentano perché Natale lo faranno da soli. Perché non possono andare al ristorante, perché non possono inforcare gli sci, perché è tutta una truffa, una dittatura sanitaria orchestrata, tra l'altro, non si sa bene da chi. Bene, pensate che nel 2021 tornerete a fare tutte queste cose con i vostri cari. Mio padre non potrà più. Noi non potremo più”.

È un post commovente quello condiviso su Facebook da Gian Luca Ruocco, caposervizio a TgCom24, che racconta della malattia del papà, dei suoi ultimi giorni e di quell’inferno straziante che è il Covid.

“Aveva 71 anni e, pur non potendolo definire ‘in forma’, non aveva nulla se non un lieve diabete.

Fino al mese scorso, era stato in ospedale solo due volte (al Pronto soccorso per la precisione). La prima perché si era rotto il braccio giocando a calcio e la seconda per dei calcoli alla cistifellea, poi spariti con dieta e tanta plin plin.

Il 3 novembre il tampone è risultato positivo al Covid 19. Aveva il raffreddore da una settimana e perso gusto e olfatto.

Il 6 novembre è stato portato al pronto soccorso di San Martino perché la sua saturazione era crollata. Durante la breve degenza, non lo hanno ossigenato, perché l'ossigeno era finito a causa dei troppi accessi. E' stato 12 ore su di una sedia di un reparto traboccante di pazienti anche messi peggio di lui. Gli hanno fatto l'esame del sangue, una lastra e poi hanno deciso che insomma, non stava così male, nonostante una serie di asterischi vicini alle analisi che anche Pinco Palla dottore di Wikipedia avrebbe storto il naso. Hanno detto che dalla lastra forse c'era una lieve insufficienza respiratoria, ma niente di grave. Lo hanno rimandato a casa alle 20. Alle 20,30 aveva 40 di febbre e non respirava più. L'hanno portato di nuovo via, questa volta verso un altro ospedale”.

Ma la malattia era ormai in uno stato troppo avanzato. Il 3 dicembre Gian Luigi Rocco è morto in ospedale, “da solo, in un reparto di terapia intensiva dell'Ospedale Galliera di Genova dopo oltre due settimane di rianimazione e altrettante di degenza (sempre da solo) sotto un caschetto cpap che faceva lo stesso rumore, quando cercavamo di parlare, di un sottomarino russo atomico, con tanto di bip. Appena entrato gli hanno fatto una TAC che sentenziava: broncopolmonite interstiziale bilaterale con il 70% dei polmoni compromessi.

L'ultima volta che l'ho sentito, alle 15,30 del giorno in cui è finito in terapia intensiva, abbiamo parlato (faticosamente) di Trump che non accettava il verdetto delle elezioni (la cosa lo preoccupava inspiegabilmente molto) ma soprattutto di Preziosi che non aveva venduto il Genoa. Lui mi ha ricordato che avremmo giocato la domenica alle 18 contro l'Udinese una sfida decisiva per la salvezza (persa, ovviamente)”.

Il 71enne nella vita faceva lo psichiatra e uno psicoanalista. “Era uno psichiatra forense eccezionale - dice il figlio -, forse uno dei più bravi in Italia. Non ha mai voluto le luci della ribalta. A parte ‘Un giorno in Procura’, dove non aveva scelta, non è mai finito in tv, nonostante i corteggiamenti serrati di diverse primedonne dei talk show. Diceva che se vai in tv, non segui i pazienti. O fai la soubrette o fai il medico, il clinico. Oggi questo discorso, è valido più che mai.

Mio padre era un marito affettuoso e fortunato. Ha amato due donne con tutto se stesso. Mia madre, morta prematuramente, e poi negli ultimi 19 anni ha avuto la fortuna di trovare un'altra persona con la quale condividere ogni aspetto della sua vita”.

“Non auguro a nessuno un mese come il nostro. Una discesa all'inferno senza nessun appiglio al quale aggrapparsi. L'impossibilità di vedere, salutare, abbracciare il proprio caro. L'attesa di una telefonata per sperare in qualche miglioramento. Seppellirlo sapendolo in un sacco come un soldato in guerra (ironia della sorte, nemmeno aveva fatto il servizio militare), magari vestito con il pigiama sporco con cui è morto”.

“Non ho rabbia, non ho rancore” dice ancora Ruocco.

“Non mi sento nemmeno una persona sfortunata, né posso dire che mio padre lo sia stato. È persino riuscito a finire di leggere il libro che suo figlio e sua nuora hanno scritto. Abbiamo avuto tanto, abbiamo dato tanto. Papà non credeva in Dio, al massimo in Freud, ma diceva sempre (parafrasando Epicuro): "Non ho paura della morte, perché dove ci sono io non c'è lei e dove c'è lei, non ci sono io". Oggi lui non c'è più, e la morte al massimo ce l'ha lasciata un po' addosso.

Però se anche una sola persona che leggerà queste righe, da oggi starà un po' più attenta, si renderà conto, magari conoscendomi direttamente, che questa malattia esiste e colpisce duro, è spietata con una certa categoria di persone, beh, la sua morte sarà servita a qualcosa in più che riempiere una casella di una inutile statistica. Esiste al momento una sola cura per il Covid: non prenderlo e non diffonderlo”.

Uso questa foto perché è sfocata, perché siamo noi e soprattutto perché siamo al Tempio, anche conosciuto come Stadio...

Pubblicato da Gian Luca Rocco su Giovedì 3 dicembre 2020
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