Radiografie e testimonianze per svelare la violenza sulle donne: "L'invisibilità non è un superpotere"

Una mostra per squarciare il velo che molte volte nasconde la violenza domestica: alle parole delle vittime si affiancano le radiografie del pronto soccorso che rivelano le ferite subite e tenute nascoste

Una delle foto di Marzia Bianchi esposte alla mostra "L'invisibilità non è un superpotere" alla WeGil di Roma

"I panni sporchi si lavano in famiglia", ma anche "tra moglie e marito non mettere il dito". Fino a pochi anni fa la violenza domestica veniva considerata un semplice problema intrafamiliare, qualcosa nella quale non bisognava "impicciarsi" e che doveva restare invisibile, confinata tra le mura di casa. Ma "l'invisibilità non è un superpotere", come dimostra una mostra fotografica che da Milano è arrivata a Roma e che presto inizierà a girare l'Italia per gettare un fascio luce sulla violenza domestica.

Dieci fotografie e dieci radiografie, fornite in totale anonimato dall'ospedale San Carlo Forlanini di Roma e dall'Asst Santi Paolo e Carlo di Milano, compongono l'esposizione di Fondazione Pangea e Reama, promossa dalla Regione Lazio, inaugurata oggi alla WeGil di Trastevere a Roma. Ispirandosi ai racconti delle donne che si sono rivolte allo sportello antiviolenza online di Reama, la fotografa Marzia Bianchi ha trasformato la narrazione in immagini, che si affiancano alle radiografie effettuate alle donne arrivate nei pronto soccorso e che mostrano pesanti lesioni: dita fratturate, gambe spezzate, persino un coltello che penetra nelle costole.

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"L'invisibilità non è un superpotere": la mostra sulla violenza contro le donne

"Con Marzia Bianchi abbiamo scelto di utilizzato le lastre per attirare l'attenzione e raccontare qualcosa di vero e assolutamente violento, ciò che accade nell'intimità di una casa, e far sì che sia evidente e trasparente per tutti. La mostra invita tutti a 'impicciarsi', a vedere quello che succede perché può accadere a tutti ed è qualcosa di ormai estremamente diffuso", dice a Today la dottoressa Maria Grazia Vantadori, chirurga dell’ospedale San Carlo Borromeo, nonché referente del Casd, Centro Ascolto Soccorso Donna del San Carlo.  "Il collega del pronto soccorso non può fermarsi soltanto al referto delle lesioni, perché dietro un occhio nero c'è un mondo di devastazione e di sofferenza quotidiana, è la banalità del male. Dietro ci sono donne ferite, madre umiliate davanti ai figli che assistono alla disgregazione della figura di riferimento, ma anche situazioni economiche che spesso non vengono prese in considerazione e la donna con l'occhio nero non è necessariamente la casalinga ma anche la manager, che rischia di perdere il lavoro - spiega Vantadori  - Nessuno vuole vedere la violenza domestica, ma l'invisibilità non è un superpotere e squarciare questo velo ci serve anche per far capire che tutto questo accade quotidianamente".

L'ambientazione delle fotografie scattate da Marzia Bianchi è sempre domestica, tranne che per l'ultima delle immagini esposte, a lasciare un messaggio di speranza. Le donne stesse non vi compaiono mai se non come frammenti. "Volevo raccontare la violenza senza ricorrere allo stereotipo della donna con il livido o il sangue", ci spiega Bianchi, che è partita dalle storie delle donne incontrate tramite Reama, la rete per l’Empowerment e l’auto mutuo aiuto per le donne vittime di violenza di Pangea, scegliendo quelle che più l'avevano colpita, costruendo poi il racconto da punti di vista diversi. "C'è quello della donna che ha subito violenza, c'è quello del minore che vi assiste, quello della vicina che si interroga su cosa fare dopo aver sentito dall'altra parte del muro i rumori". Quella esposta è una "mostra di denuncia, ma lancia anche un messaggio sull'importanza del fare rete per uscire dalle dinamiche di violenza".

Di rete ed empowerment per uscire dalla violenza parla anche Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea e coordinatrice della rete Reama. "Tante donne pensano di poter resistere alla violenza, come se avessero un superpotere ma in realtà è meglio uscirne subito, denunciando e provando a intraprendere percorsi che portino verso la libertà", dice. "L'obiettivo della mostra, che disvela ulteriormente il problema della violenza sulle donne da un lato con le radiografie e dall'altro attraverso le voci delle stesse donne, è anche di sensibilizzare tutti su un fenomeno che esiste e che si combatte facendo rete", prosegue Lanzoni, citando anche il recente rapporto GREVIO del Consiglio d'Europa, che sottolinea come l'Italia debba lavorare di più per quanto riguarda i diritti delle donne e la violenza domestica, indicando come priorità lo sviluppo di finanziamenti adeguati e risposte multicoordinate. "È un appello a fare di più, anche se molto è stato fatto. Spesso c'è un problema di geopardizzazione dei servizi sul territorio e ci vuole anche formazione per tutti gli operatori, dall'ambito sanitario alla forze dell'ordine alla magistratura passando per le scuole. Bisogna lavorare molto sulla prevenzione, più che sul creare nuovi sistemi puramente securitari che però non investono in questa parte".

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