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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
Alessandro Rovellini

Opinioni

Alessandro Rovellini

Direttore responsabile Today

Gli italiani si stanno estinguendo come dinosauri

In Italia non facciamo più figli. Non nascono più bambini. E ci stiamo estinguendo. Molto più velocemente di quanto si possa pensare. L’ultimo rapporto Istat sulla natalità è la fotografia di un’agonia. Nel 2020 i nati sono stati 404.892 (-15mila sul 2019). Il calo (-2,5% nei primi 10 mesi dell’anno) si è accentuato a novembre (-8,3% rispetto allo stesso mese del 2019) e dicembre (-10,7%), mesi in cui si cominciano a contare le nascite concepite all’inizio dell’ondata epidemica.

Non è tutto. Secondo i dati provvisori di gennaio-settembre le minori nascite sono già 12mila 500, quasi il doppio di quanto osservato nello stesso periodo del 2020. La pandemia ha accelerato il colpo di grazia. Invece che uscire dalle sabbie mobili, stiamo sprofondando. Il numero medio di figli per donna scende nel 2020 a 1,24 per il complesso delle residenti, da 1,44 negli anni 2008-2010, anni di massimo relativo della fecondità. A partire dagli anni Duemila l’apporto dell’immigrazione, con l’ingresso di popolazione giovane, ha parzialmente contenuto gli effetti; tuttavia, l’apporto positivo sta lentamente perdendo efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età della popolazione straniera residente.

Le cause del tracollo possono essere infinite. Nemmeno riusciamo a individuarle con chiarezza. Prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine; protrarsi dei tempi della formazione; difficoltà per i ragazzi nell’ingresso nel mondo del lavoro e diffusa instabilità del lavoro stesso; mercato delle abitazioni proibitivo; tendenza di lungo periodo di bassa crescita economica. E sensibilità socio-culturali che hanno sparigliato le carte. Tutta l'Europa è coinvolta dal calo di nascite, ma l'Italia sta implodendo più degli altri Paesi. Proiezioni nemmeno troppo pessimiste vedono un territorio desolante e desolato con 30 milioni di abitanti nel 2100. La questione dovrebbe essere il tormento del governo, il fascicolo da ficcare in qualsiasi agenda. Non dovremmo parlare d'altro. Invece non è così. La denatalità è la madre di tutti i problemi: senza bambini non ci sono pensioni, crescita economica, benessere, sviluppo. Saremo sempre più anziani e sempre più incapaci di soddisfare i livelli essenziali d'assistenza. Fino a morire tutti.

Sì può invertire la rotta. Ma va fatto subito, ora. Non nascondiamoci: fare figli è faticoso. È un mestiere, è impegno logorante, 24 ore su 24. Non basta l'assegno unico, che già è qualcosa; servono molti più posti in asilo, permessi retribuiti, congedi veri, sgravi, infrastrutture per i bambini. I nonni non possono avere il peso di due famiglie. E l'approccio al miglioramento dell'ecosistema economico e di welfare è solo una delle tanti luci da accendere per tornare alle culle piene. Mentre abbiamo politici che blaterano di presidenti "patrioti", o lasciano morire esseri umani nel Mediterraneo, enormi flussi migratori vengono bloccati alle porte del continente. Un vero sistema integrato d'accoglienza darebbe ai rifugiati istruzione e la possibilità di costruirsi una famiglia. Restaurando, lentamente, quelle fondamenta che si stanno sgretolando. Chi nasce in suolo italiano, poi, rimane vergognosamente straniero per troppi anni. Bisogna liberarsi dall'ottusità ideologica in tema di adozioni dall'estero, anche per coppie dello stesso sesso. Tutto questo costa, certo. Non dà consenso elettorale immediato, non è slogan con fantomatiche invasioni dal terzo mondo. Ma il ritorno in capitale umano è inestimabile. E salvifico per l'Italia.

In una scena iconica, il professore che interroga Luigi Lo Cascio ne La meglio gioventù (2003) di Giordana lo invita a scappare dall’Italia, un Paese “da distruggere, un posto bello ma inutile, destinato a morire”. Sì, l’Italia è un suppellettile spento, che ha come avvenire un grande e radioso vuoto. E gli unici a non volerlo vedere, paradossalmente, siamo noi e chi ci amministra.

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